Da G. Almirante, Autobiografia di un "fucilatore", Milano, Edizioni
del Borghese, 1973, pp. 162-168:


Prima osservazione, forse la più importante: sul frontespizio di questa parte del copione campeggia una parola sola: libertà. Ero andato cercandola durante le fasi amare della guerra, ma vestivo una divisa che per me non era soltanto un abito e un regolamento di disciplina; mi era sembrato di averla acciuffata proprio nel momento in cui, 25 luglio e 8 settembre, entravo a fare parte del mondo dei vinti, ma subito mi ero accorto che l'esser vinto è una condizione non una scelta; ero corso al Nord per sentirmi libero, ma anche lassù avevo dovuto fare i conti con una dura realtà che non era una costrizione perché l'accettavo, ma che era pur sempre un imperativo categorico che mi giungeva dall'alto e dal di fuori; ci avevo lungamente pensato durante la latitanza, ma in quell'epoca formativa ed oscura la mia coscienza oscillava tra un profondo desiderio di distaccata pace e una rabbiosa volontà di disordinata ripresa.

Ora, cioè nei giorni immediatamente successivi al 26 dicembre 1946, data di nascita del MSI, mi trovavo all'improvviso segretario di un partito, e quindi padrone, almeno virtualmente, di tanti altri destini e non solo del mio. Mi giovò moltissimo, anche se questo vi sembrerà uno tra i molti paradossi di cui è costellata la mia storia, il non essere un uomo politico, soprattutto il non sentirmi tale, il non riconoscermi una vocazione politica. Ve l'ho detto da principio e ho aggiunto che ci sarei tornato più avanti, per non scandalizzarvi troppo presto. Ecco: gli amici che il 26 dicembre 1946 come segretario del partito scelsero proprio me, se per avventura non sbagliarono, non  sbagliarono perché, istintivamente, non scelsero in me l'uomo politico ma l'uomo libero. Ero tra i più giovani, non avevo vincoli tassativi con un passato personale, perché la mia carriera politica in regime fascista non si era spinta più in là del Guf-Lettere di Roma, non avevo legami di ambiente, non avevo impegni professionali assorbenti perché, abbandonate le poco lucrose rappresentanze  commerciali, mi arrangiavo quale professore in Lettere, sia presso un istituto privato sia attraverso qualche ripetizione che davo (latino e greco) nei locali stessi del partito, non disponendo di un ufficio e neanche di una dimora che mi permettesse di ricevere.

 In simili condizioni, con tali precedenti, in un clima, tra noi, di fraterna amicizia, e quindi essendo esente da quelle preoccupazioni politiche interne che assorbono i segretari di partito molto più che le vicende politiche vere e proprie, mi sentii libero e fui effettivamente libero di scegliere, per me quale segretario del partito e quindi per il partito, il metodo a me più congeniale. Scelsi il colloquio; e da tale scelta iniziale e di fondo non mi sono mai distaccato e non mi distaccherò mai. Scelsi il colloquio verso l'esterno, così come tanti anni dopo, ridiventato segretario del partito nel 1969, scelsi prima il colloquio verso l'interno e subito dopo la ripresa, non a titolo personale, del largo colloquio con gli Italiani. Intendo dire che io sono probabilmente un pessimo politico; ma che non so far politica che in un modo: conversando con il mio prossimo, cercando di capirlo attraverso le domande che mi pone e cercando di farmi capire attraverso le risposte che gli do. Non capisco, anzi non conosco, programmi politici che nascano negli alambicchi. Sono sempre stato pronto, e lo sono tuttora, per la discussione più aperta, più schietta, più spregiudicata, dei contenuti di tutto il mio impegno politico.

 Ecco perché, istintivamente, cominciai nel modo che precedentemente vi ho descritto, affiggendo un avviso e invitando gente non per venire ad ascoltare, ma per venire a interrogare e a discutere. Ecco perché l'esperimento ebbe tanto successo; tanto, che nel giro di tre settimane passammo dalla sessantina di intervenuti in sede, alle molte centinaia che stiparono un cinema di Roma: molte centinaia di liberi cittadini, tra cui emerse, per chiedere e per parlare, Roberto Mieville; Mieville che il giorno dopo, invitatolo in sede, io nominavo nostro segretario nazionale giovanile; e la scelta non era davvero sbagliata. Folle, assurdo, non è vero, un partito che inventa il segretario nazionale giovanile nel corso di un libero dibattito, aperto a tutti? Eppure, le nostre origini furono proprio queste; e ben presto la logica del metodo da noi prescelto ci portò verso più vasti contatti, all'aria aperta, in piazza. Nacquero i nostri comizi. A questo punto la fortuna mi diede una mano. In parecchi sensi. Mi diede una mano perché qualcuno mi suggerì di utilizzare, per i comizi, le camionette che allora largamente sostituivano, a Roma, i mezzi pubblici non ancora rientrati in servizio.

La camionetta era economica (tremila lire di affitto), si trasformava in palchetto comiziale, si spostava rapidamente, in arrivo e soprattutto in partenza, con risultati che potei immediatamente apprezzare. La fortuna mi diede una mano anche perché inviò sulla mia strada avversari che non potrei definire intelligenti, i quali, aggredendo ogni giorno, letteralmente ogni giorno, me e i miei pochi amici, e impedendo con la forza i nostri comizi per un mese di seguito, nel settembre-ottobre 1947 in Roma, ottennero due risultati: evitarono al sottoscritto un mese di cattive figure, perché non avevo alcuna esperienza in fatto di oratoria di piazza e penso quindi che sarei stato una vera "frana", come dicono i ragazzi di oggi; fecero non a me (la nostra propaganda era assolutamente anonima, né io ero candidato, in quelle elezioni amministrative romane) ma al partito una pubblicità che in nessuna altra guisa saremmo riusciti a ottenere. Una pubblicità che diede i suoi frutti il trentesimo giorno quando, avendo io indetto un comizio in piazza Colonna, e avendo, per la verità, scelto un'ora adatta, un'ora in cui calcolavo che alcune centinaia di passanti si sarebbero fermati per ascoltare, ottenni tutto in una volta, come un fortunato giocatore che realizza l'en plein dopo una serie di puntate andate a vuoto.

Realizzammo, infatti, lo spettacolo di ventimila persone presenti, l'intervento di due grossi parlamentari antifascisti (ho promesso di non fare il nome di viventi) che, mancando i soliti attivisti, tentarono di interrompere il comizio e ne furono a loro volta impediti dalla folla; e, in finale, l'intervento, del tutto fuori programma, del primo reparto celere, che procedette allo scioglimento del comizio manu militari, gettandosi con le camionette tra la gente, giungendo fino a me, rovesciando il tavolino sul quale mi ero issato per parlare, inducendo Renato Angiolillo a darmi civile e generosa ospitalità sulla terrazza del Tempo, scatenando in piazza una battaglia che durò molte ore, avendo a protagonista una folla che non accettava e non ammetteva di lasciarsi sciogliere, per la semplice ragione che in precedenza non si era sentita "legata" da alcuno ed era intervenuta spontaneamente per ascoltare un discorso. Due giorni dopo il MSI conquistava i suoi primi tre consiglieri al Comune di Roma; e quei tre consiglieri garantivano ai Romani la possibilità di eleggere un sindaco non comunista. Un mese dopo, il sottoscritto veniva condannato ad un anno di confino di polizia. Debbo convenire che la mia battaglia di uomo libero non era stata troppo apprezzata, al vertice della democrazia nostrana, se tali ne erano le immediate conseguenze.

Che avevo fatto di male? L'accusa, dinanzi alla commissione speciale per il confino di polizia (istituto che successivamente fu abolito, ma che era allora chiamato in causa con una certa frequenza), fu di "apologia di fascismo". Giuro con tranquilla coscienza sulla mia totale innocenza di allora. Posso giurare perché, ignaro di comiziale oratoria, avevo scritto il discorso, lo avevo imparato a memoria, avevo addirittura pregato un amico di starmi vicino e con il testo tra le mani, per suggerirmi quel che l'emozione avrebbe potuto farmi dimenticare. Ma c'è di più: quando venne presa, nel modo che tra poco vi dirò, la decisione di sciogliere il comizio, avevo appena cominciato a parlare; tanto è vero che l'assalto del primo reparto celere ebbe luogo dopo circa un quarto d'ora dall'inizio della manifestazione. Posso giurare sulla mia totale innocenza anche perché il discorso venne pubblicato per intero su Rivolta Ideale e il giornale non venne incriminato dalle stesse autorità che incriminarono me. Posso giurare soprattutto perché non era nella mia intenzione, allora, ma non era soprattutto nella mia possibilità, pronunciare discorsi apologetici. Un minimo di buonsenso era sufficiente per comprendere che il clima non era idoneo a determinare positivi apprezzamenti nei confronti di chi si fosse abbandonato alla apologia nella Roma 1947, e soprattutto nel quadro di una campagna elettorale amministrativa. Perché, allora, lo scioglimento e il provvedimento? Quel giorno a Montecitorio i padri costituenti erano riuniti per importanti motivi, alla presenza di De Gasperi e del Ministro dell'Interno.

Durante la riunione, i due deputati antifascisti cui ho fatto cenno uscirono, credo a braccetto, dal tempio della democrazia, per prendere una boccata d'aria, o forse per andare in piazza Colonna a sorbire qualche bibita introvabile alla buvette. Giunti ai margini della piazza, udita la mia voce (il sottoscritto non era nella condizione di vederli, perché stava parlando dal lato opposto), saputo di qual movimento politico si trattava, misero senza esitare in atto i metodi della "loro" democrazia e tentarono di strappare i fili degli altoparlanti che pendevano da quella parte. Riconosciuti da alcuni ascoltatori, che a volo ne compresero gli intendimenti, furono sottoposti, a loro volta, ad un trattamento "democratico" non violento ma persuasivo: sputi e parolacce. Essendo in minoranza, e forse non sentendosi troppo tranquilli, i due parlamentari corsero indietro, varcarono correndo il portone del tempio della democrazia, precorsero in un battibaleno i corridoi, traversarono il transatlantico, entrarono trafelati in aula, al grido: "I fascisti in piazza Colonna!". Leggete il resoconto stenografico di quella seduta, 10 ottobre 1947.

Potrete divertirvi. Il resoconto registra una brusca interruzione, un accenno di tumulto, anche se non registra, nella sua ufficialità, tutto quello che avvenne: i padri costituenti pallidi, in piedi, nel dilagante convincimento che "i fascisti" avessero organizzato una seconda marcia su Roma e fossero già lì, a due passi da Montecitorio. De Gasperi chiese precisazioni al Ministro dell'Interno, il Ministro dell'Interno rispose, falsamente, che il comizio non era autorizzato (mentre era autorizzatissimo, trattandosi di un comizio elettorale di chiusura, con tanto di manifesti) e telefonò al Questore ordinando l'immediato scioglimento. Tutto ciò premesso, non era pensabile che un regime democratico non prendesse le sue misure contro il colpevole; Parlamento e Governo avrebbero perduto la faccia se allo scioglimento del comizio avesse fatto seguito la mia assoluzione. Fu così che la commissione per il confino di polizia ebbe l'ordine di condannarmi; e fu così che non scontai la condanna. Mi fecero partire soltanto per comunicarmi all'arrivo, negli uffici della questura di Salerno, quello che avrebbero potuto comunicarmi in partenza, e cioè che la pena mi era stata condonata, per intervento del Presidente del Consiglio. Il giorno dopo, mi convocò il Questore di Roma, per congratularsi con me e per raccomandarmi di svolgere attività politica "con discrezione". Il che  puntualmente ho fatto, come tutti sanno. Cose d'Italia.