Benito Mussolini
LA DOTTRINA DEL FASCISMO
1933-XI
TRATTO DA WWW.PIRALLI.IT/DOTTRINA.HTM
IDEE FONDAMENTALI
I
Come ogni salda concezione politica, il fascismo è prassi ed è pensiero, azione
a cui è immanente una dottrina, e dottrina che, sorgendo da un dato sistema di
forze storiche, vi resta inserita e vi opera dal di dentro. Ha quindi una forma
correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto
ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero. Non
si agisce spiritualmente nel mondo come volontà umana dominatrice di volontà
senza un concetto della realtà transeunte e particolare su cui bisogna agire, e
della realtà permanente e universale in cui la prima ha il suo essere e la sua
vita. Per conoscere gli uomini bisogna conoscere l'uomo; e per conoscere l'uomo
bisogna conoscere la realtà e le sue leggi. Non c'è concetto dello stato che non
sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di
idee che si svolge in una costruzione logica o si raccoglie in una visione o in
una fede, ma è sempre, almeno virtualmente, una concezione organica del mondo.
II
Così il fascismo non si intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici,
come organizzazione di partito, come sistema di educazione, come disciplina, se
non si guardasse alla luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo
spiritualistico. Il mondo per il fascismo non è questo mondo materiale che
appare alla superficie, in cui l'uomo è un individuo separato da tutti gli altri
e per sé stante, ed è governato da una legge naturale, che istintivamente lo
trae a vivere una vita di piacere egoistico e momentaneo. L'uomo del fascismo è
individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e
generazioni in una tradizione e in una missione, che sopprime l'istinto della
vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita
superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui l’individuo,
attraverso l'abnegazione di sé, il sacrifizio dei suoi interessi particolari, la
stessa morte, realizza quell'esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore
di uomo.
III
Dunque concezione spiritualistica, sorta anche essa dalla generale reazione del
secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell'Ottocento.
Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né
passivamente ottimistica, come sono in generale le dottrine (tutte negative) che
pongono il centro della vita fuori dell'uomo, che con la sua libera volontà può
e deve crearsi il suo mondo. Il fascismo vuole l'uomo attivo e impegnato
nell'azione con tutte le sue energie: lo vuole virilmente consapevole delle
difficoltà che ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta
pensando che spetti all'uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di lui,
creando prima di tutto in sé stesso lo strumento (fisico, morale, intellettuale)
per edificarla. Così per l'individuo singolo, così per la nazione, così per
l'umanità. Quindi l'alto valore della cultura in tutte le sue forme - arte,
religione, scienza - e l'importanza grandissima dell'educazione. Quindi anche il
valore essenziale del lavoro, con cui l'uomo vince la natura e crea il mondo
umano (economico, politico, morale, intellettuale).
IV
Questa concezione positiva della vita è evidentemente una concezione etica. E
investe tutta la realtà, nonché l'attività umana che la signoreggia. Nessuna
azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del
valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita perciò quale la
concepisce il fascista è seria, austera, religiosa: tutta librata in un mondo
sorretto dalle forze morali e responsabili dello spirito. Il fascista disdegna
la vita «comoda».
V
Il fascismo è una concezione religiosa, in cui l'uomo è veduto nel suo immanente
rapporto con una legge superiore, con una Volontà obiettiva che trascende
l'individuo particolare e lo eleva a membro consapevole di una società
spirituale. Chi nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a
considerazioni di mera opportunità, non ha inteso che il fascismo, oltre a
essere un sistema di governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero.
VI
Il fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo non è quello che è se
non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e
sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde
il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle
norme del vivere sociale. Fuori della storia 1'uomo è nulla. Perciò il fascismo
è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo sec.
XVIII; ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso non crede
possibile la «felicità» sulla terra come fu nel desiderio della letteratura
economicistica del `700, e quindi respinge tutte le concezioni teleologiche per
cui a un certo periodo della storia ci sarebbe una sistemazione definitiva del
genere umano. Questo significa mettersi fuori della storia e della vita che è
continuo fluire e divenire. Il fascismo politicamente vuol essere una dottrina
realistica; praticamente, aspira a risolvere solo i problemi che si pongono
storicamente da sé e che da sé trovano o suggeriscono la propria soluzione. Per
agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo della
realtà e impadronirsi delle forze in atto.
VII
Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per
l'individuo in quanto esso coincide con lo Stato, coscienza e volontà universale
dell'uomo nella sua esistenza storica. E' contro il liberalismo classico, che
sorse dal bisogno di reagire all'assolutismo e ha esaurito la sua funzione
storica da quando lo Stato si è trasformato nella stessa coscienza e volontà
popolare. Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo
particolare; il fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo.
E se la libertà dev'essere l'attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto
fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il fascismo è per la
libertà. E' per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà
dello Stato e dell'individuo nello Stato. Giacché, per il fascista, tutto è
nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori
dello Stato. In tal senso il fascismo è totalitario, e lo Stato fascista,
sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita
del popolo.
VIII
Né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni,
sindacati, classi). Perciò il fascismo è contro il socialismo che irrigidisce il
movimento storico nella lotta di classe e ignora l'unità statale che le classi
fonde in una sola realtà economica e morale; e analogamente, è contro il
sindacalismo classista. Ma nell'orbita dello Stato ordinatore, le reali esigenze
da cui trasse origine il movimento socialista e sindacalista, il fascismo le
vuole riconosciute e le fa valere nel sistema corporativo degli interessi
conciliati nell'unità dello Stato.
IX
Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati
secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di
tutto e soprattutto Stato. Il quale non è numero, come somma d'individui
formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il fascismo è contro la
democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello
dei più; ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come
dev'essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l'idea più potente
perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale
coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi
nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti coloro che dalla natura e dalla
storia, etnicamente, traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la
stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una
volontà sola. Non razza, nè regione geograficamente individuata, ma schiatta
storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da un'idea, che è volontà di
esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità.
X
Questa personalità superiore è bensì nazione in quanto è Stato. Non è la nazione
a generare lo Stato, secondo il vieto concetto naturalistico che servì di base
alla pubblicistica degli Stati nazionali nel secolo XIX. Anzi la nazione è
creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale,
una volontà, e quindi un'effettiva esistenza. Il diritto di una nazione
all'indipendenza deriva non da una letteraria e ideale coscienza del proprio
essere, e tanto meno da una situazione di fatto più o meno inconsapevole e
inerte, ma da una coscienza attiva, da una volontà politica in atto e disposta a
dimostrare il proprio diritto: cioè, da una sorta di Stato già in fieri. Lo
Stato infatti, come volontà etica universale, è creatore del diritto.
XI
La nazione come Stato è una realtà etica che esiste e vive in quanto si
sviluppa. Il suo arresto è la sua morte. Perciò lo Stato non solo è autorità che
governa e dà forma di legge e valore di vita spirituale alle volontà
individuali, ma è anche potenza che fa valere la sua volontà all'esterno,
facendola riconoscere e rispettare, ossia dimostrandone col fatto l'universalità
in tutte le determinazioni necessarie del suo svolgimento. E perciò
organizzazione ed espansione, almeno virtuale. Cosi può adeguarsi alla natura
dell'umana volontà, che nel suo sviluppo non conosce barriere, e che si realizza
provando la propria infinità.
XII
Lo Stato fascista, forma più alta e potente della personalità, è forza, ma
spirituale. La quale riassume tutte le forme della vita morale e intellettuale
dell'uomo. Non si può quindi limitare a semplici funzioni di ordine e tutela,
come voleva il liberalismo. Non è un semplice meccanismo che limiti la sfera
delle presunte libertà individuali. È forma e norma interiore, e disciplina di
tutta la persona; penetra la volontà come l'intelligenza. Il suo principio,
ispirazione centrale dell'umana personalità vivente nella comunità civile,
scende nel profondo e si annida nel cuore dell'uomo d'azione come del pensatore,
dell'artista come dello scienziato: anima dell'anima.
XIII
Il fascismo insomma non è soltanto datore di leggi e fondatore d'istituti, ma
educatore e promotore di vita spirituale. Vuoi rifare non le forme della vita
umana, ma il contenuto, l'uomo, il carattere, la fede. E a questo fine vuole
disciplina, e autorità che scenda addentro negli spiriti, e vi domini
incontrastata. La sua insegna perciò è il fascio littorio, simbolo dell'unità,
della forza e della giustizia.
DOTTRINA POLITICA E SOCIALE
I
Quando, nell'ormai lontano marzo del 1919, dalle colonne del Popolo d’Italia io
convocai a Milano i superstiti interventisti-intervenuti, che mi avevano seguito
sin dalla costituzione dei Fasci d'azione rivoluzionaria - avvenuta nel gennaio
del 1915 -, non c'era nessuno specifico piano dottrinale nel mio spirito. Di una
sola dottrina io recavo l'esperienza vissuta: quella del socialismo dal 1903-04
sino all'inverno del 1914: circa un decennio. Esperienza di gregario e di capo,
ma non esperienza dottrinale. La mia dottrina, anche in quel periodo, era stata
la dottrina dell'azione. Una dottrina univoca, universalmente accettata, del
socialismo non esisteva più sin dal 1905, quando cominciò in Germania il
movimento revisionista facente capo al Bernstein e per contro si formò,
nell'altalena delle tendenze, un movimento di sinistra rivoluzionario, che in
Italia non uscì mai dal campo delle frasi, mentre, nel socialismo russo, fu il
preludio del bolscevismo. Riformismo, rivoluzionarismo, centrismo, di questa
terminologia anche gli echi sono spenti, mentre nel grande fiume del fascismo
troverete i filoni che si dipartirono dal Sorel, dal Lagardelle del Mouvement
Socialiste, dal Péguy, e dalla coorte dei sindacalisti italiani, che tra il 1904
e il 1914 portarono una nota di novità nell'ambiente socialistico italiano, già
svirilizzato e cloroformizzato dalla fornicazione giolittiana, con le Pagine
libere di Olivetti, La Lupa di Orano, il Divenire sociale di Enrico Leone. Nel
1919, finita la guerra, il socialismo era già morto come dottrina: esisteva solo
come rancore, aveva ancora una sola possibilità, specialmente in Italia, la
rappresaglia contro coloro che avevano voluto la guerra e che dovevano
«espiarla». Il Popolo d’Italia recava nel sottotitolo «quotidiano dei
combattenti e dei produttori». La parola «produttori» era già l'espressione di
un indirizzo mentale. Il fascismo non fu tenuto a balia da una dottrina
elaborata in precedenza, a tavolino: nacque da un bisogno di azione e fu azione;
non fu partito, ma, nei primi due anni, antipartito e movimento. Il nome che io
diedi all'organizzazione, ne fissava i caratteri. Eppure chi rilegga, nei fogli
oramai gualciti dell'epoca, il resoconto dell'adunata costitutiva dei Fasci
italiani di combattimento, non troverà una dottrina, ma una serie di spunti, di
anticipazioni, di accenni, che, liberati dall'inevitabile ganga delle
contingenze, dovevano poi, dopo alcuni anni, svilupparsi in una serie di
posizioni dottrinali, che facevano del fascismo una dottrina politica a sé
stante, in confronto di tutte le altre e passate e contemporanee.«Se la
borghesia, dicevo allora, crede di trovare in noi dei parafulmini si inganna.
Noi dobbiamo andare incontro al lavoro... Vogliamo abituare le classi operaie
alla capacità direttiva, anche per convincerle che non è facile mandare avanti
una industria o un commercio... Combatteremo il retroguardismo tecnico e
spirituale... Aperta la successione del regime noi non dobbiamo essere degli
imbelli. Dobbiamo correre; se il regime sarà superato saremo noi che dovremo
occupare il suo posto. Il diritto di successione ci viene perché spingemmo il
paese alla guerra e lo conducemmo alla vittoria. L'attuale rappresentanza
politica non ci può bastare, vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli
interessi... Si potrebbe dire contro questo programma che si ritorna alle
corporazioni. Non importa!... Vorrei perciò che l'assemblea accettasse le
rivendicazioni del sindacalismo nazionale dal punto di vista economico»... Non è
singolare che sin dalla prima giornata di Piazza San Sepolcro risuoni la parola
«corporazione» che doveva, nel corso della Rivoluzione, significare una delle
creazioni legislative e sociali alla base del regime?
II
Gli anni che precedettero la marcia su Roma, furono anni durante i quali le
necessità dell'azione non tollerarono indagini o complete elaborazioni
dottrinali. Si battagliava nelle città e nei villaggi. Si discuteva, ma - quel
ch'è più sacro e importante - si moriva. Si sapeva morire. La dottrina - bell'e
formata, con divisione di capitoli e paragrafi e contorno di elucubrazioni -
poteva mancare; ma c'era a sostituirla qualche cosa di più decisivo: la fede.
Purtuttavia, a chi rimemori sulla scorta dei libri, degli articoli, dei voti dei
congressi, dei discorsi maggiori e minori, chi sappia indagare e scegliere,
troverà che i fondamenti della dottrina furono gettati mentre infuriava la
battaglia. È precisamente in quegli anni, che anche il pensiero fascista si
arma, si raffina, procede verso una sua organizzazione. I problemi
dell'individuo e dello Stato; i problemi dell'autorità e della libertà; i
problemi politici e sociali e quelli più specificatamente nazionali; la lotta
contro le dottrine liberali, democratiche, socialistiche, massoniche,
popolaresche fu condotta contemporaneamente alle «spedizioni punitive». Ma
poiché mancò il «sistema» si negò dagli avversarii in malafede al fascismo ogni
capacità di dottrina, mentre la dottrina veniva sorgendo, sia pure
tumultuosamente dapprima sotto l'aspetto di una negazione violenta e dogmatica
come accade di tutte le idee che esordiscono, poi sotto l’aspetto positivo di
una costruzione che trovava, successivamente negli anni 1926, `27 e `28, la sua
realizzazione nelle leggi e negli istituti del regime. Il fascismo è oggi
nettamente individuato non solo come regime ma come dottrina. Questa parola va
interpretata nel senso che oggi il fascismo esercitando la sua critica su se
stesso e sugli altri, ha un suo proprio inconfondibile punto di vista, di
riferimento - e quindi di direzione - dinnanzi a tutti i problemi che
angustiano, nelle cose o nelle intelligenze, i popoli del mondo.
III
Anzitutto il fascismo, per quanto riguarda, in generale, l'avvenire e lo
sviluppo dell'umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non
crede alla possibilità né all'utilità della pace perpetua. Respinge quindi il
pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà - di fronte al
sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e
imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte
le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l'uomo di fronte a se
stesso, nell'alternativa della vita e della morte. Una dottrina, quindi, che
parta dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al fascismo cosi come
estranee allo spirito del fascismo, anche se accettate per quel tanto di utilità
che possano avere in determinate situazioni politiche, sono tutte le costruzioni
internazionalistiche e societarie, le quali, come la storia dimostra, si possono
disperdere al vento quando elementi sentimentali, ideali e pratici muovono a
tempesta il cuore dei popoli. Questo spirito anti-pacifista, il fascismo lo
trasporta anche nella vita degli individui. L'orgoglioso motto squadrista «me ne
frego», scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto
stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica: è l'educazione al
combattimento, l'accettazione dei rischi che esso comporta; è un nuovo stile di
vita italiano. Così il fascista accetta, ama la vita, ignora e ritiene vile il
suicidio; comprende la vita come dovere, elevazione, conquista: la vita che deve
essere alta e piena: vissuta per se, ma soprattutto per gli altri, vicini e
lontani, presenti e futuri.
IV
La politica «demografica» del regime è la conseguenza di queste premesse. Anche
il fascista ama infatti il suo prossimo, ma questo «prossimo» non è per lui un
concetto vago e inafferrabile: l'amore per il prossimo non impedisce le
necessarie educatrici severità, e ancora meno le differenziazioni e le distanze.
Il fascismo respinge gli abbracciamenti universali e, pur vivendo nella comunità
dei popoli civili, li guarda vigilante e diffidente negli occhi, li segue nei
loro stati d'animo e nella trasformazione dei loro interessi né si lascia
ingannare da apparenze mutevoli e fallaci.
V
Una siffatta concezione della vita porta il fascismo a essere la negazione
recisa di quella dottrina che costituì la base del socialismo cosiddetto
scientifico o marxiano: la dottrina del materialismo storico secondo il quale la
storia delle civiltà umane si spiegherebbe soltanto con la lotta d'interessi fra
i diversi gruppi sociali e col cambiamento dei mezzi e strumenti di produzione.
Che le vicende dell'economia - scoperte di materie prime, nuovi metodi di
lavoro, invenzioni scientifiche - abbiano una loro importanza, nessuno nega; ma
che esse bastino a spiegare la storia umana escludendone tutti gli altri
fattori, è assurdo: il fascismo crede ancora e sempre nella santità e
nell'eroismo, cioè in atti nei quali nessun motivo economico - lontano o vicino
- agisce. Negato il materialismo storico, per cui gli uomini non sarebbero che
comparse della storia, che appaiono e scompaiono alla superficie dei flutti,
mentre nel profondo si agitano e lavorano le vere forze direttrici, è negata
anche la lotta di classe, immutabile e irreparabile, che di questa concezione
economicistica della storia è la naturale figliazione, e soprattutto è negato
che la lotta di classe sia l'agente preponderante delle trasformazioni sociali.
Colpito il socialismo in questi due capisaldi della sua dottrina, di esso non
resta allora che l'aspirazione sentimentale - antica come l'umanità - a una
convivenza sociale nella quale siano alleviate le sofferenze e i dolori della
più umile gente. Ma qui il fascismo respinge il concetto di «felicità»
economica, che si realizzerebbe socialisticamente e quasi automaticamente a un
dato momento dell'evoluzione dell'economia, con l'assicurare a tutti il massimo
di benessere. Il fascismo nega il concetto materialistico di «felicità» come
possibile e lo abbandona agli economisti della prima metà del `700; nega cioè
l'equazione benessere=felicità che convertirebbe gli uomini in animali di una
cosa sola pensosi: quella di essere pasciuti e ingrassati, ridotti, quindi, alla
pura e semplice vita vegetativa.
VI
Dopo il socialismo, il fascismo batte in breccia tutto il complesso delle
ideologie democratiche e le respinge, sia nelle loro premesse teoriche, sia
nelle loro applicazioni o strumentazioni pratiche. Il fascismo nega che il
numero, per il semplice fatto di essere numero, possa dirigere le società umane;
nega che questo numero possa governare attraverso una consultazione periodica;
afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini che
non si possono livellare attraverso un fatto meccanico ed estrinseco com'è il
suffragio universale. Regimi democratici possono essere definiti quelli nei
quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre
la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete.
La democrazia è un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi,
tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno. Questo spiega perché il
fascismo, pur avendo prima del 1922 - per ragioni di contingenza - assunto un
atteggiamento di tendenzialità repubblicana, vi rinunciò prima della marcia su
Roma, convinto che la questione delle forme politiche di uno Stato non è, oggi,
preminente e che studiando nel campionario delle monarchie passate e presenti,
delle repubbliche passate e presenti, risulta che monarchia e repubblica non
sono da giudicare sotto la specie dell'eternità, ma rappresentano forme nelle
quali si estrinseca l'evoluzione politica, la storia, la tradizione, la
psicologia di un determinato paese. Ora il fascismo supera l'antitesi
monarchia-repubblica sulla quale si attardò il democraticismo, caricando la
prima di tutte le insufficienze, e apologizzando l'ultima come regime di
perfezione. Ora s’è visto che ci sono repubbliche intimamente reazionarie o
assolutistiche, e monarchie che accolgono le più ardite esperienze politiche e
sociali.
VII
«La ragione, la scienza - diceva Renan, che ebbe delle illuminazioni prefasciste,
in una delle sue Meditazioni filosofiche - sono dei prodotti dell'umanità, ma
volere la ragione direttamente per il popolo e attraverso il popolo è una
chimera. Non è necessario per l'esistenza della ragione che tutto il mondo la
conosca. In ogni caso se tale iniziazione dovesse farsi non si farebbe
attraverso la bassa democrazia, che sembra dover condurre all'estinzione di ogni
cultura difficile, e di ogni più alta disciplina. Il principio che la società
esiste solo per il benessere e la libertà degli individui che la compongono non
sembra essere conforme ai piani della natura, piani nei quali la specie sola è
presa in considerazione e l'individuo sembra sacrificato. E’ da fortemente
temere che l'ultima parola della democrazia così intesa (mi affretto a dire che
si può intendere anche diversamente) non sia uno stato sociale nel quale una
massa degenerata non avrebbe altra preoccupazione che godere i piaceri ignobili
dell'uomo volgare». Fin qui Renan. Il fascismo respinge nella democrazia
l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e l'abito
dell'irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso
indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se
democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello Stato, il
fascismo poté da chi scrive essere definito una «democrazia organizzata,
centralizzata, autoritaria».
VIII
Di fronte alle dottrine liberali, il fascismo e in atteggiamento di assoluta
opposizione, e nel campo della politica e in quello dell'economia. Non bisogna
esagerare - a scopi semplicemente di polemica attuale - l'importanza del
liberalismo nel secolo scorso, e fare di quella che fu una delle numerose
dottrine sbocciate in quel secolo, una religione dell'umanità per tutti i tempi
presenti e futuri. Il liberalismo non fiorì che per un quindicennio. Nacque nel
1830 come reazione alla Santa Alleanza che voleva respingere l'Europa al pre-'89,
ed ebbe il suo anno di splendore nel 1848 quando anche Pio IX fu liberale.
Subito dopo cominciò la decadenza. Se il `48 fu un anno di luce e di poesia, il
`49 fu un anno di tenebre e di tragedia. La repubblica di Roma fu uccisa da
un'altra repubblica, quella di Francia. Nello stesso anno, Marx lanciava il
vangelo della religione del socialismo, col famoso Manifesto dei comunisti. Nel
1851 Napoleone III fa il suo illiberale colpo di Stato e regna sulla Francia
fino al 1870, quando fu rovesciato da un moto di popolo, ma in seguito a una
disfatta militare fra le più grandi che conti la storia. Il vittorioso è
Bismarck, il quale non seppe mai dove stesse di casa la religione della libertà
e di quali profeti si servisse. E’ sintomatico che un popolo di alta civiltà,
come il popolo tedesco, abbia ignorato in pieno, per tutto il sec. XIX, la
religione della libertà. Non c'è che una parentesi. Rappresentata da quello che
è stato chiamato il «ridicolo parlamento di Francoforte», che durò una stagione.
La Germania ha raggiunto la sua unità nazionale al di fuori del liberalismo,
contro il liberalismo, dottrina che sembra estranea all'anima tedesca, anima
essenzialmente monarchica, mentre il liberalismo è l'anticamera storica e logica
dell'anarchia. Le tappe dell'unità tedesca sono le tre guerre del `64, `66, `70,
guidate da «liberali» come Moltke e Bismarck. Quanto all'unità italiana, il
liberalismo vi ha avuto una parte assolutamente inferiore all'apporto dato da
Mazzini e da Garibaldi che liberali non furono. Senza l'intervento
dell'illiberale Napoleone, non avremmo avuto la Lombardia, e senza l'aiuto
dell'illiberale Bismarck a Sadowa e a Sedan, molto probabilmente non avremmo
avuto, nel `66, la Venezia; e nel 1870 non saremmo entrati a Roma. Dal 1870 al
1915, corre il periodo nel quale gli stessi sacerdoti del nuovo credo accusano
il crepuscolo della loro religione: battuta in breccia dal decadentismo nella
letteratura, dall'attivismo nella pratica. Attivismo: cioè nazionalismo,
futurismo, fascismo. Il secolo «liberale» dopo aver accumulato un'infinità di
nodi gordiani, cerca di scioglierli con l'ecatombe della guerra mondiale. Mai
nessuna religione impose così immane sacrificio. Gli dei del liberalismo avevano
sete di sangue? Ora il liberalismo sta per chiudere le porte dei suoi templi
deserti perché i popoli sentono che il suo agnosticismo nell'economia, il suo
indifferentismo nella politica e nella morale condurrebbe, come ha condotto, a
sicura rovina gli Stati. Si spiega con ciò che tutte le esperienze politiche del
mondo contemporaneo sono antiliberali ed è supremamente ridicolo volerle perciò
classificare fuori della storia; come se la storia fosse una bandita di caccia
riservata al liberalismo e ai suoi professori, come se il liberalismo fosse la
parola definitiva e non più superabile della civiltà.
IX
Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo, non
devono tuttavia far credere che il fascismo voglia respingere il mondo a quello
che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l'anno di apertura del
secolo demo-liberale. Non si torna indietro. La dottrina fascista non ha eletto
a suo profeta De Maistre. L'assolutismo monarchico fu, e così pure ogni
ecclesiolatria. Cosi «furono» i privilegi feudali e la divisione in caste
impenetrabili e non comunicabili fra di loro. Il concetto di autorità fascista
non ha niente a che vedere con lo stato di polizia. Un partito che governa
totalitariamente una nazione, è un fatto nuovo nella storia. Non sono possibili
riferimenti e confronti. Il fascismo dalle macerie delle dottrine liberali,
socialistiche, democratiche, trae quegli elementi che hanno ancora un valore di
vita. Mantiene quelli che si potrebbero dire i fatti acquisiti della storia,
respinge tutto il resto, cioè il concetto di una dottrina buona per tutti i
tempi e per tutti i popoli. Ammesso che il sec. XIX sia stato il secolo del
socialismo, del liberalismo, della democrazia, non è detto che anche il sec. XX
debba essere il secolo del socialismo, del liberalismo, della democrazia. Le
dottrine politiche passano, i popoli restano. Si può pensare che questo sia il
secolo dell'autorità, un secolo di «destra», un secolo fascista; se il XIX fu il
secolo dell'individuo (liberalismo significa individualismo), si può pensare che
questo sia il secolo «collettivo» e quindi il secolo dello Stato. Che una nuova
dottrina possa utilizzare gli elementi ancora vitali di altre dottrine è
perfettamente logico. Nessuna dottrina nacque tutta nuova, lucente, mai vista.
Nessuna dottrina può vantare una «originalità» assoluta. Essa è legata, non
fosse che storicamente, alle altre dottrine che furono, alle altre dottrine che
saranno. Così il socialismo scientifico di Marx è legato al socialismo
utopistico dei Fourier, degli Owen, dei Saint-Simon; cosi il liberalismo
dell'800 si riattacca a tutto il movimento illuministico del `700. Così le
dottrine democratiche sono legate all'Enciclopedia. Ogni dottrina tende a
indirizzare l'attività degli uomini verso un determinato obiettivo; ma
l'attività degli uomini reagisce sulla dottrina, la trasforma, l'adatta alle
nuove necessità o la supera. La dottrina, quindi dev'essere essa stessa non
un'esercitazione di parole, ma un atto di vita. In ciò le venature
pragmatistiche del fascismo, la sua volontà di potenza, il suo volere essere, la
sua posizione di fronte al fatto «violenza» e al suo valore.
X
Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua
essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il fascismo lo Stato è un
assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e
gruppi sono «pensabili» in quanto siano nello Stato. Lo Stato liberale non
dirige il giuoco e lo sviluppo materiale e spirituale delle collettività, ma si
limita a registrare i risultati; lo Stato fascista ha una sua consapevolezza,
una sua volontà, per questo si chiama uno Stato «etico». Nel 1929 alla prima
assemblea quinquennale del regime io dicevo: «Per il fascismo lo Stato non è il
guardiano notturno che si occupa soltanto della sicurezza personale dei
cittadini; non è nemmeno una organizzazione a fini puramente materiali, come
quello di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza
sociale, nel qual caso a realizzarlo basterebbe un consiglio di amministrazione;
non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze con la realtà
materiale e complessa della vita dei singoli e di quella dei popoli. Lo Stato
così come il fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale,
poiché concreta l'organizzazione politica, giuridica, economica della nazione, e
tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione
dello spirito. Lo Stato è garante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche
il custode e il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu nei secoli
elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è soltanto
presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. E' lo Stato che trascendendo
il limite breve delle vite individuali rappresenta la coscienza immanente della
nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono, mutano, ma la necessità rimane.
E' lo Stato che educa i cittadini alla virtù civile, li rende consapevoli della
loro missione, li sollecita all'unità; armonizza i loro interessi nella
giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel
diritto, nell'umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare della
tribù alla più alta espressione umana di potenza che è l'impero; affida ai
secoli i nomi di coloro che morirono per la sua integrità o per obbedire alle
sue leggi; addita come esempio e raccomanda alle generazioni che verranno, i
capitani che lo accrebbero di territorio e i genii che lo illuminarono di
gloria. Quando declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze
dissociatrici e centrifughe degli individui o dei gruppi, le società nazionali
volgono al tramonto».
XI
Dal 1929 a oggi, l'evoluzione economica politica universale ha ancora rafforzato
queste posizioni dottrinali. Chi giganteggia è lo Stato. Chi può risolvere le
drammatiche contraddizioni del capitalismo è lo Stato. Quella che si chiama
crisi, non si può risolvere se non dallo Stato, entro lo Stato. Dove sono le
ombre dei Jules Simon, che agli albori del liberalismo proclamavano che «lo
Stato deve lavorare a rendersi inutile e a preparare le sue dimissioni»? Dei Mac
Culloch, che nella seconda metà del secolo scorso affermavano che lo Stato deve
astenersi dal troppo governare? E che cosa direbbe mai dinnanzi ai continui,
sollecitati, inevitabili interventi dello Stato nelle vicende economiche,
l'inglese Bentham, secondo il quale l'industria avrebbe dovuto chiedere allo
Stato soltanto di essere lasciata in pace, o il tedesco Humboldt, secondo il
quale lo Stato «ozioso» doveva essere considerato il migliore? Vero è che la
seconda ondata degli economisti liberali fa meno estremista della prima e già lo
stesso Smith apriva - sia pure cautamente - la porta agli interventi dello Stato
nell'economia. Se chi dice liberalismo dice individuo, chi dice fascismo dice
Stato. Ma lo Stato fascista è unico ed è una creazione originale. Non è
reazionario, ma rivoluzionario, in quanto anticipa le soluzioni di determinati
problemi universali quali sono posti altrove nel campo politico dal
frazionamento dei partiti, dal prepotere del parlamentarismo,
dall'irresponsabilità delle assemblee, nel campo economico dalle funzioni
sindacali sempre più numerose e potenti sia nel settore operaio come in quello
industriale, dai loro conflitti e dalle loro intese; nel campo morale dalla
necessità dell'ordine, della disciplina, dell'obbedienza a quelli che sono i
dettami morali della patria. Il fascismo vuole lo Stato forte, organico e al
tempo stesso poggiato su una larga base popolare. Lo Stato fascista ha
rivendicato a sé anche il campo dell'economia e, attraverso le istituzioni
corporative, sociali, educative da lui create, il senso dello Stato arriva sino
alle estreme propaggini, e nello Stato circolano, inquadrate nelle rispettive
organizzazioni, tutte le forze politiche, economiche, spirituali della nazione.
Uno Stato che poggia su milioni d'individui che lo riconoscono, lo sentono, sono
pronti a servirlo, non è lo Stato tirannico del signore medievale. Non ha niente
di comune con gli Stati assolutistici di prima o dopo l'89. L'individuo nello
Stato fascista non è annullato, ma piuttosto moltiplicato, cosi come in un
reggimento un soldato non è diminuito, ma moltiplicato per il numero dei suoi
camerati. Lo Stato fascista organizza la nazione, ma lascia poi agli individui
margini sufficienti; esso ha limitato le libertà inutili o nocive e ha
conservato quelle essenziali. Chi giudica su questo terreno non può essere
l'individuo, ma soltanto lo Stato.
XII
Lo Stato fascista non rimane indifferente di fronte al fatto religioso in genere
e a quella particolare religione positiva che è il cattolicismo italiano. Lo
Stato non ha una teologia, ma ha una morale. Nello Stato fascista la religione
viene considerata come una delle manifestazioni più profonde dello spirito; non
viene, quindi, soltanto rispettata, ma difesa e protetta. Lo Stato fascista non
crea un suo «Dio» così come volle fare a un certo momento, nei delirii estremi
della Convenzione, Robespierre; né cerca vanamente di cancellarlo dagli animi
come fa il bolscevismo; il fascismo rispetta il Dio degli asceti, dei santi,
degli eroi e anche il Dio cosi come visto e pregato dal cuore ingenuo e
primitivo del popolo.
XIII
Lo Stato fascista è una volontà di potenza e d'imperio. La tradizione romana è
qui un'idea di forza. Nella dottrina del fascismo l'impero non è soltanto
un'espressione territoriale o militare o mercantile, ma spirituale o morale. Si
può pensare a un impero, cioè a una nazione che direttamente o indirettamente
guida altre nazioni, senza bisogno di conquistare un solo chilometro quadrato di
territorio. Per il fascismo la tendenza all'impero, cioè all'espansione delle
nazioni, è una manifestazione di vitalità; il suo contrario, o il piede di casa,
è un segno di decadenza: popoli che sorgono o risorgono sono imperialisti,
popoli che muoiono sono rinunciatarii. Il fascismo è la dottrina più adeguata a
rappresentare le tendenze, gli stati d'animo di un popolo come l'italiano che
risorge dopo molti secoli di abbandono o di servitù straniera. Ma l'impero
chiede disciplina coordinazione degli sforzi, dovere e sacrificio; questo spiega
molti aspetti dell'azione pratica del regime e l'indirizzo di molte forze dello
Stato e la severità necessaria contro coloro che vorrebbero opporsi a questo
moto spontaneo e fatale dell’Italia nel secolo XX, e opporsi agitando le
ideologie superate del secolo XIX, ripudiate dovunque si siano osati grandi
esperimenti di trasformazioni politiche e sociali: non mai come in questo
momento i popoli hanno avuto sete di autorità, di direttive, di ordine. Se ogni
secolo ha una sua dottrina, da mille indizii appare che quella del secolo
attuale è il fascismo. Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha
suscitato una fede: che la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto
che il fascismo ha avuto i suoi caduti e i suoi martiri. Il fascismo ha oramai
nel mondo l'universalità di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano
un momento nella storia dello spirito umano.