RIFLESSIONI SULLA VIOLENZA di Geroges Sorel
TRATTO DA WWW.ANARCOTICO.NET
Le "Riflessioni sulla violenza" (1908) sono senz'altro il migliore e il più
grande libro di Georges Sorel (1847-1922).
Vi si trovano pagine ammirevoli sul socialismo, sulla moralità della violenza,
sull'avvenire della civiltà, sui miti socialisti; prospettive precise sui suoi
metodi e sulle sue intenzioni; è la sola opera che conservi, contemporaneamente,
una qualche unità interna sia a proposito dell'idea di violenza che a quella di
sciopero.
Le "Riflessioni" hanno procurato a Sorel la maggior parte dei suoi lettori e dei
suoi ammiratori; tuttavia molti di essi sono stati delusi dalla lettura di
questo libro, scoraggiati forse dal lato frammentario ed estemporaneo della sua
composizione.
Si adatta bene a "questo" Sorel il giudizio che egli, seguendo Croce, formulava
su Marx: "Bisogna riconoscere che il sistema di Marx presenta notevoli
difficoltà per la critica, poichè l'autore non ne ha dato un esposto didattico.
Benedetto Croce afferma che "Il Capitale" sia una strana mescolanza di teorie
generali, di polemiche e di satire amare, di illustrazioni e di digressioni
storiche. Occorre andare alla ricerca del pensiero dell'autore, e ciò non manca
di offrire numerosi motivi di errore".
Sorel, anch'egli, non ha esposto didatticamente il proprio pensiero. Egli
respingeva tutto quello che vagamente potesse incutere il sentore di qualcosa di
educazionistico, pedagogico, precettistico. Le "Riflessioni", come "Il
Capitale", sono pertanto una mescolanza bizzarra e suadente di teorie generali,
di virulente polemiche, di motti di spirito e di digressioni. Bisogna ricercare
il pensiero di Sorel con tutti i rischi di anticipazioni e di errori che la sua
ermeneutica comporta.
Tuttavia, è proprio partendo dalle "Riflessioni" che si può più proficuamente
comporre un quadro del pensiero, della personalità morale ed intellettuale di
Sorel. Si potrebbero dare le definizioni più varie del socialismo di Sorel;
basterebbe trarle dalle sue opere: ma se vogliamo dare una definizione onesta
del suo socialismo, presa in un'epoca in cui il suo pensiero, ondivago per
antonomasia e per questo a noi particolarmente gradito e caro, è relativamente
stabilizzato, ci si accorge che essa può essere formulata in poche parole: il
socialismo, con tutte le sue speranze e le sue possibilità, è interamente
contenuto nella lotta di classe -la sistemazione della lotta di classe è il solo
apporto reale, enorme, tuttavia, del marxismo- e nel concetto di sciopero
generale che permette di cogliere la lotta di classe nel suo aspetto più
evidente e più crudo, esprimendone la più vivida e adamitica integralità.
Il socialismo, mentre per Marx è "una filosofia della storia delle istituzioni
contemporanee", viene essenzialmente e primariamente definito da Sorel come "una
filosofia morale" e una metafisica dei costumi, "un'opera grave, temibile,
eroica, il più alto ideale morale che l'uomo abbia mai concepito, una causa che
si identifica con la rigenerazione del mondo". I socialisti non devono formulare
teorie, costruire utopie più o meno seducenti, "la loro unica funzione consiste
nell'occuparsi del proletariato per spiegare ad esso la grandezza dell'azione
rivoluzionaria che gli compete".
"Il socialismo è diventato una preparazione delle masse impiegate nella grande
industria, le quali vogliono sopprimere lo Stato e la proprietà; ormai non si
cercherà più il modo in cui gli uomini si adatteranno alla nuova e futura
felicità: tutto si riduce alla scuola rivoluzionaria del proletariato, temprato
dalle sue dolorose e caustiche esperienze".
Per Sorel, dunque, il marxismo è soprattutto una "filosofia delle braccia", cioè
una tattica e un metodo di lotta, fondata senza dubbio su un'analisi filosofica
e sociologica orientata verso l'azione diretta e l'energia, una filosofia
anti-intellettualistica e vitalistica-conquistatrice, soggiacente all'influenza
della lezione migliore lasciataci dagli scritti nietzscheani.
Impegnato su questa via Sorel scopre la violenza; ne scopre l'imperio, la
crescente importanza nei rapporti umani e sociali -era l'epoca in cui nelle
lotte operaie ogni anno decine di scioperanti cadevano sotto le pallottole della
sbirraglia e della soldataglia- ed egli pensa che non sia più possibile parlare
di socialismo senza filosofare sulla violenza e più particolarmente sulla
violenza proletaria:
"Il socialismo tende sempre più a configurarsi come una teoria del sindacalismo
rivoluzionario -o meglio come una filosofia della storia moderna nella misura in
cui quest'ultima subisca il fascino del sindacalismo. Risulta da questi dati
incontestabili che, per ragionare seriamente del socialismo, bisogna prima di
tutto preoccuparsi di definire l'azione che compete alla violenza nei rapporti
sociali di oggi".
La guerra di classe è dunque per lui l'essenza e la speranza del socialismo.
Egli non oppone due sistemi, socialismo e capitalismo, libera concorrenza e
collettivismo, per sottolineare i difetti e i vizi dell'uno e le qualità e i
meriti dell'altro; egli oppone in una guerra eroica e leale, all'ultimo sangue,
una nozione proudhoniana, questa, sempre sovrapposta al marxismo e
sostanzialmente dominantelo, il proletariato alla borghesia. Dal loro urto
scaturirà il Sublime.
Sorel si occupa assai poco di economia. Egli tuona contro la borghesia
vigliacca, arrogante, invidiosa e avida, i cui costumi, negli ultimi trent'anni
presi in considerazione, lo hanno definitivamente irritato e che lascia perire
il retaggio sacro della umanità contrario al sistema economico di cui non è
neppure beneficiaria.
Sorel si vieta ogni previsione sull'avvenire: egli aveva in grande orrore le
utopie e gli utopisti: "Con che si fanno le utopie? Col passato, e spesso con un
passato assai remoto". Spesso gli è stato rimproverato di non aver tenuto conto
dell'organizzazione produttiva -descrizione che è generalmente richiesta ai
teorici del socialismo- che in modo troppo semplicista. Nella prospettiva
soreliana tale rimprovero è assurdo. Egli si accontenta deliberatamente di un
atto di Fede sulla capacità di gestione della classe operaia, affinata dalla
suprema lotta. L'idea dello sciopero generale produce presso i lavoratori "uno
stato d'animo epico, che tende tutte le forze dell'Anima verso condizioni che
permettano di realizzare un'officina che funzioni liberamente e che sia
prodigiosamente progressiva".
Egli si rifiuta altresì di tracciare, anche solo a grandi linee, l'immagine
della società futura. Sorel ha bersagliato di sarcasmi e dileggi gli scrittori
socialisti che avevano tentato di descriverla con un'ingegnosità più o meno
felice, in particolare scagliandosi contro Jean Jaures e Charles Fourier:
"Sembrava loro che le proprie invenzioni fossero tanto più convincenti quanto
più l'esposizione era conforme alle esigenze di un libro scolastico".
Il più grande merito attribuito a Marx da Sorel e che invece contrapponeva il
Nostro in maniera feroce agli epigoni del rivoluzionario tedesco, i cosiddetti
marxisti, si concretava proprio su questo punto: "Non si saprebbe troppo
insistere sul fatto che Marx condanna tutte le ipotesi costruite dagli utopisti
circa l'avvenire". "Ho detto che Marx rifiutava tutti i tentativi orientati
verso la determinazione delle condizioni di una società futura; non si saprebbe
abbastanza insistere su questo argomento, poichè noi vediamo che in tal modo
Marx si collocava al di fuori della società borghese".
La società futura per Sorel scaturirà del tutto naturaliter dall'azione del
movimento operaio. Più il movimento operaio saprà essere Eroico e Puro, più la
società che si elaborerà in seno al medesimo raggiungerà un elevato livello.
Il diritto operaio non è dunque il diritto che fabbricano i legislatori borghesi
amanti delle scienze sociali nel loro Parlamento, è il diritto che nasce nelle
attività sindacali: "Si dovrebbero definire diritto operaio gli usi che si
formano nella classe lavoratrice, e che possono, perfezionandosi, diventare il
diritto futuro".
Ragionando per analogia, Sorel crede di cogliere delle affinità spirituali
sorprendenti tra le qualità dei soldati delle guerre napoleoniche per la
Libertà, quelle suscitate tra i lavoratori dallo sciopero generale e quelle che
dovrebbero possedere i membri di un'officina socialista. L'operaio di
un'officina socialista, come il soldato delle guerre per la Libertà, il
militante sindacalista, non regola il suo sforzo su una misura esteriore; egli
tende piuttosto a superare i modelli che gli si offrono, a voler spingere il
proprio sforzo più in alto; soltanto un paragone con l'Arte considerata come
"un'anticipazione della più alta produzione" potrebbe, secondo Sorel,
permetterci di capire vagamente quello che accadrebbe in un'officina -a questo
termine va esteso un significato lato, si intende- libera.
D'altra parte "l'industria moderna è caratterizzata da una preoccupazione sempre
maggiore dell'esattezza".
Altra analogia con lo spirito delle armate rivoluzionarie nelle quali i soldati
delle guerre per la Libertà "attribuivano un'importanza quasi superstiziosa
all'adempimento delle più piccole consegne". Sorel afferma: "Quando si lancia
una colonna d'assalto, gli uomini che marciano in testa sanno che sono votati
alla morte, e che la gloria sarà per quelli che, calpestando i loro cadaveri,
entreranno in territorio nemico. Tuttavia essi non pensano a questa grande
ingiustizia e vanno avanti".
I soldati delle armate rivoluzionarie che procedevano senza sperare ricompensa,
i grandi artisti sconosciuti che hanno edificato le cattedrali, gli inventori
che hanno assicurato il trionfo dell'industria moderna senza attendere una
rimunerazione per le loro scoperte, hanno tutti vissuto senza ricevere una
ricompensa personale immediata e adeguata del loro eroismo, del loro genio, del
loro sforzo.
Il sacrificio più assoluto e dedito di se stessi in nome di un Ideale
indicibile: non possono che emergere nella nostra mente le figure misteriose,
fulgide ed altere di due Incomparabili Genii, immeritatamente per noi italiani:
Bruno Filippi e Carlo Michelstaedter. Nel nostro mondo marcio, esiste ancora una
forza d'entusiasmo ad essi confrontabile? Sorel lo crede: egli pensa che
l'entusiasmo e la fede che sono stati la forza motrice del movimento
rivoluzionario saranno domani le forze vive della "morale dei produttori":
responsabilità personale, eroismo invincibile, disciplina interiore,
abnegazione, rifiuto del mondano osceno e scurrile.
Sorel prosegue nel suo discorso enunciando: "La morale non è destinata a
scomparire perchè le sue forze motrici saranno cambiate; essa non è condannata a
diventare una semplice raccolta di didascalici precetti, se può allearsi ancora
a un entusiasmo capace di vincere tutti gli ostacoli opposti dall'abitudine, dai
pregiudizi e dal bisogno di vantaggi immediati-portati di una logica
utilitaristica-benthamiana. Ma è certo che non si potrà conquistare questa forza
sovrana seguendo le vie nelle quali vorrebbero farci entrare i filosofi
contemporanei, gli esperti in scienza sociale e gli inventori di riforma
profonda. Oggi non vi è che una sola forza che possa provocare quell'entusiasmo
senza il cui aiuto non vi è morale possibile: è la forza che si sviluppa dalla
propaganda in favore dello sciopero generale. Abbiamo così riconosciuto che vi
sono degli stretti legami tra i sentimenti provocati dallo sciopero generale e
quelli che sono necessari per innescare il processo della produzione. Abbiamo il
diritto di sostenere che il mondo moderno possiede il movente primo che può
assicurare la morale dei produttori".
Ma perchè il socialismo possa adempiere alla sua funzione soteriologica, dopo il
crollo degli antichi valori e il processo nietzscheano che prevede la
Trasvalutazione degli stessi, occorre che esso sia perfettamente autonomo e
puro, occorre che non debba nulla alle ideologie tradizionaliste della
borghesia.
Il movimento socialista rivoluzionario deve essere immune da ogni elemento
estraneo, deve includere e prevedere presso di sè il vituperato ma sempre valido
concetto di epurazione, nonchè la prassi derivante da quello, che sia
nell'accezione nietzscheana che in quella staliniana lo conduce al suo repente
rafforzamento. Deve essere un movimento anti-intellettualistico, rigorosamente
ed esclusivamente rivoluzionario e proletario: deve destituire quindi
intellettuali, commercianti, piccoli borghesi, funzionari.
Due pericoli minacciano il socialismo secondo Sorel: il primo, sul piano
politico, costituito da tutte le deviazioni democratiche, riformiste e
parlamentari possibili; il secondo, sul piano economico, costituito invece da
tutti gli squallidi tentativi di collaborazione fra le classi che Sorel
simboleggia e compendia in una sola espressione, la vigliaccheria borghese.
Il socialismo riformista e parlamentare cerca indifferentemente la clientela
elettorale fra tutte le classi sociali. Esso mira alla conquista dello Stato
mediante il suffragio universale, ennesima frale menzogna, illusione
democratica, vuotando il socialismo di ogni contenuto classista e togliendo al
marxismo le sue poche potenzialità liberatrici:
"La letteratura elettorale sembra ispirata dalle più pure dottrine demagogiche:
il socialismo di questo tipo si rivolge agli scontenti, qualsiasi sia la loro
appartenenza di classe; per questo troviamo dei socialisti laddove non ci
aspetteremmo di rinvenirli. Il socialismo parlamentare parla tanti linguaggi
quanti sono i tipi delle clientele. Esso si rivolge agli operai, ai piccoli
padroni, ai contadini, a dispetto di Engels anche agli affittuari; talvolta è
patriota, talvolta declama contro l'esercito; nessuna contraddizione lo ferma,
perchè l'esperienza ha dimostrato che si può, in una campagna elettorale,
riunire le forze che dovrebbero essere normalmente antagoniste, secondo le
stesse concezioni marxiste. D'altra parte un deputato non può rendere servizi a
elettori di ogni situazione economica".
"I socialisti parlamentari - prosegue ancora Sorel - non possono avere grande
influenza se non giungono ad imporsi a gruppi molto dissimili parlando un
linguaggio volutamente confuso: a loro occorrono degli elettori operai
abbastanza ingenui da lasciarsi ingannare dalle frasi roboanti sul futuro
collettivismo. Essi devono presentarsi come profondi filosofi ai borghesi
stupidi che vogliono sembrare esperti in questioni sociali; devono poter
sfruttare persone ricche che credono di ben meritare dall'umanità attuando
imprese di politica socialista. Quest'influsso è fondato sull'arruffio e i
nostri grandi uomini lavorano con successo spesso troppo grande a creare la
confusione nelle idee dei loro elettori".
Queste pratiche elettorali portano con sè la più larga corruzione. I deputati
socialisti non sono certo da meno dei parlamentari più esplicitamente borghesi
nell'arte dell'inganno e dell'imbroglio. E le "Riflessioni sulla violenza"
costituiscono parimenti un libello antidemocratico d'una violenza e d'una
vivacità raramente in seguito raggiunti.
Già nel 1906, Sorel, dopo le delusioni indottegli dalla campagna dreyfusarda,
non ha più alcun riguardo per la democrazia; è risolutamente antidemocratico, e
tale resterà fino alla morte. "Il suo antidemocraticismo resterà sempre -ha
scritto Pirou- quanto mai saldo e risoluto. Esso è il perno fisso intorno al
quale girerà ormai la sua dottrina". La democrazia che trascina il socialismo
nella via delle transazioni e dei compromessi è il nemico principale del
movimento operaio, il suo principale agente di confusione e di dissoluzione:
"L'esperienza ha finalmente dimostrato che un accordo fra il socialismo e la
democrazia non permette all'ideologia rivoluzionaria di mantenersi all'altezza
che essa dovrebbe avere perchè il proletariato possa compiere la sua missione
storica. La liquidazione della rivoluzione dreyfusarda doveva portarmi a
riconoscere che il socialismo proletario o Sindacalismo non realizza pienamente
la sua natura se non quando è volontariamente un movimento operaio rivolto
contro i demagoghi".
"La democrazia elettorale - scrive ancora, e in questo passo che è di
un'attualità sconcertante, veramente in maniera magistrale, Sorel - assomiglia
molto al mondo della Borsa. In un caso, come nell'altro, bisogna operare
sull'ingenuità delle masse, comprarsi l'appoggio della grande stampa e aiutare
il caso con un'infinità di astuzie; non c'è grande differenza fra un finanziere
che immette nel mercato dei clamorosi affari che poi crollano in pochi anni, e
il politicante che promette ai suoi concittadini un'infinità di riforme che non
sa come attuare e che si ridurranno a un mucchio di carte parlamentari. Gli uni
e gli altri non capiscono nulla della produzione e cercano tuttavia di imporsi
ad essa, di dirigerla male, e di sfruttarla spudoratamente; essi sono abbagliati
dalle meraviglie della industria moderna e pensano che il mondo sia abbastanza
provvisto di ricchezze perchè lo si possa derubare largamente, senza far troppo
gridare i produttori. Spennare il contribuente senza che si ribelli: ecco tutta
l'arte del grande statista e del grande finanziere. Democratici e affaristi
hanno una capacità tutta particolare per fare approvare i loro imbrogli dalle
assemblee deliberanti; il regime parlamentare è mistificato come le riunioni di
azionisti. Probabilmente è a causa dalle affinità psicologiche profonde
risultanti da questi modi di agire, che gli uni e gli altri s'intendono così
perfettamente: la democrazia è il paese di cuccagna sognato dai finanzieri senza
scrupoli".
Ed inoltre: "I politicanti sono gente navigata, nei quali la perspicacia è resa
singolarmente aguzza dagli appetiti voraci e fra i quali la caccia ai buoni
posti sviluppa scaltrezze da apache".
Le "Riflessioni" sono colme di centinaia di aforismi dello stesso tipo,
magnifici e fulminanti. Giuseppe La Ferla, nel suo "Renan politico" (Firenze
1953, pagina 66) sostiene che Renan, con la romantica affermazione già nel 1849
di un "compito provvidenziale della barbarie", consistente nel restituire allo
spirito e alla cultura il loro primigenio vigore, sia il primo ispiratore delle
"Riflessioni" soreliane, insieme a Marx e a Vico. Se così fosse, noi lo
ringraziamo per questo: l'esigenza di una riforma intellettuale e morale,
antecedente al rovesciamento dei rapporti sociali ed economici dominanti, comune
secondo il giudizio di Gramsci sia a Sorel che a Renan medesimo, è rimasta tale
quale era, un'esigenza, non c'è stata, non ci sarà; non abbiamo altra speranza
nell'avvenire se non nel Caos, ci insegna Ernest Coeurderoy. Ma rimane
l'impronta ferma di quest'opera colossale, somma e sontuosa, le "Riflessioni
sulla violenza" di Sorel, ed incancellabile il merito che il nostro Maestro
Sorel ha avuto nell'espungere dal marxismo tutte le aspirazioni teleologiche,
scientiste, positiviste, nell'eliminare da esso qualsiasi traccia di filosofia
della storia, nell'assegnare alla violenza la virtù, l'onere e l'onore della
azione creatrice, o se preferite, seguendo Georges Palante, della Bontà
Creatrice, il compito di una nuova fondazione etica. L'avvenire si divarica
enigmatico innanzi a noi, la Volontà nostra o del Fato - l'amor fati
nietzscheano- lo determinerà; ma anche se lo scoramento e lo sgomento sono i
sentimenti odiernamente prevalenti nei nostri pensieri, il debito di
riconoscenza nostro nei confronti di Sorel non verrà mai meno.
Egli fu il nostro maestro di libertà e di rivolta. Non cesserà mai di esserlo.
Ed io, timido auleda, non posso esimermi dal cantarne la venustà prima di
sprofondare rigenerato nella mia familiare catabasi. Poichè il mio lene delirio
nell'inesausta caldezza del Sole non si perita di risparmiare neppure il
socialismo, fosse pure codesto, eresiarchico, di Georges Sorel, a cui le
ingiurie del Tempo edace non potranno sottrarre le faville dell'eversività.
"Penso che il desiderio di ricondurre tutto al punto di vista scientifico
conduca - quasi necessariamente - all'utopia o al socialismo di stato".
(Georges Sorel, "La rovina del mondo antico", I edizione Parigi 1902)
"In ogni problema la scienza agisce in modo potente dando all'uomo
un'intelligenza completa delle sue azioni ed eliminando le illusioni parafisiche
che vengono, ad ogni momento, a turbare il nostro spirito. Tuttavia, perchè si
produca il cambiamento è necessario ben altro che la scienza; ci vuole
l'evoluzione dell'ambiente artificiale nel quale viviamo: i bisogni della vita
economica dell'ambiente sono i motori diretti. Non possiamo dire che cosa sarà
la società collettivista come non possiamo dire che cosa sarà la macchina a
vapore tra un secolo: sforziamoci piuttosto di comprendere e giudicare quello
che facciamo".
(Georges Sorel, "L'antica e la nuova metafisica", 1894)
"Il socialismo, mantenendo le forme, il nome, gli schemi delle argomentazioni, -
tutto il frasario di Marx - ha ridotto la sua negazione della società borghese a
un elemento di riforma nella società borghese, volto a scopi più o meno
particolari e materiali: più o meno mite, a seconda che più o meno i capi del
partito avevano bisogno della società borghese e, approfittando della forza che
loro concedeva il partito, ambivano a un posto in quella. Così che in Francia il
socialismo è giunto al governo, in Germania ha creato una classe benestante più
borghese dei borghesi, in Italia... dell'Italia è pietoso tacere".
(Carlo Michelstaedter, "La Persuasione e la Rettorica", 1910)
L'ERESIA SORELIANA
Noi siamo in linea di massima comunisti anarchici per
quel che concerne l'aspetto economico, anche se propriamente l'anarchico
individualista deve ignorare l'economia, anzi professare il disprezzo
dell'economia; utilizziamo pro domo nostra questa espressione tipicamente
evoliana rigettando la turpe ideologia che soggiace ad essa. L' unico
interesse nostro appo la questione economica ci deriva dallo stirnerismo,
naturalmente in maniera paradossale; mi riferisco alla prima embrionale
teorizzazione, operata da Stirner, del concetto di sciopero generale nelle
pagine dell' "Unico" (1845) e che poi sara' Sorel a portare a
magnificenti conclusioni in una traiettoria teoretica che parte dall' "Avvenire
socialista dei sindacati"(1898) e arriva alle imprescindibili "Riflessioni
sulla violenza" (1908). Quindi, pensare l'economia per distruggere
l'economia; ma è ancora troppo, un eccessivo coinvolgimento nelle cose, per
coloro i quali hanno fondato la loro causa sul Nulla.
Ad ogni modo Sorel, come Nietzsche, considerava la sua epoca come un periodo di
fiacchezza culturale e di decadimento umano e morale e credeva suo dovere
combattere la mediocrità' borghese propugnando una morale eroica e
rivoluzionaria piu' severa e rigida. Percio' molto di quello che oggi i
borghesi, i politicanti e gli esponenti di quella obbrobriosa e nauseabonda
pseudopolitica culturale della cosiddetta sinistra trovano ripugnante in Sorel,
particolarmente il suo odio per il socialismo partitico e burocratico e per la
democrazia parlamentare, nono solo puo' essere attribuito alla situazione in cui
egli scriveva, ma è cio' che noi nemici dell' Ordine rivendichiamo con forza
e asprezza come attualmente ancora valido e come "nostro". Il socialismo
francese cosi' come ogni socialismo organizzatore meritava ampiamente gli strali
soreliani e li merita ancora. Nulla vi è di piu' infame del riformismo.
In ogni caso la separazione dall'economico è un privilegio
dell'individualista, concessogli dalla sua tragica ed inappellabile visione
del mondo edella vita: per le masse invece l'Economico rimane indispensabile,
Sorel infatti scrive:
"Una collettivita' è inchiodata alle categorie economiche come l'individuo è
inchiodato al suo sistema nervoso".
Nella concezione soreliana sussiste una antinomia o piu' precisamente una coppia
opposizionale le cui due polarita' sono la violenza proletaria da un lato e la
forza statale dall'altro. La violenza è sempre proletaria e la forza è sempre
dello Stato; è uno sviluppo teorico chiaramente piu' ancora anti-statale che
anti-capitalistico, e pertanto di chiara matrice proudhoniana. Su di esso
si inserisce pero' in maniera originale l'analisi marxista, della quale
viene difesa piu' lo spirito della lettera, e per la quale lo Stato non è
un organo neutrale e al di sopra delle classi come in Proudhon bensi' e'
espressione diretta delle classi dominanti. Perno di tutto e motore della
Storia essendo beninteso la lotta di classe per una societa' socialista
autogovernata dai liberi produttori, perchè in Marx, "l'emancipazione della
classe operaia non puo' che essere opera della stessa".
In seguito Filippo Corridoni, ripecorrendo queste orme, per
distorgliersene appena, diede il suo originale contributo condensato nella
formula dell'"autogoverno delle categorie produttive". Sono questi degli
ibridi sublimi ed affascinanti da un punto di vista formale ed estetico,
sconfitti purtroppo se mirati da una prospettiva sostanziale.
Ma di questo, della pars costruens del sistema soreliano, in fondo poco mi
importa. Sorel, cosi' come scrive lo squallido scrittore borghese H.Stuart
Hughes nel suo "Coscienza e societa'. Storia delle idee in Europa dal 1890 al
1930" (1), ma in questo caso a
ragione, "appartiene alla tradizione dei grandi suscitatori di dubbi, dei
grandi eversori delle opinioni gia' fatte e comunemente accettate, di uomini
come Pietro Abelardo e Nietzsche e Socrate": il suo pensiero eversivo ci
insegna a decostruire, decomporre, demolire, distruggere, perche' l'opera di
distruzione deve essere radicale in questa societa', perche' l'opera di
distruzione deve essere radicale di questa societa', perche cio' che ci unisce è
lo sdegno morale per tutto quello che di ingiusto e di fetido quivi impera.
Spetta a noi, élite di ribelli aristocratici e sprezzanti, fanatici del dubbio,
cultori delle incertezze, scuotere le alme schiave e avvilite, condurle alla
stirneriana rivolta con una lunga serie di tentativi, spesso vani e insensati,
mai abbastanza numerosi alla bisogna.
E concludiamo con una citazione soreliana tanto superba esteticamente quanto è
nell' intero corpus della sua opera la piu' direttamente ed esplicitamente di
filiazione nietscheana:
"Io non sono tra coloro che credono destinato a sparire il tipo acheo,
cantato da Omero, l'eroe indomito, che fiducioso nella propria forza, si colloca
di la' dalle leggi. Se di frequente si è creduto alla sua futura sparizione,
cio' dipende dal fatto che i valori omerici sono stati considerati come
inconciliabili con altri valori, derivanti da un principio completamente
diverso. Molti problemi morali cesserebbero di spingere gli uomini al progresso,
se alcune persone ribelli non costringessero il popolo a ritrovar se' stesso."
(Georges Sorel, "Riflessioni sulla violenza", I
edizione 1908)
Il revisionista riformista del marxismo, Edouard Bernstein, per semplificare e
sloganizzare il suo discorso e i suoi assunti, sosteneva che il movimento è
tutto, il fine è nulla. Io per molto tempo ho cercato di controbattere che il
movimento è nulla, il fine è tutto, ed ho tentato di agire in questo senso.
Mestamente ho concluso, oggi ed invece, che il movimento è nulla, il fine è
nulla.
(1). Einaudi Editore,Torino 1967