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STATO ETICO - STATO SOCIALE RIVOLTA NAZIONALE - RIVOLTA CULTURALE |
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L'incredibile tempestività di Bin Laden
di Massimo Fini
Riflessioni sull'undici settembre 2001 a cura della CMO
I recenti eventi americani hanno mostrato a tutto il mondo come anche la più grande potenza militare ed economica del globo possa rimanere colpita la suo interno ed essere messa in ginocchio; ma ciò che ancora di più ci interessa è il fatto che come risposta all’attacco terroristico subito questa “grande potenza” ha intenzione di sfoggiare tutto il suo potenziale bellico: si è anche pensato all’utilizzo di armi nucleari ed è proprio qui che noi incentreremo il discorso in queste poche righe. Non è la prima volta che gli States fanno uso di armi nucleari, la memoria rimanda all’evento più vicino ossia la guerra nel Kosovo dove furono utilizzati proiettili ad Uranio impoverito che ancora oggi e chissà per quanti anni ancora hanno il loro devastante effetto dovuto dalle radiazioni che emettono; per non dimenticare quindi le stragi compiute in nome della “democrazia”(?) vogliamo ricordare cosa accadde nell’agosto del 1945 in due città del Giappone. Tutto iniziò quando Paul Tibbets(pilota statunitense) prese un B29 dalla Glenn I.Martin in Omaha, Nebraska richiedendo alcune modifiche strutturali per prepararlo ad accogliere la “Bomba Atomica” che di lì a poco sarebbe stata sganciata su Hiroshima; il velivolo fu chiamato da Tibbets “Enola Gay” in onore di sua madre e prima del volo mortale sul Giappone vennero fatte molte missioni di prova. L’aereo partì alle 2:45 A.M. del 6 Agosto 1945 con un equipaggio di 12 persone in cui vi erano due specialisti per preparare la bomba; alle 8:15 A.M.(ora giapponese) il B29 Enola Gay pilotato da P.Tibbets sganciò su Hiroshima “Little Boy” un ordigno nucleare di 4 tonnellate e mezzo che esplose a 500 metri di quota sopra il ponte Aioi. Il risultato? 66.000 persone morirono all’istante e altre 69.000 morirono entro la fine dell’anno, la stima ufficiale è di 200.000 vittime; tutto ciò che si trovava nel raggio di 1km fu vaporizzato completamente e chi non trovò riparo subì gravi ustioni anche a 6 km di distanza. Ecco la testimonianza di Tamiki Hara scampato al disastro ma colpito dalle radiazioni, morto suicida 6 anni dopo: “…improvvisamente ricevetti un colpo alla testa e tutto divenne oscuro davanti ai miei occhi. Gettai un grido ed alzai le braccia, nelle tenebre non sentivo un sibilo.
Non arrivai a comprendere cosa fosse successo. Poi il mondo mi tornò visibile anche se non nettamente, ed ebbi l’impressione di trovarmi sui luoghi di un immenso cataclisma: gli alberi erano quasi tutti decapitati. All’inizio ciascuno pensava che solo la propria cassa fosse stata colpita ma una volta al di fuori ci si accorgeva che tutto era stato distrutto; e tuttavia non si vedevano quelle tipiche buche che fanno le bombe, all’improvviso, nel cielo sopra il fiume, vidi una massa d’aria trasparente che risaliva la corrente; ebbi appena il tempo di gridare “Una tromba!” che il vento ci colpì: i cespugli e gli alberi si misero a tremare; alcuni furono proiettati in aria da dove ricaddero come saette sul tetro caos. Passata la tromba incontrai mio fratello e con lui risalii la banchina che costeggia il fiume alla ricerca di un traghetto; visi persone sfigurate completamente, ve ne erano lungo tutto il fiume e le loro ombre si proiettavano nell’acqua: i loro visi erano così gonfiati che appena si potevano distinguere gli uomini dalle donne, i loro occhi erano ridotti a piccole fessure e le labbra erano colpite da forte infiammazione. Erano quasi tutti agonizzanti ed i loro corpi malati erano nudi, quando passavamo vicino loro ci dicevano con voce debole ”Dateci un po’ d’acqua” quasi tutti avevano qualcosa da chiedere; un soldato accovacciato sui bordi dell’acqua mi chiese di dargli un po’ d’acqua calda. Appoggiandosi alla mia spalla, camminava sulla sabbia con sforzo e mi disse“Sarebbe meglio essere morti”. Acconsentii in silenzio. Tutto era morte e distruzione, nulla o quasi si riconosceva più dopo lo scoppio,i cadaveri galleggiavano sull’acqua tutti con la stessa faccia di morte. Ebbi l’impressione di non esser venuto sulla terra che dopo l’esplosione della bomba atomica.” Pochi giorni dopo Hiroshima fu la volta di Nagasaki e lo scenario di morte non mutò le sue caratteristiche di distruzione.
Hai abboccato Saddam!
di John Kleeves
Voglio proprio sperare che Saddam stia scherzando con gli ispettori
dell'ONU. Voglio proprio sperare che non sia vero che l'Iraq - come invece giura
e stragiura Saddam - si è liberato di tutte le sue armi di distruzione di massa
e che ora non possiede più neanche un piccolo proiettile da mortaio
caricato con Yprite della Prima Guerra Mondiale. Che magari non ha più neanche
una di quelle fiale puzzolenti che si usano per sabotare le assemblee di
studenti contestatori.
Avevo spiegato in un mio articolo precedente ( " Non abboccare Saddam "
dell'ottobre 2002 ) come stavano le cose. Nel 1991 gli USA avevano provato ad
occupare l'Iraq ma avevano fallito : come al solito i bombardamenti dall'alto
erano stati efficaci, sia nel danneggiare i civili ( 300mila morti ed enormi
danni alle infrastrutture ) che nel propagandare nel mondo l'utile equazione
terroristica Americani = Distruttori, ma le forze di invasione terrestri erano
state sconfitte, ed erano state sconfitte perché non solo
gli Americani ma anche gli Iracheni avevano adoperato armi di distruzione di
massa e negli scontri tra fanterie avevano prevalso ( anche se forse sul momento
non se ne accorsero, ingannati dagli atteggiamenti spavaldi dei politici e degli
ufficiali americani, che come tutti gli Americani sono dei bluffatori
eccezionali, dei simulatori nati ). Era stata una sconfitta enorme e bruciante,
come testimoniato dagli sforzi fatti dagli USA per celarla al
pubblico internazionale : solo da poco si sa che nella Guerra del Golfo le casualties della coalizione USA, cioè i morti, i feriti e i variamente
contaminati, sono state di 200.000 su un totale di 600.000 uomini, come dire
vista la situazione che sono stati colpiti tutti. La lezione era la seguente :
sinché aveva le armi di distruzione di massa l'Iraq non poteva essere invaso ( è
solo la propaganda americana che fa credere gli USA militarmente onnipotenti ;
in realtà sono ben lungi dall'esserlo ), ma solo eventualmente bombardato
dall'alto, cosa che non facedere un Paese che non vuole cedere. Ma con l'autoattentato dell'11 settembre
2001 gli USA hanno iniziato un percorso di guerra che come tappa intermedia
prevede per forza la cattura dell'Iraq. Come fare ? Ma è ovvio.
Per catturarlo, l'Iraq deve essere privo di quelle armi di distruzione di massa
: ha detto negli anni scorsi di averle distrutte ma è vero ?
Ecco,bisogna
assicurarsi di questo, e se risulta che non lo ha fatto bisogna indurlo a farlo.
Poi è nelle mani americane. Così è cominciata la sceneggiata : gli USA hanno
improvvisamente sollevato il problema delle armi di distruzione di massa
irachene, minacciando un attacco generale se le aveva, e hanno messo in mezzo
l'ONU, il loro complice di malavita ( come è
diventato al di là di ogni dubbio con Kofi Annan, uno che sotto la camicia porta
ancora il collare di ferro degli schiavi ). E' tutto un bluff, gli USA non
attaccano di certo l'Iraq se anche solo sospettano che abbia quelle bombe, e
sperano solo che Saddam si spaventi della messa in scena, che si
spaventi del clangore degli scudi, creato dalle notizie quotidiane di
esercitazioni americane, di invii di portaerei, di battaglioni di Marines in
movimento, di richiami di riservisti, di dichiarazioni truci, insomma che prenda
per vera la tigre di carta e che ci caschi, dimostrando che non ha più armi di
distruzione di massa. Allora l'Iraq sarà nella mani americane : o si arrenderà
senza combattere consegnando Saddam alle celle di Guantanamo o alle segrete
dell'Aia, oppure subirà una invasione di terra - preceduta da mesi di
bombardamenti aerei - cui non potrà opporsi. Come remota possibilità - ma remota
- gli USA potrebbero anche accettare di lasciare Saddam al suo posto, se senza
combattere accetta che l'Iraq diventi una colonia USA. Più probabile magari che
possano accettare nello stile
americano, quello delle promesse da non mantenere, quello dei Trattati.
Questa dunque era secondo me la situazione, ma ecco che Saddam ha alla fine
accettato gli ispettori dell'ONU perché, ha detto, l'Iraq non aveva più le armi
di distruzione di massa, se ne era realmente disfatto anni fa. Proprio quello
che non si sarebbe dovuto fare a nessun costo, mai e poi mai ! Spero
che non sia stato fatto e che appunto Saddam stia scherzando, che abbia aperto
la porta di casa agli ispettori solo perché sicuro che non avrebbero scoperto i
depositi degli ordigni di distruzione di massa, delle bombe chimiche, biologiche
e chimico-biologiche legittimamente detenute dall'Iraq,Paese sovrano.
Anche così, comunque, la mossa di Saddam rimane poco soddisfacente. E' come
minimo un'imprudenza. Bisogna sapere chi sono gli " ispettori dell'ONU ".Sono
delle spie per gli Americani. Ricordate il passato team di ispettori dell'ONU in
Iraq, quello guidato dal famigerato australiano Butler ? Un elemento del team,
un canadese, invece di fare i " controlli " seppelliva nel deserto dei cartoni
pieni di larve di cavallette. Fu espulso per quello,e fui io qua in Italia - nel
silenzio generale dei media locali - a spiegare le motivazioni dei suoi gesti :
cercava di innescare una invasione di cavallette, che come noto possono
sterminare interi raccolti, e stava usando lo stesso sistema dei cartoni
adoperato dagli Americani nel 1954 per spargere insetti portatori di peste nella
Corea del Nord e in Cina ( un atto
per il quale le NU condannarono gli USA : ora, ironia della sorte, sono le NU a
fare questi atti, per gli USA ). Poi dopo un po' anche Butler e tutto il team
furono espulsi, a calci nel culo. Ora c'è il team di Blix, che non è meglio del
precedente. Occorre sorvegliare le operazioni. Lo scopo primario
affidato dagli USA al team è di accertare al di là di ogni dubbio che l'Iraq non
abbia più le armi di distruzione di massa, così lo si può attaccare (facendo
magari centomila, un milione, dieci milioni di morti, che gli frega a quelli del
team ), ma poi ci possono essere tanti scopi collaterali. Ad
esempio il team : a) può mappificare i siti militari e civili di interesse,in
modo che in un eventuale attacco aereo americano siano colpiti. La recente
richiesta di Blix di poter compiere prospezioni aeree sembra fatta apposta per
queste cose ; b) con la scusa di andare a rovistare nei bunker sotterranei, può
individuare in particolare i rifugi antiaerei per i civili ; c) può piazzare
sugli obiettivi di bombardamento da colpire con precisione i " richiami ", cioè
quei piccoli apparecchi elettronici che emettono segnali che attirano i missili
e le bombe predisposte : l'" intelligenza "delle bombe e dei missili aria-terra
è tutta qui, anche se fanno credere a sistemi fantascientifici guidati da
telecamere ( le quali servono solo a fare riprese ad effetto per il pubblico ).
Il missile da crociera che nel
1991, dopo aver zigzagato nei corridoi di ingresso, entrò in un rifugio
sotterraneo di Bagdad incendiando 500 civili, era appunto stato guidato da un
recettore piazzato in precedenza da una spia per gli Americani ; d) può
compilare una lista degli scienziati iracheni impegnati in ricerche militari
o comunque di interesse, con nomi cognomi e foto tessera, per
intimidirli,minacciandoli di ritorsioni in un eventuale dopo Saddam ( come
minimo, gli si farà capire, non troveranno più lavoro in tutto il mondo " libero
" ) ;e) idem con una lista dei responsabili locali militari, ventilando loro la
possibilità di fare la fine dei talebani di Guantanamo ; f) idem con una lista
dei politici e altri amministratori, agitando lo spauracchio di fare la fine di
Milosevic e della Plavsic all'Aia.
No, gli ispettori dell'ONU erano da tenere fuori dalla porta. Io ho il sospetto
che l'Iraq non si renda conto appieno di cosa significa possedere un arsenale di
distruzione di massa. Che siano bombe chimiche, biologiche,chimico-biologiche o
batteriologiche non importa : sono sempre ciò che significativamente viene
chiamato le " atomiche dei poveri ", armi cioè capaci di provocare danni
paragonabili a quelli che solo le grandi potenze nucleari possono infliggere.
Danni che fanno paura a chiunque e queste armi
sono allora una garanzia di indipendenza. Qualcuno dirà che perché queste
atomiche dei poveri adempiano realmente a una funzione di deterrenza nei
confronti di qualcuno occorre anche la capacità di farle pervenire sul suo
territorio, cosa che nei confronti degli USA è difficile per la loro lontananza
e per le loro capacità di intercettazione aerea e navale, e anche doganale.
Vero, ma gli USA hanno sempre degli alleati a tiro : è da lì anzi che fanno
partire i loro attacchi. Se io fossi uno di questi alleati, e avessi la
prospettiva di fare una brutta fine nel caso che gli Americani che ospito
compiano una cattiva azione nei riguardi di un vicino, forse ci penserei due
volte prima di dare loro tanta libertà di manovra. E come fare,nel caso tutto
partisse ugualmente, con la prevedibile reazione americana,
certamente sul piano nucleare ? Prima di tutto si fanno i rifugi antiatomici per
la popolazione delle grandi città, che possono parare molti colpi, e poi,
rimanendo certamente inquinata e per secoli grande parte del proprio territorio,
si trasloca dai vicini, e se non basta dai vicini dei vicini. L'importante è
mantenere le proprie capacità di lancio, che sin dall'inizio saranno certamente
state mobili. Il concetto chiave delle guerre nucleari è : trasferimento di
popolazioni. Pianificati i trasferimenti poi il confronto
è contemplabile.
Non vedo come si possa obiettare a queste prospettive. Ognuno ha il diritto di difendersi. L'Iraq da anni sta rinunciando a questo diritto. Ha subito e subisce atti di guerra quotidiani : gli Angloamericani hanno decretato un embargo nei suoi confronti, un puro atto di guerra, che ha provocato infatti dal 1991 a oggi la morte di forse più di un milione di bambini ; hanno arbitrariamente stabilito delle " zone di non volo " nel suo territorio, che coprono addirittura i due terzi del medesimo ; quasi ogni giorno effettuano bombardamenti con aerei e missili, in più colpendo in genere installazioni civili e uccidendo civili. Non solo, ma il tutto avviene con la beffarda connivenza di quell'insulto all'umanità che è diventato l'ONU, che non vede affatto gli orrendi crimini che gli Americani compiono in tutto il mondo (al momento oltre all'Iraq c'è Afganistan, Palestina, Kosovo, Macedonia,Cecenia, Colombia, Venezuela, Kashmir, Xinchiang, Sudan, Angola, Mozambico,Costa d'Avorio, Sahara, Filippine, vari altri sconosciuti al pubblico italiano perché i suoi media di regime non ne parlano ) ma si inalbera - si scandalizza ! - per il sospetto che l'Iraq possa avere armi strategiche,cioè per il sospetto che possa difendersi. Tutto ciò già sarebbe stato sin dal primo momento un motivo legale per l'Iraq per dichiarare lo stato di guerra e chiedere ragione agli alleati degli USA nella regione. Così non è stato e non so se sia stato un bene. Con gli USA rinunciare a una puntigliosa difesa dei propri diritti non paga, perché loro sono un tipo di animale che capisce solo la forza, le bastonate. Siano bastonate agli USA allora, o catene all'Iraq. Che se le sarà meritate se alla fine risulterà che davvero si è privato delle sue armi di distruzione di massa.
La donna produce poco? La
pillola è pronta!
di Massimo Fini
Gli americani sono indefessi non solo in campo
militare, ma anche in quello medico dove inventano di continuo diavolerie che
sono peggio della "guerra preventiva". Adesso stanno per buttare sul mercato una
pillola miracolosa che riduce le mestruazioni dalle 13, canoniche, annuali a 4,
risolvendo così, una volta per tutte i problemi della donna che, libera da quel
fastidioso ingombro, potrà muoversi e, soprattutto, lavorare meglio. Questo
anticoncezionale a lunga gittata si chiama, "Seasonal". Si tratta di prendere 84
pillole tutte di fila, poi fare una settimana di riposo con otto pillole neutre
e quindi ricominciare. I ricercatori assicurano naturalmente che il "Seasonal"
non ha effetti collaterali, non provoca disguidi ormonali, nemmeno aumenta il
rischio di tumori e, una volta cessato il trattamento, l'ovulazione riprende
regolarmente.
Io, lo ammetto, sono molto retrogado, e penso che se la natura ha voluto tredici
cicli annuali invece di quattro qualche ragione ci deve pur essere. Inoltre ho
molti dubbi che una raffica di pillole come quella passi sul corpo di una
persona lasciandola indenne.
Ma il problema, al limite, non è nemmeno questo. E' un altro e dovrebbe
riguardare anche le femministe. Il fatto è che con "Seasonal" si nega la donna
in quanto donna, la sua specificità, la sua femminilità di cui le mestruazioni,
conditio sine qua non della sua fecondità, sono da sempre uno dei simboli. Con
il "Seasonal" si vuole fare della donna un uomo, perfettamente adatto al mondo
del lavoro. Le mestruazioni disturbano la funzionalità lavorativa? Eliminiamo le
mestruazioni. Anche i seni, soprattutto se prosperosi, disturbano, a volte,
questa funzionalità. Elimineremo pure quelli? Anche le natiche femminili,
diciamo la verità, non sono il massimo per muoversi agilmente. Riduciamo
opportunamente le natiche.
Le mestruazioni esistono da che mondo è mondo. E non solo generazioni e
generazioni di donne "vi hanno convissuto serenamente" come dice la sessuologa
Viola Baldassarre Verde, ma chiunque abbia avuto una compagna in età critica sa
quale trauma sia la comparsa della menopausa.
La donna deve lavorare. La modernità ha incastrato anche lei che del resto si è
fatta gioiosamente incastrare. Ma, per quanto oggi si cerchi di capovolgere le
cose, la natura ha programmato la donna innanzitutto perché sia feconda e faccia
i figli. Volerla maschilizzare fino al punto di cancellare le mestruazioni, con
la scusa che così è più libera, mi sembra una demenza del tutto degna dei tempi
che stiamo vivendo.
di John Kleeves
La seguente è la mia recensione del film Saving Private Ryan (Salvate il soldato Ryan), uscito nel 1998 e diretto da Steven Spielberg per Amblin Entertainment; il protagonista principale è Tom Hanks.
Occorre una premessa. Io non tratto i film di Hollywood come fanno i critici cinematografici italiani, ed anche la maggioranza di quelli europei. Non li tratto come pure produzioni filmiche, realizzate al solo scopo di fare cassetta. Io so che la filmografia americana - per antonomasia Hollywood - non è una filmografia libera, che segua le sole leggi del mercato. Hollywood deve sottostare a due condizioni: essa deve sì produrre film economicamente validi, che permettano all’industria di automantenersi e di creare pure dei profitti, ma deve anche fare in modo che i suoi film soddisfino le esigenze della Propaganda di Stato americana. Questo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti iniziarono una politica estera micidiale nei confronti del mondo, specie naturalmente del Terzo Mondo, e dovevano nasconderla. A sua volta per nascondere tale politica dovevano anche celare e travisare molte cose riguardanti la realtà americana, come la sua storia e la sua vera situazione sociale e politica. Quindi: propaganda. Hollywood era fondamentale per questo e fu costretta ad allinearsi. Ciò avvenne nell’arco di tempo che va dal 1947 al 1953. Tecnicamente l’asservimento di Hollywood alle esigenze della politica nazionale - ciò che si potrebbe in verità chiamare la sua nazionalizzazione - fu ottenuto tramite le inchieste dell’HUAC (House Committee on Un-American Activities), che con la scusa di trovare dei comunisti nell’ambiente del cinema in realtà miravano solo e soltanto a tale scopo. I produttori di Hollywood (per intenderci: Samuel Goldwyn, Louis B. Mayer, David O. Selznik e così via) sottoscrissero la loro resa con la celeberrima Dichiarazione del Waldorf del 3 dicembre 1947. Quindi il 1° agosto 1953 fu creata l’USIA (United States Information Agency), un’Agenzia governativa pubblica nell’esistenza ma segreta nell’operatività (esattamente come la CIA, istituita nel 1947), che aveva il compito statutario di curare l’immagine all’estero degli Stati Uniti, e da allora tutti i prodotti di Hollywood dovettero conformarsi alle sue direttive. Il tutto con infinita circospezione: il segreto più gelosamente custodito dall’US Goverment non è una super bomba, ma il suo controllo su Hollywood. Ciononostante eccoci qui a parlarne. La situazione non è cambiata e così a tutt’oggi ogni film esce da Hollywood con l’imprimatur dell’USIA, che oltre ad esercitare una censura spesso carica tali prodotti con valenze propagandistiche di sua creazione (l’USIA - che non si occupa solo di Hollywood - attualmente può contare su circa 30.000 dipendenti fissi, sparsi in più di 120 paesi; il suo direttore si chiama Joseph Duffey e dipende dal Segretario di Stato, ora la signora Madeleine Albright). La situazione è nota nell’ambiente di Hollywood e oltre ai produttori (e cioè le Case di produzione e di distribuzione) anche gli attori e i registi sanno come si devono comportare per sperare di poter fare carriera. Quelli che meglio coniugano l’abilità professionale con la disponibilità a fare propaganda diventano rispettivamente i Divi ed i Registi di Stato, come da me definiti nell’articolo “Divi di Stato“ stampato sul numero di aprile 1998 su questa rivista [cfr. http://www.asslimes.com/documenti/america/hollywood.htm].
Nei film di Hollywood io dunque cerco le falsificazioni storiche, le mistificazioni culturali, i dettagli fuorvianti; tutto ciò che costituisce propaganda premeditata, consapevole, a favore degli Stati Uniti.
Ed eccoci a Salvate il soldato Ryan. Con Steven Spielberg e Tom Hanks abbiamo a che fare con due dei massimi esponenti delle categorie testé nominate. Il film non delude le aspettative. E’ cioè carico di propaganda politica e culturale.La trama è semplice. Il film immagina un episodio della seconda guerra mondiale, avvenuto nel contorno dello sbarco in Normandia. Il capitano John Miller (Hanks) del II Rangers incursori conduce la sua Compagnia nella prima ondata di sbarco, subendo forti perdite (gli è capitato il punto più difeso, denominato in codice Omaha Beach, come storicamente). Tre giorni dopo riceve l’incarico di trovare il soldato semplice (private) James Ryan, paracadutato da qualche parte dietro le linee nemiche: il Comando ha scoperto che i tre fratelli di James sono morti quasi contemporaneamente su altri fronti e vuole che almeno lui possa tornare a casa dalla madre. Conduce la ricerca con una squadra di suoi incursori, che sarà quasi interamente annientata; alla fine muore anche Miller mentre il soldato Ryan si salva.
Le falsificazioni in grande stile sono le seguenti.
Si dice esplicitamente che gli Stati Uniti partecipavano alla guerra per la Libertà; partecipavano invece per preservare la Balance of Power in Europa minacciata dalla Germania e per preservare il Mercato dell’Oriente, dove dal 1937 il Giappone aveva iniziato l’invasione della Cina. Partecipavano cioè per salvare i profitti delle loro Multinazionali (evidente a riguardo della Cina, mentre l’Equilibrio di Potenza in Europa serve per bloccare gli europei uno contro l’altro impedendogli di portare una penetrazione commerciale aggressiva nel mondo).
Si presenta lo sbarco in Normandia, condotto massimamente dagli statunitensi, come l’evento decisivo della guerra. Il turning point della seconda guerra mondiale, come sanno anche i bambini, fu invece la battaglia di Stalingrado. Gli statunitensi temevano - e a gran ragione - lo scontro di forze di terra contro i tedeschi. Per ciò avevano evitato di aprire prima il secondo fronte nei Balcani, come era andato chiedendo con insistenza Churchill, e per ciò lo sbarco in Normandia fu quasi ininfluente sull’andamento del conflitto: per compierlo attesero che l’esercito tedesco fosse prima stato sfasciato dai russi; attesero cioè che la guerra fosse già stata vinta da qualcun altro. Poi con tale sbarco andarono a raccogliere almeno qualche briciola (il piatto forte del pranzo lo aveva divorato la Russia, che era giunta all’Elba; Churchill propose subito al grande Alleato di attaccare insieme la Russia, ma questi di nuovo giudicò, di nuovo a gran ragione, di non essere in grado). Si presenta il Capo di Stato Maggiore del periodo, gen. George C. Marshall, come un brav’uomo preoccupato della sorte dei suoi uomini e delle loro madri; è lui infatti che nel film - Bibbia alla mano - prende la decisione di tentare di salvare il soldato Ryan, distogliendo dalle operazioni un fior di capitano d’assalto come Miller. La Storia dice che il generale Marshall forse era un brav’uomo, ma certo non era uno che tenesse in gran conto la vita dei suoi soldati: a suo tempo egli, d’accordo con i vertici militari e politici dell’Amministrazione Roosevelt, e naturalmente con Roosevelt stesso, aveva manovrato affinché il progettato attacco a sorpresa giapponese a Pearl Harbor riuscisse, provocando quei tanti danni materiali e quei tanti morti che erano forse necessari per far scendere il paese in guerra contro Giappone, Germania, Italia. E magari, chissà, fra i 2.300 soldati americani morti durante l’attacco a Pearl Harbor c’erano stati dei fratelli, magari tre. Qualunque persona di media cultura negli USA è a conoscenza di tale fatto, quindi anche Spielberg. Marshall avrebbe effettivamente potuto prendere una decisione del genere in tali frangenti, ma nel caso lo avrebbe fatto per motivi propagandistici, una eventualità che nel film non è adombrata.
C’è quindi la propaganda spicciola.
I soldati americani sono dei coscritti non felici di trovarsi nella fattispecie ma convinti della necessità, della giustezza, di quella guerra. Non c’è pertanto molta disciplina nei ranghi, né timore dei superiori, i cui ordini possono tranquillamente essere discussi e anche sbeffeggiati. Non era così naturalmente, come fu testimoniato dalle numerosissime fucilazioni sul campo avvenute fra gli altri luoghi in particolare proprio a Omaha Beach: gli episodi sono adombrati nel film e proposti come dovuti a divergenze fra subordinati sul come condurre con più zelo le operazioni (il sergente che minaccia con la pistola un soldato nell’indifferenza del capitano Miller; erano i capitani invece a ordinare le fucilazioni durante le azioni, e il motivo quasi sempre era il rifiuto di avanzare sotto il fuoco nemico).Sono proposti degli squarci della vita civile dei soldati americani, in modo da presentarceli nella loro umanità, e quindi familiari, non minacciosi. Ci si dice che lo stesso capitano Miller era un coscritto, non un militare di carriera, e che faceva l’insegnante di letteratura, con una moglie che potava i rosai del giardino usando i suoi guanti troppo grandi. Figuriamoci se un tale elemento poteva essere arruolato come ufficiale fra gli assaltatori, che erano invece scelti fra i semi delinquenti.
Il soldato Caparzo muore per la sua ostinazione nel voler salvare una bambina francese. L’episodio vuole richiamare naturalmente la bambina italiana Angelina trovata sulla spiaggia di Anzio da un soldato americano e protetta, un fatto vero poi ampiamente sfruttato propagandisticamente; per aiutarci il regista ci dice che il cap. Miller aveva partecipato anche allo sbarco di Anzio. Inquietante la figura del fuciliere scelto, o cecchino, Jackson: prima di ogni tiro invoca il Dio del Vecchio Testamento, il Dio degli Eserciti che aiuta a sterminare i nemici del popolo eletto. E sembra che tale Dio lo assecondi davvero. E’ un concetto blasfemo, propinato con noncuranza. Alla fine però Jackson muore, centrato dalla cannonata di un Tigre: pure per una causa giusta, approvata da Dio, però si è macchiato di molto sangue. Un martire, dopotutto.
Per il resto abbiamo dei soldati americani tutti dei valorosissimi combattenti, quale più quale meno. Il caporale poliglotta non fa realmente eccezione: è un intellettuale, un pacifista, e non è tagliato per la guerra, ma si riscatta nel finale uccidendo il suo bravo tedesco. Ciò non corrisponde alla verità: se i soldati americani fossero stati valorosi un decimo di quanto raccontato dal film gli Stati Uniti non avrebbero avuto il bisogno della Guerra Fredda per rimediare alla debacle sul campo (i russi all’Elba = fine della Balance of Power in Europa).
I soldati tedeschi invece sono presentati non realmente come esseri umani, ma come automi, marionette che combattono senza ripensamenti, solo perché così è stato ordinato loro. Quando li si esamina da vicino risultano esseri disprezzabili: nel film un prigioniero tedesco prega in tutte le lingue perché gli sia risparmiata la vita ma poi, ottenuto lo scopo, torna con i suoi a combattere con ancora maggiore ferocia, sino ad uccidere di baionetta con deliberata lentezza un soldato americano. Non manca un omaggio all’aviazione americana della seconda guerra mondiale, bisognosa infatti di potenti maquillage dopo il discredito portatole dai bombardamenti di civili: la piccola scaramuccia finale per il ponte è risolta dai P51 che improvvisamente irrompono in scena (come il VII Cavalleggeri dei western) centrando il Tigre tedesco. Oltretutto il P51 non era affatto un “cacciacarri“ come definito nei dialoghi; gli americani non disponevano di tale tipo di aereo, che avrebbe dovuto essere del tipo a tuffo (come gli Stuka tedeschi ed i PL2 russi) visti gli ordigni trasportabili al tempo. Il P51 era semplicemente un caccia, particolarmente adatto per eseguire mitragliamenti al suolo in volo radente di bersagli non corazzati; veniva infatti impiegato in coda ai bombardieri strategici per mitragliare le persone che fuggivano all’aperto e non era sicuramente in grado di distruggere un carro armato.
Alla fine, visti tanti e talmente triti spunti propagandistici, Salvate il soldato Ryan sembra un film girato a Hollywood nel periodo 1942-1945.
C’è però una interessante novità rispetto ai film di mera propaganda bellica di quel periodo: i combattimenti sono rappresentati con realismo. Specie nei venti minuti iniziali dedicati allo sbarco a Omaha Beach è mostrato cosa capita davvero in battaglia: i colpiti non cadono a terra morti o feriti giusto esalando un “ah!“, ma spesso sono spappolati, le schegge strappano loro gli arti o le viscere, il campo è così intriso di sangue da risultare scivoloso. Molti feriti sfortunatamente non svengono e gridano per i dolori tremendi, anche per ore prima di svenire, o di morire. Ciò ha indotto qualche critico cinematografico a parlare del film di Spielberg come di un lungamente atteso miracolo: dopo centinaia di film americani a favore della guerra, o almeno non antimilitaristi, finalmente un lavoro pacifista, di condanna della guerra.
Non è così, il film non è antimilitarista. L’USIA infatti non permette che si facciano film antimilitaristi (gli USA sono sempre in guerra). Ciò risulta chiaramente dal monologo del cap. Miller, quando dice che la morte di ogni suo soldato ha salvato “dieci, cento, forse mille altre vite [ americane ]“. Ciò è una assoluzione, una giustificazione, della guerra guerreggiata, della guerra sul campo: si combatte non per ammazzare - il che non suona bene in nessuna lingua - ma per salvare altri. E’ lo stesso concetto che a suo tempo espresse il presidente Truman per giustificare le bombe atomiche sulle città giapponesi. Del resto lo stesso Spielberg come si vedrà appresso ha negato che il film fosse contro la guerra. Solo i critici italiani hanno pensato il contrario.
Spielberg non ha però detto il vero significato che la produzione ha voluto dare al film. Non c’è problema, lo diciamo noi.
Il messaggio del film - che è sul piano subliminale - è il seguente. Visto i sacrifici che abbiamo fatto noi americani per la Libertà dell’Europa? Non siate quindi ingrati, non buttateci a mare. Inoltre: abbiamo in quel modo acquisito dei diritti sull’Europa Occidentale. Un messaggio del genere è opportuno in questi anni di Perestroika. Lo spauracchio dell’URSS è scomparso e l’Europa Occidentale sta pensando a un cambio di campo che le converrebbe grandemente: sganciarsi dagli USA e ottenere la protezione militare russa necessaria per competere efficacemente - ad armi pari - con gli Stati Uniti nel mondo. USA ed Europa Occidentale sono infatti nemici economici naturali, mentre invece la Russia notoriamente non è interessata ai commerci (preferisce ricevere i tributi dei vassalli che commerciano, come Germania e Italia hanno cominciato a versare; a breve seguirà l’UE intera, e il Giappone).
A questo punto non ci si può esimere da una considerazione. Gli americani sono davvero degli inguaribili commercianti trappoloni, che vendono cara la loro merce scadente e che con niente vogliono ottenere guadagni mirabolanti. Nello sbarco in Normandia ebbero circa 10.000 morti, e poco di più nel resto della campagna europea, cioè circa 20.000 in tutto, e con ciò accampano diritti sull’Europa Occidentale. Cosa dovrebbero allora dire i russi? Nella sola battaglia di Stalingrado ebbero circa 100.000 morti, mentre lo scontro con la Germania costò loro globalmente circa 20 milioni di vittime (in grande maggioranza civili). Oppure gli americani calcolano che ogni vita loro vale 1.000 vite degli altri.
Il realismo di Spielberg è dunque un realismo peloso, strumentale, asservito ad una esigenza politica di propaganda. Ciò è dimostrato da una semplice osservazione: solo i soldati americani nel film sono martoriati, dilaniati, sventrati. I soldati tedeschi no: muoiono subito, cascando come birilli, con tanti “ah“, “oh“, “uh“. Proprio come gli indiani dei western. Possono anche essere inceneriti coi lanciafiamme; gridano solo un po’ di più. Potremo concedere a Spielberg - e a Hollywood tutta se è per questo - di aver realizzato un film di guerra realistico ed onesto solo quando tale film mostrerà gli orrori subiti da entrambe le parti. In particolare, trattandosi di un film sulla seconda guerra mondiale, quando mostrerà i reali effetti sulle persone dei bombardamenti a tappeto di città, e dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki; quando mostrerà i bambini, le donne e gli uomini dilaniati, sventrati e schiacciati dalle schegge e dalle macerie, e arsi vivi dal fosforo bianco, dal Napalm e dal vento nucleare. Ma ciò non sarà mai.
Il realismo nel dipingere le durezze dei soldati americani in battaglia serve anche per lucrare dei vantaggi collaterali. E’ per tali durezze - suggerisce il film - che ai soldati americani può capitare di uccidere prigionieri, o di torturarli, come oramai si sa che fecero appunto nella seconda guerra mondiale, e poi nella guerra di Corea, del Vietnam, di Panama, del Golfo (dove una colonna pare di 30.000 soldati iracheni disarmati e in fuga, e che facevano gesti di resa, fu incenerita col Napalm lanciato da cacciabombardieri. O erano dei P51 “cacciacarri“, signor Steven Spielberg?). Analogamente è per tali durezze che può aversi un alto numero di propri soldati uccisi da commilitoni, in realtà in maggior parte fatti fucilare sul posto dai comandanti. Negli ultimi anni la causa di tali decessi è segnalata alla stampa come dovuta a “fuoco amico“. Non è una bugia in effetti.
A mio parere il film è stato commissionato direttamente dall’USIA, o suggerito; non credo che quest’ultima si sia limitata, come in genere fa, ad approfittare di una trama presentata da un produttore per inserirvi temi propagandistici ad hoc. Possiamo ascoltare alcune affermazioni di Spielberg e Hanks contenute in una intervista raccolta dal giornalista Giovanni Bogani del Resto del Carlino. Spielberg ha detto qualcosa sul terrorismo:
“ Va fermato in tutti i modi. Anche con i bombardamenti, sì. Ma ci vogliono prove concrete di responsabilità, non ipotesi. Non si può bombardare un simbolo. Insomma, ci vogliono degli ottimi servizi segreti “.
Il riferimento naturalmente è ai bombardamenti con missili effettuati dagli USA nell’agosto del 1998 in Sudan e Afghanistan, che Spielberg viene a presentare come benefici. Invece i missili gettati nell’Afghanistan degli amici Talebani erano dei diversivi per confondere le idee, ed hanno danneggiato infatti una loro fazione rivale; mentre con quelli gettati in Sudan si è colta la scusa del terrorismo per danneggiare un paese che assolutamente non appoggia il terrorismo, ma che sia spiace agli americani né può reagire: hanno distrutto una fabbrica di medicinali (una fabbrica di medicinali nel Sudan, come dire un pastificio nel Bangla Desh, e l’ONU non ha fiatato). Spielberg appoggia insomma la nuova scusa escogitata dal Dipartimento di Stato per sovvertire il Terzo Mondo al posto di quella del comunismo. Dice anche che occorre aumentare l’efficienza della CIA: così ancora più CIA nel Terzo Mondo, non per sovvertire per carità: per prevenire il terrorismo.
Dice poi il Regista :
“ La guerra può essere, in alcuni casi, inevitabile. Per esempio, le truppe americane, sbarcando in Normandia, hanno salvato la cultura occidentale “.
Chiara la posizione a favore della guerra di Spielberg: per la loro politica neocoloniale gli Stati Uniti devono fare guerre in continuazione, e quindi non bisogna fare film antimilitaristi. Per quanto riguarda il salvataggio della cultura Occidentale, questo concetto rientra nell’ottica del messaggio subliminale del film che si è vista.
Hanks ha detto :
Se ci fosse una guerra giusta, contro un regime totalitario, che mette in pericolo la sicurezza del mondo, non esiterei un minuto: ci andrei “.
Giustifica tutte le guerre e guerricciole statunitensi nel mondo, che avvengono al ritmo di una all’anno fra le grandi e le piccole: sono infatti sempre - a detta degli Stati Uniti d’America - guerre “giuste“, contro “regimi totalitari“ che mettono in pericolo la “sicurezza del mondo“. In realtà l’unico regime totalitario che mette in pericolo la sicurezza del mondo sono gli Stati Uniti: secondo Hanks bisognerebbe fargli la guerra, e lui parteciperebbe.
Quindi Hanks ammette tranquillamente l’appoggio dato dal Pentagono alla realizzazione del film:
“ Abbiamo fatto alcuni giorni di addestramento con un ufficiale dei Marines, Dale Dye... “.
Gli siamo grati ma non occorreva la sua ammissione. La partecipazione del Pentagono risulta dai mezzi militari dell’epoca usati per le riprese, che giacevano nei magazzini del medesimo: sono visibili a tutti. Dovrebbe essere superfluo osservare che il Pentagono presta i suoi mezzi solo con l’assenso dell’USIA.
Queste non sono interviste da normali registi e attori. Queste sono interviste da funzionari governativi. In effetti Tom Hanks, in una intervista pubblicata sul quotidiano New Yorker del 28 novembre 1998, ha manifestato l’intenzione di dedicarsi alla carriera politica. Ciò non deve meravigliare, così come a suo tempo non avrebbero dovuto meravigliare gli esempi di Shirley Temple, di Ronald Reagan, o anche di Clint Eastwood : negli Stati Uniti essere una star del cinema già significa essere in politica. Significa infatti essere un Divo di Stato, un uomo che coscientemente coniuga l’attività professionale privata con le esigenze di Stato. Discorsi analoghi valgono naturalmente per Steven Spielberg.
Per il resto, dal punto di vista filmico, a me pare che Salvate il soldato Ryan sia un’opera abbastanza riuscita. Valutate però voi se è il caso di spendere diecimila lire per vedere un film di propaganda di uno Stato estero. Di uno Stato estero i cui interessi sono oltretutto in contrasto con quelli del vostro paese, dell’Italia.
Uranio impoverito e vaccini di Maria Lina Veca
Nella oramai interminabile polemica sulla questione dell’uranio impoverito e dei vaccini somministrati ai militari- e delle responsabilità rispettivamente attribuibili per quanto riguarda le malattie contratte dai nostri soldati impegnati nelle missioni all’estero- s’inserisce ora l’intervento dell’ematologo Dott. Eugenio Sinesio, che lancia un allarme sull’argomento. Scrive il Dott. Sinesio: “ Quando i marescialli si mettono a fare gli epidemiologi…..
Il Maresciallo Leggiero è intervenuto in modo maldestro nella polemica sulla patogenesi delle malattie emoproliferative ( linfomi-leucemie ) e sui tumori comparsi nei reduci dalla Somalia, dalla Bosnia, dal Kossovo, nei primi 6 mesi di guerra, prima che fossero emanate le norme di protezione individuale. Per partecipare al coro a sostegno delle tesi all’epoca sostenute dalla Difesa, il Maresciallo Leggiero “ sanciva “ che le cause dell’aumento della prevalenza di malattie tumorali era da attribuire i pari merito, oltre che alle scorie radioattive usate per la produzione di dardi di proiettili e di esplosivi, anche alle vaccinazioni cui erano stati sottoposti i militari…..ne sono derivati effetti secondari non previsti: il collegamento vaccinazioni- tumori ha colpito l’attenzione dei cittadini che hanno recepito questo messaggio, trasferendolo alle vaccinazioni sui propri figli, e, in questi giorni, anche alla vaccinazione antinfluenzale! “
L’allarme contenuto nella nota termina con il detto latini “ Ne sutor ultra crepidam ! “ ( che il calzolaio non vada oltre la scarpa…) Per la serie chi ha orecchie per intendere, intenda… La “ colpevolizzazione “ dei vaccini aveva avuto grande risonanza, nella scorsa primavera, quando erano stati annunciati dall’associazione di Leggiero i risultati di quattro relazioni di altrettante commissioni mediche, insediate presso il centro ricerca dell’Università di Modena, incaricate dall’Osservatorio Militare ( organismo presieduto dal suddetto Maresciallo ), anche se le relazioni- nel corso di una conferenza stampa, alla quale non partecipammo, indetta sull’argomento- non furono “ fisicamente “ consegnate ai presenti, bensì raccontate “ a voce “ dallo stesso Leggiero. Si parlò, così riferiscono i comunicati dell’Ansa, delle solite "particelle", mercurio-alluminio-zinconio (i famosi alluminio e mercurio contenuti nei vaccini) -sostenendo l’esistenza di un “ nesso causa/ effetto tra malattia e l’impiego nei territori balcanici “. In verità ci chiedemmo di che malattia si parlasse esattamente e ci chiedemmo anche se il "nesso" fosse fra "la malattia" e i Balcani…. Il Maresciallo Leggiero ebbe la possibilità di illustrare la sua tesi sulle prime pagine di molti giornali- oltre a numerosi passaggi televisivi- per aver “ lanciato “ l’ipotesi che l’uranio c’entrasse poco con la morte di soldati e civili e che la colpa fosse piuttosto, o in parti uguali, dei vaccini..
Molti titoli di giornali, semplificando, furono di questo tenore: “ L’uranio non c’entra, la colpa è dei vaccini..! “ Si sollevò un gran polverone mediatico, una grande confusione: perché di questi vaccini non si è ancora capito chi sarebbe responsabile, visto che nessuno è stato inquisito né punito, né comandanti né medici militari.. Inoltre, una denuncia alla Procura della Repubblica, affinché s’indagasse sulle responsabilità di questi presunti vaccini “ assassini “ , non ebbe alcun seguito. E’ vero anche che nella trasmissione di Rai News l’esponente dell’Osservatorio tornò a mettere l’accento sulla possibile “ colpa “ dell’uranio.. Falco Accame, Presidente dell’Associazione tutela delle vittime, continua coerentemente a sostenere: “ Il legame tra uranio impoverito e tumori era già noto da oltre 10 anni. Basti pensare che il Capo della Sanità del Pentagono Usa dichiarava il 16 agosto 1993, che “ Quando i soldati inalano o ingeriscono DU-depleted uramium- essi incorrono nel potenziale incremento del rischio di contrarre sindromi tumorali.
Il 14 ottobre del 1993, il Comando Logistico Usa impartiva alle truppe in Somalia le disposizioni di sicurezza per proteggersi dalle contaminazioni da uranio impoverito. Le dichiarazioni della relazione Mandelli, secondo le quali l’uranio non presentava rischi…, erano affette, tra l’altro, da gravissimi errori statistici ( utilizzo della distribuzione di Gauss, anziché quella di Poisson, fatto questo rilevato da docenti di Statistica, quali il Prof. Bertoli Barsotti dell’Università di Torino ). Doveva effettuarsi un analisi del tipo “ caso per caso “, che purtroppo non è stata ancora avviata, nonostante fosse stata preannunciata fin dall’ottobre 2000, quando era apparsa evidente l’enormità del numero di Linfomi di Hodgkin “. Molti casi, tra l’altro, sono emersi dopo quelli presi in considerazione dalla Commissione Mandelli, la quale ha completamente disconosciuto l’esistenza di morti e di ammalati in relazione alla missione Ibis in Somalia e anche in relazione alla permanenza in Poligoni sperimentali ( pensiamo ai casi verificatisi in Sardegna, anche fra civili che vivono in prossimità di Poligoni, come Salto di Quirra). Difronte a tante dichiarazioni “ confuse “, è necessario vigilare affinché , sotto le presunte "colpe" dei vaccini e sotto il “ cappello “ dei risarcimenti economici, non venga occultata, mistificata, dimenticata tutta la complessa problematica dell’uranio impoverito e della messa al bando di questo tipo di munizionamento.
Tratto da www.italiasociale.org
I recenti avvenimenti internazionali, in particolare l’attacco terroristico agli Stati Uniti e la risposta degli stessi all’Afganistan, trovano la cosiddetta “ destra confusa e divisa.Diciamo la cosiddetta destra in quanto, come si è detto più volte, è più corretto definire l’area di coloro che sono fedeli alle Idee della Tradizione come quella di chi crede nell’idealità dello Stato Organico, anziché usare una terminologia giacobina che ha mille diversi significati. Urgono prima di tutto due considerazioni. L’attacco portato dai terroristi islamici al cuore del sistema capitalista è da condannare senza riserve in quanto che la Tradizione prevede esclusivamente lo scontro tra legittimi combattenti.L’aver fatto sacrificio della propria vita non attenua la colpa di aver catturato degli aerei sotto mentite spoglie e non in una regolare azione di guerra. La risposta statunitense è altrettanto terroristica giacchè colpisce con il malaugurato sistema di bombardamenti indiscriminati l’inerme popolazione di un Paese che già soffre. Per venti anni di guerra.
Fatte queste due debite considerazioni, cerchiamo di esaminare con rigore storico le premesse degli avvenimenti considerati e la situazione venutasi a creare dopo l’11 settembre. Com’è noto nel dicembre 1979 l’Afganistan fu invaso dai sovietici che intendevano estendere la loro influenza in un’area geopolitica molto importante. Gli Usa appoggiarono ovviamente la guerra di liberazione afgana condotta dai Mujaheddin del Comandante Massoud e dalle formazioni integraliste del Hezbi-i-Islami di Hekmatiar sino alla cacciata dei sovietici dal Paese. Concluso il conflitto, gli Usa, attraverso la “ lunga mano “ del Pakistan (loro alleato storico nella Regione) pretesero però di estendere la loro influenza politico militare anche sull’Afganistan, Paese chiave per il controllo del “ grande gioco” delle fonti energetiche dell’Asia Centrale. Ma i vincitori dei sovietici, islamici moderati, appunto i Mujaheddin, non ne vollero sapere: vincitori di una Superpotenza sarebbe stato, infatti, assurdo che si consegnassero come schiavi agli Usa. Durante la campagna di liberazione del Paese, lo Sceicco arabo Osama bin Laden era stato in stretto contatto con la CIA e aveva preso parte attiva ai combattimenti contro i sovietici guadagnandosi stima e rispetto all’interno del vasto movimento della Jihad o “ guerra santa “ islamica. In specie bin Laden era considerato dagli statunitensi elemento di fiducia per ciò che concernette la consegna di tecnologia sofisticata come i temibili missili spalleggiabili terra –aria Stinger, vera spina nel fianco dell’aviazione sovietica. Ancora una volta, dopo l’appoggio all’Iran teocratico, gli Stati Uniti avevano scelto l’alleato sbagliato per concretizzare i propri piani di potere nella Regione. Osama bin Laden, islamico integralista, non poteva certo tollerare, scacciati i sovietici, l’ingerenza americana e divenne nemico acerrimo degli Stati Uniti.
Gli Usa allora videro di buon occhio e in parte aiutarono l’ascesa dei Talebani al potere contro i Mujaheddin, nella speranza di averli amici una volta padroni del Paese, mentre per paradosso i sovietici aiutarono le truppe di Massoud che indietreggiavano verso Nord, incalzati dai Talebani, considerati ancora filoamericani.
Come Europei e come Cristiani, pur rispettando ogni credo religioso, ogni ideologia, ogni sistema politico che si manifesti nell’alveolo della propria tradizione e civiltà e nei confini del proprio territorio, noi riteniamo d’avere due ben precisi compiti da svolgere. Il primo è di difendere senza cedimenti o compromessi la Civiltà dell'Impero d'Europa tramandataci da Roma e dal Cristianesimo. Il secondo, proprio perché portatori di detti valori, di condannare senza indulgenza alcuna tutti coloro che ad una leale guerra tra combattenti, in uniforme e portando scopertamente le armi, sostituiscono azioni terroristiche di qualsiasi tipo coinvolgendo la popolazione civile. Non siamo mai stati né con Mosca né con Washington ed oggi l’atteggiamento ipocrita del sinistrume nostrano c’indigna ancor più perché furono i comunisti, in particolare durante la cosiddetta guerra partigiana, a fare del terrorismo più infame l’arma preferita. Basti per tutti ricordare l’attentato di Via Rasella dove Rosario Bentivegna e Carla Capponi, comunisti ortodossi, non si misero una divisa addosso ed, imbracciato un mitra, assalirono di faccia un reparto tedesco, ma travestiti da spazzini fecero saltare un carretto della spazzatura contenente tritolo e schegge di metallo, uccidendo trentadue soldati italiani in uniforme tedesca disarmati (erano di Bolzano!) ed un passante con il figlioletto di dieci anni letteralmente dilaniato dall’esplosione. Non si costituirono per evitare così la rappresaglia su inermi cittadini prevista dalle norme internazionali e furono decorati di Medaglia d’Oro, la stessa concessa al Brigadiere Salvo d’Acquisto che si autoaccusò di un attentato effettuato dai partigiani, facendosi fucilare al posto dei vigliacchi colpevoli e degli ostaggi innocenti.Per ciò che concerne gli statunitensi è arcinota la loro tattica di distruzione e l’utilizzo dell’arma aerea, che permette loro di spianare il territorio nemico con tonnellate e tonnellate di bombe, prima che i loro truppe di terra lo occupino materialmente. Nulla di male se tale offesa aerea è diretta al fronte sulle linee nemiche, come avviene per l’azione delle batterie d’artiglieria o di missili, ma è sommamente immorale che la stessa sia usata in bombardamenti terroristici su obiettivi non militari, quali quartieri densamente popolati delle città nemiche, per fiaccare il morale della popolazione ed indurla a ribellarsi al proprio Governo. Una recente mostra fotografica allestita a Verona, mostra chiaramente gli esiti di un bombardamento “a tappeto“ angloamericano sulla città colpita nei quartieri popolari e nel centro storico, mentre i comprensori militari di Montorio Veronese e Campofiore risultano completamente risparmiati. Parimenti terroristici risultano il bombardamento di Dresda e le bombe atomiche sganciate sulle due città giapponesi.
I soliti idioti muoveranno a questo punto due osservazioni: gli episodi sono avvenuti in tempo di guerra e le critiche mosse sono fine a se stesse perché non ci dicono come fare per eliminare il terrorismo in questo momento così drammatico per il mondo intero. Alla prima osservazione rispondiamo che lo stato di belligeranza non consente comunque l’azione terroristica contro inermi cittadini del Paese nemico e le convenzioni internazionali sono talmente rigide al riguardo, tanto da classificarla “ crimine di guerra “. Purtroppo, subentrata la pace, i processi dei tribunali internazionali sono svolti esclusivamente contro gli imputati dei Paesi vinti.
Per il secondo punto abbiamo al riguardo opinioni ben precise.
Prima di tutto occorre che i Paesi interessati ad
un’egemonia mondiale, e ci riferiamo alla Superpotenza superstite ed oggi al
“mondo islamico “ evitino in ogni modo di operare vessazioni contro popolazioni
civili dell' avversario. Danni enormi sono stati fatti in questo campo: è tardi
riparali, non è tardi provvedere per il prossimo futuro.
Se vogliamo davvero estirpare il fenomeno del terrorismo è indispensabile agire senza perdere tempo, su due parametri essenziali:1) la definizione di un preciso territorio, ove ciascuna etnia possa sviluppare la sua civiltà e professare la propria Fede religiosa 2) La solidarietà economica con tutti i popoli oppressi dalla miseria. Il pensare ad una società multietnica e multireligiosa oltre che utopico è criminale, perché in essa saranno sempre i potenti a prevalere, non i migliori ed inoltre la perdita d’identità di un popolo o di un’etnia è perdita di civiltà.
Ogni etnia ha il sacrosanto diritto invece di sviluppare su un proprio territorio la sua fede religiosa, la propria cultura e le caratteristiche peculiari della propria gente. Oggi l’impero bolscevico, che per mezzo secolo ha tenute soffocate religioni e popoli è caduto, non tanto per la supremazia economica degli Usa e per lo “scudo spaziale”da essi progettato, che avrebbe in pratica annullato la prevalenza militare convenzionale dell’URSS, quanto per la vittoria interna delle Nazioni e dei popoli, ottenuta anche con sanguinose insurrezioni, che non avevano la slealtà del terrorismo, ma erano davvero insurrezioni di popolo. Chi non ricorda gli eroici combattenti che affrontavano i carri armati sovietici a Praga, Budapest, nelle repubbliche baltiche ecc. Ma nel mondo cosiddetto “libero”, ove impera la democrazia dei soprusi, i genocidi continuano oramai da oltre sessant’anni. E’ quasi impossibile enumerare tutte le nazionalità oppresse, le religioni perseguitate, le libertà conculcate. Ne ricordiamo solo qualcuna: la popolazione Karen, formata da cristiani battisti e buddisti non ha un proprio territorio, ma è vittima di un continuo genocidio da parte dei governi birmano, tailandese e cinese, perché ostacola la cultura ed il commercio dell’oppio per principi etico-religiosi.
Il popolo Kurdo non possiede un territorio indipendente e libero nel Kurdistan, diviso fra tre nazioni, il popolo Palestinese non ha dopo mezzo secolo, un suo Stato indipendente, per non parlare delle molteplici situazioni dell’Africa ove molte minoranze etnico-religiose vivono oppresse dai Governi locali sorti dopo la decolonizzazione. Questo è il fertile terreno dove si nutre il seme del terrorismo.
Se passiamo alla nostra Patria Europea, ancora schiva di un vecchio ordine imposto dai vincitori della 2GM, vediamo che le etnie non sono affatto libere su un loro preciso territorio, come vorrebbe il principio organico, ma troviamo una lotta di liberazione nei Paesi baschi, in Irlanda del Nord e fino a qualche anno fa persino in Alto Adige, semplicemente perché non è realizzato quanto si è detto circa l’armonica convivenza d’entità etnico-territoriali, contigue e confederate, piuttosto che l’assurda convivenza multietnica.
Gli esempi opposti della ex Cecoslovacchia e della ex Jugoslavia danno ragione a questa tesi. Per chi ha buona memoria possiamo rammentare lo Stato Cipriota, dove mal convivevano turchi mussulmani e greci ortodossi. Solo la necessità di non porre in crisi due nazioni aderenti alla NATO, ha permesso l’operazione chirurgica indispensabile, della separazione delle due etnie e della loro attuale pacifica convivenza, ciascuno a casa propria, con IMMEDIATA scomparsa del terrorismo. Per questo noi lottiamo per un Europa Nazione fatta di libere Patrie confederate!
Ma vi è di peggio: anziché rimuovere le cause del terrorismo si è finto di combatterlo non risolvendo radicalmente il problema, ma quasi sempre aggravandolo da parte delle nazioni economicamente più ricche, in primis gli Stati Uniti con l’avvallo delle Nazioni Unite, applicando l’embargo dei generi di prima necessità, quali medicinali e viveri, riducendo popoli incolpevoli alla disperazione e portando acqua al mulino del terrorismo. Non possiamo dimenticare che i Karen non ricevono medicinali da 35 anni e che solo una pattugli d’italiani coraggiosi e generosi, sfidando pericoli d’ogni sorta, ha portato in questi gironi medicinali di prima necessità ad un popolo stremato, assediato da tre eserciti.
Le misure più urgenti per evitare il terrorismo, passano per due manovre ulteriori a quelle già viste in precedenza: la prima di carattere politico, la seconda economico-sociale. Esse possono sembrare in antitesi l’una dell’altra, ma in realtà sono le uniche che applicate con rigore, senza falsi pietismi e senza criminali egoismi economici, possono ridare all’intero pianeta un volto più umano e sconfiggere davvero il terrorismo. La prima, quella politica, che va di pari passo con la rinascita di un’Europa libera ed una, è il rimpatrio di tutti i non europei nelle rispettive nazioni, che saranno poi oggetto, come vedremo, di un dettagliato progetto che prevede l’aiuto socioeconomico in grado di riportarle ad un livello di benessere stabile e possibile d’autonomo sviluppo. Qui saremmo certamente tacciati di razzismo e di mille altre nefandezze. I veri razzisti sono invece coloro che favorendo l’invasione dell’Europa da parte di masse di diseredati, sfruttati, perseguitati, daranno la vittoria agli sfruttatori extraeuropei e nostrani, vittoria che inciderà in maniera tragica non solo sulla civiltà, sulla Fede religiosa, sulla Tradizione del continente, ma toglierà agli immigrati stessi ogni orgoglio e consapevolezza delle loro culture e civiltà, che noi giudichiamo semplicemente diverse dalla nostra. Qualcuno anche della nostra area, potrà obbiettare che l’Impero Romano cadde, è vero, per le invasioni barbariche, ma che la Civiltà di Roma e il Cristianesimo, assimilati dai barbari, fecero sì che i medesimi facessero risorgere con Carlo Magno il Sacro Romano Impero! Il paragone non è assolutamente valido.
L’Europa oggi esercita solo un’attrazione economica e la sua Civiltà e Tradizione, sono il primo obiettivo da riconquistare da parte di noi europei, contro il degrado morale dell’attuale dell’attuale Occidente e contro la gravissima crisi religiosa del momento, frutto dell’illuminismo, del positivismo e del conseguente materialismo ateo, crisi che ha contaminato persino i vertici della Chiesa.
Il Presidente degli Stati Uniti quindi non è, come afferma Bin Laden per galvanizzare i propri integralisti, il primo “ Crociato”, ma il Presidente di una nazione che cinquant’anni orsono ha portato in Europa l’edonismo, il consumismo, la logica delle multinazionali ed un falso benessere che genera bisogni e produce disparità sociale coniugato ad una concezione della vita che ha insidiato la gioventù, la famiglia e le tradizioni.
Ma l’opera di risanamento morale dell’Europa, la rivitalizzazione della Tradizione Romana e Cattolica del Continente, la costruzione di un Europa dei Valori e non di una labile unità comunitaria prevalentemente economica, agli ordini della Banca Europea, passa attraverso la ricostruzione di moderne istituzioni, con i popoli del continente, liberi e sovrani, confederati in un'unica Nazione ispirata ai valori Cristiani, proseguendo di pari passo con il rimpatrio dei non europei nelle nazioni d’origine. Nel frattempo anche il liberal capitalismo dovrà rientrare nella sua sede più naturale, con le proprie banche e le sue multinazionali.
Una volta rimpatriati nei rispettivi Stati nazionali i non europei, una buona soluzione per sconfiggere la miseria del Continente africano, potrebbe essere quella che ciascuno Stato europeo stringa con una sua ex Colonia, ora Stato indipendente, dei patti bilaterali economico-sociali, che prevedano uno scambio di tecnologie e materie prime ed un’abilitazione della classe dirigente del Paese assistito, con frequenza di corsi e praticantato nel Paese europeo associato.
Sul territorio d’ogni singola Nazione europea potranno risiedere a tempo determinato appunto, solo i cittadini dello Stato associato, che rientreranno in Patria per portare, con l’esperienza acquisita, un reale e stabile miglioramento del tenore di vita del proprio popolo, che potrà, poi autonomamente progredire in campo economico e sociale senza perdere le sue caratteristiche di tradizione e di costume.
L’Europa organicamente confederata nel pieno rispetto e nella delimitazione territoriale delle minoranze etniche e religiose, con al vertice un Capo e una dirigenza carismatica ed elitaria, e quindi non semplicemente economica, fornita di proprie Forze Armate esclusivamente ai suoi ordini, ben salda nei principi della sua Civiltà e della sua Fede Cristiana, dovrà vigilare affinché nel mondo non vi siano popolazioni oppresse per questioni economiche ed interessi geopolitici, dall’attuale “ gendarme “ americano, né tantomeno per motivi di fede religiosa da parte di un certo espansionismo islamico. Contro tali soprusi l’Europa, a viso aperto e senza secondi fini prenderà posizione nello spirito della sua millenaria civiltà con tutto il peso della sua ritrovata Tradizione e certamente il terrorismo sarà definitivamente sconfitto, perché saranno state rimosse le cause principali del suo insorgere.
Tratto da www.italiasociale.org
URANIO AMERIKANO:
dall'Iraq ai Balcani sovranità nazionale cercasi…di
Federico dal Cortivo
Era il 20 marzo di quest'anno e sui principali quotidiani nazionali appariva la notizia dei risultati dell'indagine, compiuta dalla commissione Mandelli, sui casi di leucemie riscontrati tra i nostri soldati nei Balcani. Tre mesi è durata la ricerca del noto ematologo commissionata dal Ministero della Difesa e l'esito è a dir poco sconcertante per l'ovvietà delle conclusioni. E' vero, vi è un aumento dei casi di linfomi e di leucemia linfatica. Gli episodi di linfoma di Hoggkin e leucemia acuta sono a dire il vero il doppio di quelli previsti, ma - "tranquillizza" il professor Mandelli - non esistono prove che vi sia un nesso con le operazioni nell'ex Jugoslavia. L'arma più colpita sembra l'Esercito con l'84% dei casi, seguito da Carabinieri con il 7,6%, Aeronautica 7% e Marina 0,9%. Anche tra l'aria inquinata dagli scarichi delle auto ed il cancro al polmone non vi è alcuna prova certa che esista un collegamento, però... Pronta la risposta del Maresciallo Leggiero, responsabile dell'Osservatorio per la salute e tutela dei militari: "chi va nei Balcani vede raddoppiata la possibilità di contrarre malattie tumorali, dobbiamo confrontare i dati in nostro possesso con quelli della commissione; a noi per esempio risultano 48 casi di neoplasie accertate, contro le 28 di Mandelli" - come a dire - ascoltate anche noi che siamo parte in causa. Questo per il momento è l'ultimo atto della vergognosa storia dell'URANIO IMPOVERITO, che ha investito ancora una volta la credibilità del governo italiano, del Ministero della Difesa e della NATO; ma bisogna partire da lontano per capire la reale portata del problema uranio, cioè dalla guerra americana contro l'Iraq del 1990. Tutti ricorderanno che con la scusa di "difendere" l'indipendenza della monarchia dispotica del Kuwait, in realtà per mantenere il controllo sui ricchi giacimenti petroliferi, gli Stati Uniti scatenarono una propria e vera guerra d'aggressione contro l'Iraq di Saddam Hussein, impiegando buona parte del loro deterrente convenzionale, tra cui spiccavano i proietti perforanti con penetratore all'uranio impoverito, che ha come caratteristica principale quella di viaggiare a circa 1800m/s e di perforare le corazze dei carri. Per gli addetti ai lavori sono i famosi proiettili controcarro APFSDS-Armour Piercing Fin Stabilized Discaring Sabot, perforante decalibrato ad abbandono di sabot stabilizzato mediante alette. Il proietto è costituito da un penetratore all'uranio impoverito, avvolto in uno zoccolo (sabot) in lega leggera a frattura prestabilita, che serve da adattatore del proietto alla canna. Allo sparo, lo zoccolo si rompe e tutto il proietto avanza tenuto insieme dalle pareti della canna. Una volta lasciata la bocca da fuoco, le parti dello zoccolo rotte cadono sul terreno ed il dardo prosegue la sua corsa stabilizzato dalle alette. L'energia cinetica è tale che a 2 km di distanza riesce a perforare una piastra d'acciaio di 550 mm. Nel Golfo furono sparati 950.000 proiettili di vario tipo e calibro, con 300t di Du (depleted uranium). In Bosnia ne sono stati sparati 10.800 ed in Kossovo 31.000. Gli effetti sono ancora presenti tra la popolazione del martoriato stato iracheno, l'anno scorso i casi di leucemia sono aumentati di un altro 17% rispetto al 1990, in altre parole prima della guerra, ma la leucemia non è l'unica malattia che colpisce.
Secondo i dati forniti da Muna Al Jibury, collaboratrice del ministro iracheno della sanità, i bambini nati malformi sono aumentati di cinque volte nella zona di Bassora, i casi di mongolismo sono triplicati, quelli di malattie agli occhi triplicati. Inoltre sono aumentati i casi di cancro al polmone, nascite premature, linfomi ecc. Particelle di Du sono state trovate nelle urine, nei tessuti e nel liquido seminale delle persone ammalate o morte. Il governo inglese dal 1991 sapeva già tutto, come rivelato recentemente dal Times, che riproduce un rapporto dell'Osservatorio sulla Sicurezza Nucleare consegnata a Downing Street nel "91, nel quale si avvertiva della "urgente" necessità di ripulire il Kuwait dai residui dei proiettili al Du, per evitare la contaminazione radioattiva. Contemporaneamente i veterani inglesi reduci della guerra del Golfo, denunciano la morte di 512 soldati dalla fine delle ostilità e di ben 5000 colpiti da varie patologie. Anche negli Usa si contano centinaia di reduci affetti da malattie riconducibili all'impiego in Medio Oriente, alcuni sono costretti a lasciare il servizio attivo perché non più idonei; altri generano figli deformi o contraggono forme tumorali. L'ottimo programma Report di Rai Tre, qualche anno fa in un servizio, per la prima volta in Italia ci fece sentire le testimonianze dei soldati alleati che erano affetti dalla cosiddetta "sindrome del Golfo", che non è però ritenuta tale dai governi angloamericani, negando così di fatto qualsiasi risarcimento alle vittime della contaminazione. Il pensiero ci porta a ricordare l'identica posizione dei militari colpiti dopo il Vietnam da gravi malattie, dovute al famoso "agente arancione", i defolianti. Ufficialmente non sono mai stati usati nelle operazioni nel Sud Est Asiatico, quindi non esistono neppure i soldati ammalati. Arriviamo poi all'autunno del 2000, quando scoppia con gran fragore l'affaire balcanico. I nostri soldati sono stati spediti in tutta fretta dai governi del centro sinistra in terra Jugoslava, a tutelare non certamente gli interessi nazionali, visto e considerato che Belgrado non minacciava i confini italiani, ma forse il governo Milosevic era d'ostacolo a chi voleva ad ogni costo destabilizzare la regione per impedire la creazione di quell'asse fluviale tra Europa centrale e Mar Nero (vedi Stati Uniti e Gran Bretagna) ed ecco allora l'intervento umanitario pro Uck. Alle prime denunce di gravi carenze logistiche, arrivano anche le prime segnalazioni sul personale che ha prestato servizio nella regione dal 1995 ad oggi e che ha contratto vari tipi di neoplasie. Ogni giorno aumentano le denunce e la stampa nazionale è costretta a riportare con grande risalto i casi che via, via vengono scoperti. Si parla con sempre più insistenza dell'uranio impoverito presente in bombe e proiettili perforanti dell'Usaf, usati massicciamente contro obiettivi militari e civili in Bosnia e Kossovo.
Tutte le patologie riscontrate ai soldati italiani presentano una somiglianza sconcertante con quelle dei veterani del Golfo. Viene pure alla luce come il personale di carriera e non, sia stato vergognosamente abbandonato dalle strutture militari nazionali, che fingono di non conoscere il problema, scaricando le responsabilità prima sui vertici politici, e questi ultimi sulla Nato, in un confuso gioco allo scaricabarili. Lentamente si comincia ad avere la consapevolezza di come le nostre truppe siano state utilizzate per presidiare le zone più colpite dai raid aerei, quindi quelle più inquinate da proiettili all'uranio. I veri comandanti della missione K-force, gli Stati Uniti, si sono ben guardati ad inviare propri soldati nelle aree più a rischio, all'occorrenza c'erano gli Italiani! Ma riportiamo quando detto dal Generale Termentini, uno dei massimi esperti europei di mine ed ordigni segreti: "nel '95 in Bosnia nessuno ci avvertì di quei maledetti proiettili all'uranio, nonostante fossero già stati usati in Iraq. I miei genieri in Kossovo si sono imbattuti in numerosi proiettili di questo tipo, e non potendo rimuoverli, ne segnalavamo la posizione a nuclei specializzati. .Anche se non ci dovrebbero essere conseguenze immediate per l'organismo - prosegue il generale - è assodato il forte inquinamento ambientale, entrando nella catena alimentare, e producendo nel medio e lungo periodo danni all'organismo, non solo dei militari. E difatti in una nota del 22 novembre 1999, il Colonnello Bizzarri del nucleo NBC, dirama una circolare a tutti i reparti italiani impegnati nei Balcani che così recitava: "L'uranio impoverito è un metallo altamente tossico e radioattivo; se vi trovate in un area contaminata, indossate come minimo maschera e guanti di protezione. Provvedere ad una buona igiene personale, rimanere lontano da carri/mezzi bruciati e da edifici colpiti da missili da crociera. Se lavorate entro 500 metri dai suddetti obiettivi, indossate protezioni per le vie respiratorie! Le inalazioni di polveri insolubili d'uranio sono associate nel tempo con effetti negativi sulla salute, quali tumori, disfunzioni nei neonati... che potrebbero non verificarsi fino a qualche anno dopo l'esposizione!" Anche Croati e Musulmani hanno iniziato un inchiesta sulla "sindrome dei Balcani". L'ufficiale dell'esercito serbo-bosniaco Srdial Trifkovic, sostiene che negli ultimi anni alcuni dei suoi uomini sono morti a causa di tumori sospetti, leucemie e cancro al polmone; altri risultano gravemente ammalati. Tra la comunità serba di Hadzici, al confine con la Serbia, si è registrata un'alta mortalità causata da tumori, ben dieci volte superiore alla media! L'ospedale di Prjiedor, nel nord della Bosnia, registra un aumento del cancro tra la popolazione civile della zona del 26%. Soldati e civili stanno pagando sulla loro pelle l'utilizzo indiscriminato dei proiettili al Du, la popolazione irachena paga a tutt'oggi un prezzo altissimo in termini di vite umane l'aggressione "umanitaria" del 1990 e lo stesso sta accadendo alla popolazione slava. La cortina omertosa che dalla guerra del Golfo ha coperto l'intera vicenda , in questi giorni sembra di nuovo scesa; la commissione Mandelli non si è sbilanciata, evitando di dire con chiarezza come stanno le cose, forse per non creare imbarazzo negli "alleati" americani; il nostro governo latita come al solito ed i vertici militari non esistono, perché da loro non è giunta una parola a tutela dei propri soldati. I nostri militari ammalati debbono lottare ogni giorno contro un amministrazione che invece di salvaguardarli, li ostacola non riconoscendogli la giusta "causa di servizio".
I media, così efficienti nei primi giorni dello scandalo, non parlano quasi più del problema, come se avessero ricevuto qualche ordine dall'alto. Si... qualche articoletto qua e là, ma niente di più. La lunga mano della potenza americana ha imposto il bavaglio. La realtà è che ci troviamo di fronte all'ennesima dimostrazione per noi italiani di vivere in un nazione a sovranità limitata, che non può intraprendere una seria politica estera nazionale, che deve mettere i propri soldati a disposizione della Nato, dell'Onu e delle finte guerre umanitarie scatenate dai veri padroni al di là dell'Atlantico. Italia che non può nemmeno esigere un indagine seria ed obiettiva sulla causa della morte dei propri militari e che trova nel governo ed anche nell'opposizione, ad esclusione forse della Lega che per prima ha denunciato il caso uranio qualche anno fa, i servi sciocchi degli interessi antinazionali; le vere quinte colonne degli occupanti la nostra terra. E' purtroppo iniziata la campagna elettorale. Purtroppo... perché è forse la peggiore di questi ultimi anni! Svilente nei contenuti e vuota nelle idee, con i due leader fotocopiati, tutti affaccendati nella composizione delle liste e nelle passerelle televisive. I loro discorsi sono solo pieni d'elogi all'economia di mercato e alla riforma federalista o devolution. Non una parola è spesa per quel bene primario per ogni nazione che è la propria indipendenza! Hanno pure dimenticato di chiamarla Patria o Nazione, la chiamano volgarmente paese. La guerra persa nel 1945 sembra non finire mai, quanti Kossovo dovremo aspettare prima di poter rialzare la testa?
Tratto da www.italiasociale.org
Indipendenza e sovranità di Alberto B. Mariantoni
La recente aggressione/invasione/occupazione militare dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, ha direttamente o indirettamente favorito – in Italia, in Europa e nel mondo - la repentina e salutare apparizione di due particolari, antitetici ed inconciliabili schieramenti politici trasversali: quello dei cosiddetti «filoamericani» (estremamente minoritario) e quello dei cosiddetti «antiamericani» (largamente maggioritario).
Intendiamoci: non che, fino al marzo/aprile del 2003, il «filo-americanismo» e «l’antiamericanismo» non fossero mai esistiti o non avessero in qualche modo già avuto un certo numero di consensi e di sostenitori, ma nel senso di tertio non datur… Nel senso, cioè, di assoluta impossibilità, per chiunque - a partire da quella data - di potersi effettivamente dichiarare «neutro» o di disporre di una qualunque libertà di manovra, per potere in qualche modo scegliere o preferire una qualsiasi altra collocazione politica.
In altre parole, con la Terza Guerra del Golfo (2003) ed il dispotico e brutale rifiuto da parte dell’Amministrazione Bush jr. di conformarsi alle norme del Diritto internazionale (che gli USA stessi, fino a quel momento, avevano caparbiamente contribuito ad elaborare, redigere, fare approvare ed imporre al resto dei paesi del mondo!), si è chiaramente delineata una profonda ed irreversibile frattura politica a livello planetario, ed hanno cominciato a prendere corpo e sostanza due nuove «correnti» d’opinione politica, formalmente o informalmente attestate sulla medesima ed opposta linea di attrito e di demarcazione: quella, in particolare, che passa per il «diritto o meno», per l’insieme dei popoli del mondo, «di disporre di loro stessi, delle loro terre, delle loro ricchezze e del loro destino».
Da un lato, dunque, i «filoamericani» e tutti coloro che - a partire da quel conflitto ed in simbiosi (attiva o passiva) con le vedute e la politica di Washington - ritengono ormai desueto o quantomeno discutibile e senz’altro limitabile o sopprimibile (quasi sempre, ad usum delphini e/o a geometria variabile!) quel diritto; dall’altra – con aneliti, bandiere, parole d’ordine, forme di protesta e motivazioni diverse – gli «antiamericani» e tutti coloro che, direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente, ragionatamente o istintivamente, rifiutano, criticano o deplorano l’arbitraria ed ingiustificata rimessa in discussione di quel diritto.
Inutile, nell’ambito di questa riflessione, tentare di formulare una qualunque tipologia sociologica dei cosiddetti «filo-americani». Quella tipizzazione concettuale, infatti, indipendentemente dalle specifiche e peculiari collocazioni politiche o partitiche di ognuno, si risolverebbe nella mera e noiosa descrizione di un’avvilente e rattristante scala gerarchica di blandi o indefessi assertori (più o meno illustri o sconosciuti, illuminati o ottusi) della sovranità limitata dei nostri paesi e di piccoli e grandi servi volontari o involontari, consci o inconsci, interessati o gratuiti, dell’imperialismo di turno.
Senza importanza ugualmente, in questo contesto, prendere in conto l’insieme delle sensibilità ideologiche, politiche e pratiche che caratterizzano e compongono il cosiddetto «campo antiamericano». Un «campo» che, a dire il vero, investe, comprende e raccoglie, trasversalmente ed in ordine sparso - dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per il centro - la quasi totalità delle famiglie di pensiero e d’azione dell’intero schieramento ideologico, politico, culturale e religioso nazionale ed internazionale, fino ad oggi conosciuto.
La maggior parte di quelle sensibilità, infatti - nonostante la sincera volontà di coloro che ne sono all’origine o che tendono, in una maniera o in un’altra, ad animarle, promuoverle e/o propugnarle - non posseggono nessuna chance di opporsi efficacemente all’impresa mondialista, voluta dagli Stati Uniti ed applicata quotidianamente - a nostro discapito - dai diversi e variegati coadiutori di quella superpotenza. Tanto meno, di contrastare lo sfrontato e tracotante espansionismo economico e militare dell’imperialismo Yankees. Meno ancora, di contribuire in qualche modo alla rimessa in discussione, sia dell’occupazione militare esercitata de facto dall’invadente, ingombrante ed intrigante presenza delle basi USA e NATO all’interno dei nostri territori che della colonizzazione culturale che – da quasi sessant’anni - assoggetta, soggioga e tiranneggia l’insieme delle coscienze individuali e collettive delle nostre avvilite e calpestate popolazioni.
Quelle sensibilità politiche, in realtà, non hanno
nessuna possibilità di contrastare e di far decadere (né di modificare
parzialmente) l’attuale status quo uscito dall’esito della Seconda guerra
mondiale, per la semplice ragione che le ideologie che le supportano e le
vivacizzano, oltre ad essere - con il loro internazionalismo endemico ed
assiomatico - in aperta contraddizione con gli scopi che queste ultime
pretendono ufficialmente perseguire, facilitano palesemente l’opera
d’annichilimento verticale, orizzontale ed obliquo delle nostre società
tradizionali, sistematicamente rincorsa e progressivamente attuata dal
mondialismo/globalismo statunitense.
Tra le sensibilità politiche del cosiddetto «campo antiamericano», quelle che invece mi sembrano degne di una certa attenzione e/o di un qualunque approfondimento, sono quelle che - a mio giudizio – posseggono realmente in fieri la possibilità di rappresentare una sicura e fidata «trincea di difesa», una risoluta ed attendibile «base di contrattacco» ed una possibile e credibile «speranza di vittoria», per quanti – all’interno delle nostre società – sentono sin da ora (o sentiranno prima o poi) il bisogno esistenziale e politico di ribellarsi alla fatalità della nostra impotenza e di tentare di liberarsi, sia dalla più che demisecolare occupazione militare statunitense che dalla quotidiana ed insopportabile aggressione/vessazione mondialista.
Mi riferisco, naturalmente, agli «indipendentisti» ed ai «sovranisti» in generale: a tutti coloro, cioè, che – al di la delle loro particolari sensibilità ideologiche, politiche, istituzionali, culturali e religiose a livello nazionale – tendono a considerare la libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione e la sovranità politica, economica, culturale e militare del loro paese come fondamentali e vitali per l’esistenza e lo sviluppo delle popolazioni alle quali appartengono, nonché il diritto dei popoli a disporre di loro stessi, delle loro terre, delle loro ricchezze e del loro destino come ideologicamente indispensabile, politicamente imprescindibile e praticamente intangibile, inviolabile ed inalienabile, per l’equilibrio e la coesistenza pacifica dell’insieme dei popoli-nazione del mondo.
Gli «indipendentisti» ed i «sovranisti» delle diverse nazioni del mondo, infatti, sono gli unici che - in questo particolare momento della nostra storia - sono in grado di suscitare e di sostenere una lotta all’ultimo sangue nei confronti dell’imperialismo americano e dell’angheria mondialista. Sono gli unici che sono in condizione di rappresentare il più sicuro antidoto alla voluta e programmata dissoluzione delle nostre culture e delle nostre civiltà. Sono gli unici che possono opporre una decisa e coraggiosa resistenza ed, allo stesso tempo, scatenare una credibile ed efficace controffensiva nei confronti dei nemici esterni, nonché dei traditori, dei rinnegati e degli opportunisti dei nostri paesi. Sono gli unici che posseggono i requisiti ideologici, politici e pratici per neutralizzare, sconfiggere e fare scomparire nel nulla, quanti pensano ancora di potere definitivamente trasformare i nostri territori in semplici no men’s lands delle loro rapine economiche, del loro sfruttamento scientifico e della loro artificiale e morbosa dominazione militare; oppure, trasfigurare l’insieme dei nostri popoli, in accecati ed abbrutiti consumatori della loro merda alimentare ed industriale, nonché in atomizzati ed addomesticati oggetti passivi delle loro speculazioni finanziarie, delle loro prevaricazioni giuridico/amministrative e delle loro soffocanti ed opprimenti sperimentazioni sociali e culturali.
Smettiamola, quindi, di continuare a batterci, ognun per sé, contro il comune nemico imperialista e mondialista che ci calpesta e ci opprime tutti, individualmente e collettivamente. Finiamola, una buona volta, con i nostri reciproci settarismi ed i nostri assurdi ed infantili campanilismi. Piantiamola, una volta per tutte, di continuare a farci deridere e beffeggiare a causa della nostra volontaria impotenza, da chi ci vorrebbe tutti, prima o poi, indistintamente e definitivamente cancellare dalla storia!
Non dimentichiamo, infatti, che è solo mettendo intelligentemente e momentaneamente da parte le nostre più intime convinzioni ideologiche, politiche, istituzionali, culturali e religiose, e cercando con ogni mezzo di raggrupparci strategicamente o tatticamente il più possibile intorno ai temi dell’indipendenza e della sovranità dei nostri paesi che saremo, tutti insieme, veramente in condizione di difenderci e di contrattaccare. Alimentando dapprima, in questo senso, un irresistibile movimento d’opinione che, a sua volta, favorirà un irrefrenabile ed incontenibile movimento di popolo che, a sua volta ancora, renderà assolutamente possibile e sicuramente realizzabile una generalizzata, travolgente e vittoriosa lotta di liberazione nazionale, sia per il nostro popolo che l’insieme dei popoli-nazione del mondo.
E da sinistra - per cortesia - non mi si venga ad obiettare che una tale «alleanza» di principio e d’azione - che includerebbe necessariamente, tra le altre fazioni indipendentiste e sovraniste dei nostri paesi, anche i fascisti… - sarebbe impossibile da realizzare a causa dell’ «antifascismo» militante delle loro idee, o che il loro cosiddetto «socialismo» o «comunismo» sarebbe incompatibile o inconciliabile con i concetti di Patria, d’Indipendenza e di Sovranità…
In questo caso, infatti (senza dover necessariamente ricordare Bolivar, Sandino, Pisacane, Mazzini, Corridoni, Castro, Tito, Mao-Tse-Tung, Ho-Chi-Min, ecc.), certi «gaglioffi da operetta» - anche se saltuariamente travestiti da biechi «rivoluzionari», irriducibili «sovvertitori» o zelanti «progressisti» - non potrebbero fare altro che continuare ad indossare (come hanno già fatto una prima volta…, a differenza dei Nicola Bombacci, degli Edmondo Cione, dei Carlo Silvestri, dei Renato Sollazzo, dei Corrado Bonfantini, dei Pulvio Zocchi, dei Gastone Gorrieri, dei Nicoletti, Vatore, Fietta, Janni, Pandolfo, Piacentini e di moltissimi altri), il classico ed indecoroso abbigliamento dei soliti pesmergas d’ogni tempo e d’ogni occasione!
Tratto da www.asslimes,com
Grazie a Bush l'Europa è più vicina? di Enrico Gervasoni
Ci sono momenti
in cui la storia si affida agli eventi lasciando che uomini e popoli si
esercitino per tempi maturi.
Si parla spesso dell’assenteismo europeo rispetto
agli avvenimenti seguiti alla caduta del muro.
Il ruolo minimale dell’Europa
ha reso certamente più cruente crisi come quella jugoslava, ma da un altro
punto di vista, il tempo ha permesso all’Europa di assimilare gli effetti e gli
sconvolgimenti geopolitici derivanti dalla caduta del muro, quali il nuovo
assetto dell’ex Unione Sovietica, la riunificazione della Germania, l’espansione
dell’Europa verso est sino (per ora) al confine russo, avere il tempo di
eliminare ogni residuo del passato stabilizzando in qualche modo l’area
balcanica.
Dopo il 1945 l’Europa
ha scelto di compiersi attraverso il consenso e la partecipazione dei suoi
membri interrompendo i tentativi millenari susseguitisi dall’Impero Romano in
poi di stabilizzare un’Europa fondata sul dominio di uno dei suoi popoli sugli
altri.
Va ricordato che l’altro “grande stato occidentale”, formatosi
dopo la guerra di indipendenza dagli inglesi, attraverso la conquista di un
vasto territorio sottratto agli indiani, ai messicani ed ai francesi,
ricompattato attraverso una guerra di secessione, ha avuto più di due secoli per
organizzare il proprio assetto interno ed estendere la sua influenza politico-
militare ed economico-finanziaria verso l’esterno.
È una logica radicale, adatta per un mondo diviso in due, con al
massimo qualche “non allineato” che non conta, proprio come avviene da sempre
all’interno degli USA dove solo due partiti si alternano e/o si dividono il
potere.
Sicuramente, gli Europei, per
non parlare degli italiani, sanno che ci sono mille altri modi di affrontare i
problemi prima di imboccare la guerra dei trent’anni (fra l’altro l’ Europa ha
già avuto la “guerra dei trent’anni” e “la guerra dei cent’anni”).
All’Europa non servono i comportamenti di un Tony Blair dalle
“braghe corte” o atteggiamenti di altri “premier” che dimostrano la mancanza di
una capacità politica adatta a tutelare e promuovere l’interesse dei cittadini
europei che rappresentano.
Bergamo, 22 gennaio 2003
Tratto da www.asslimes.com
di John Pilger
"Ancora una volta l'America è stata risucchiata in un pantano. Le avventure
rapaci in Iraq e Afghanistan stanno andando veramente male". In un reportage
scritto per il settimanale inglese "New Statesman", John Pilger svela il
disastro che si cela dietro le due "grandi vittorie" americane dopo l'11
settembre, in Afghanistan e in Iraq.
Le due “grandi vittorie” dell’America dall’11 settembre 2001 si stanno rivelando
per quello che sono. In Afghanistan, il regime di Hamid Karzai non ha autorità,
non ha denaro, e collasserebbe senza le armi americane, al Qaeda non è stata
sconfitta e i talebani stanno riapparendo. Andando oltre ciò che ci vogliono
raccontare, la situazione delle donne e dei bambini resta disperata. La donna
che è stata simbolicamente inserita nel gruppo di Karzai, il coraggioso medico
Sima Samar, è stata cacciata dal governo e teme ora per la sua vita, costretta a
vivere con una guardia armata fuori dalla porta del suo ufficio e un’altra al
cancello. Omicidi, stupri, abusi sui bambini sono commessi nella totale impunità
dall’esercito privato degli “amici” dell’America, i Signori della Guerra che
Washington ha comprato pagandoli milioni di dollari, soldi alla mano, per dare
una parvenza di stabilità.
“Ci troviamo in zona di guerra non appena lasciamo la nostra base”, mi ha detto
un colonnello americano alla base aerea di Bagram, vicino a Kabul. “Ci sparano
ogni giorno, molte volte al giorno”:
Quando gli ho detto che però di certo erano venuti per liberare e proteggere le
persone, ha riso tenendosi la pancia.
Le truppe americane sono viste di rado nelle città afgane. Scortano gli
ufficiali USA che passano ad alta velocità su veicoli blindati, con i finestrini
oscurati seguendoli su veicoli militari ad armi spianate montate ovunque. Anche
la base ampia di Bagram è stata considerata troppo insicura per il Segretario
della Difesa, Donald Rumsfeld, durante la sua recente e velocissima visita. Gli
americani sono così nervosi che poche settimane fa hanno “casualmente” sparato,
nel centro di Kabul, su 4 soldati dell’esercito afgano, uccidendoli, dando il
via alla seconda maggior protesta di strada in una settimana contro la loro
presenza.
Nel giorno in cui ho lasciato Kabul, un autobomba è esplosa lungo la via che
conduce all’aeroporto, uccidendo 4 soldati tedeschi, membri della forza di
sicurezza internazionale, Isaf. Il bus dei tedeschi è stato sparato in aria,
carne umana giaceva sul bordo della strada. Quando i soldati britannici sono
arrivati, per “isolare” l’area, sono stati accolti da una folla silenziosa che
li osservava, uno sguardo torvo e il calore e la polvere, una divisione profonda
quanto quella che già gli afgani conobbero nei confronti dell’esercito
britannico nel diciannovesimo secolo, quanto quella dei francesi con gli
algerini, degli americani con i vietnamiti.
Nell’Iraq, teatro della seconda “grande vittoria”, due segreti si stanno
svelando. Il primo è che i “terroristi” che stanno combattendo l’occupazione
americana rappresentano una resistenza armata all’occupazione che ha il supporto
della maggioranza degli iracheni che, contrariamente alla propaganda
pre-bellica, si stanno opponendo alla loro “liberazione” forzata (a tal
proposito si veda l’indagine di Jonathan Steele, 19 marzo 2003,
www.guardian.co.uk). Il secondo segreto è che stanno emergendo le prove di
massacri compiuti dagli anglo-americani, bagni di sangue che Bush e Blair hanno
sempre negato.
I confronti con il Vietnam sono stati fatti così spesso nel corso degli anni che
ho esitato a farne un altro. Tuttavia le similitudini colpiscono. Per esempio,
il ritorno di frasi come “essere risucchiati in un pantano”. Suggeriscono,
ancora una volta, che gli americani sono vittime, non invasori: la versione che
Hollywood suggerisce quando un’avventura rapace non volge al meglio. Da quando
la statua di Saddam Hussein è stata abbattuta, quasi tre mesi fa, sono stati
uccisi più americani che durante la guerra. Dieci sono stati uccisi e 25 feriti
in un classico attacco in stile guerriglia e attacchi contro i posti di blocco e
i checkpoint si contano a dozzine al giorno.
Gli americani chiamano i guerriglieri “i fedeli di Saddam” o “combattenti del
partito Ba’ath”, nello stesso modo in cui rifiutavano di chiamare la resistenza
vietnamita col nome di vietnamiti ma li definivano “comunisti”. Recentemente, a
Falluja, nel cuore dell’Iraq sunnita, è stato chiarissimo che non era la
presenza del partito Ba’ath o di fedeli di Saddam, ma la brutalità degli
occupanti, che hanno sparato senza motivo sulla folla, a ispirare la resistenza.
I carriarmati americani che hanno sparato su una famiglia di pastori rievoca
negli iracheni le stragi di pastori, delle loro famiglie e delle loro greggi, da
parte degli aerei della “coalizione”, nella “no-fly zone” 4 anni fa, che io
filmai e nel quale vidi i giochi assassini che gli aerei americani erano soliti
fare in Vietnam, sparando sui contadini nei loro campi, sui bambini e sui
bufali.
Il 12 giugno, gli americani, in forze, hanno attaccato una “base dei terroristi”
a nord di Bagdad, lasciando più di 100 morti, in accordo con un portavoce
statunitense. Il termine “terrorista” è importante, perché implica che
personaggi simili ad al Qaeda stiano attaccando i liberatori, e così il
collegamento tra l’Iraq e l’11 settembre è fatto, cosa che non fu fatta
esplicitamente nella propaganda pre-bellica.
Più di 400 prigionieri sono stati fatti nell’operazione. E’ stato riportato che
la maggioranza è andata ad aggiungersi a migliaia di iracheni in un luogo di
prigionia all’aeroporto di Baghdad: un campo di concentramento sullo stile di
quello di Bagram, da dove le persone vengono portate a Guanatanamo Bay. In
Afghanistan gli americani catturano gli autisti di taxi per spedirli all’oblio,
via Bagram. Come i ragazzi di Pinochet in Cile, coloro che vengono percepiti
come ostili “spariscono”.
“Cerca e distruggi”, la tattica di far terra bruciata del Vietnam, è tornata.
Nelle aride pianure del sud est dell’Afghanistan, il villaggio di Niazi Qala non
esiste più. Gli aerei americani l’hanno fatto sparire prima dell’alba del 30
dicembre 2001 massacrando, tra gli altri, i partecipanti a un matrimonio. Coloro
che abitavano il villaggio hanno detto che donne e bambini correvano in
direzione di uno stagno senz’acqua, in cerca di protezione, ma hanno sparato
loro mentre fuggivano. Dopo due ore gli aerei e gli assalitori se ne sono
andati. In accordo con un’indagine delle Nazioni Unite 52 persone erano state
uccise, tra loro 25 bimbi. “Li abbiamo identificati come obiettivo militare”,
dice il Pentagono, come un eco della risposta che venne inizialmente data per il
massacro di My Lai, 35 anni fa.
Colpire i civili è stato per lungo tempo un tabù giornalistico in Occidente. Chi
faceva questo era reputato il mostro, non eravamo mai “noi”. Il tributo di
vittime civili alla guerra del Golfo del 1991 è stato sfrenatamente
sottostimato. Quasi un anno dopo, uno studio del Medical Education Trust di
Londra ha valutato che più di 200.000 iracheni erano morti durante o
immediatamente dopo la guerra, come conseguenza diretta o indiretta degli
attacchi sulle infrastrutture civili. Il rapporto è stato completamente
ignorato.
Questo mese l’Iraq Body Count, un gruppo di accademici americani e britannici e
di ricercatori, hanno valutato che più di 10.000 civili possono essere stati
uccisi, compresi 2356 civili nella sola Bagdad.
E si tratta di una valutazione estremamente prudente.
In Afghanistan la carneficina è stata simile. A maggio, l’anno scorso, Jonathan
Steele ha estrapolato tutte le prove disponibili per giungere a un conteggio del
costo in vite umane dei bombardamenti USA, e ha concluso che 20.000 afgani hanno
perso la vita.
Questi effetti “nascosti” non sono nuovi.
Un recente studio dell’Università di Columbia, a New York, ha
dimostrato come l’Agente Orange e altri pesticidi sono stati sparsi in Vietnam
in misura 4 volte maggiore di quanto si riteneva. L’Agente Orange contiene
diossina, uno dei veleni più mortali che si conoscano. In quella che chiamarono
inizialmente Operation Hades, successivamente modificato nel più diplomatico
Operation Ranch Hand, gli americani distrussero nel corso di 10.000 “missioni”,
in Vietnam, circa la metà delle foreste del sud, con un costo in vite umane
incalcolabile. E’
stato il più insidioso e probabilmente il più devastante utilizzo di armi
chimiche di distruzione di massa di tutti i tempi. Oggi i bimbi vietnamiti
continuano a nascere con una serie di deformità, o nascono morti, o i feti
vengono abortiti.
L’uso di munizioni all’uranio
ora evoca la catastrofe dell’Agente Orange. Nella prima guerra del Golfo, nel
1991, gli americani e i britannici usarono 350 tonnellate di uranio impoverito.
In accordo con l’Atomic Energy Authority, del Regno Unito, in base a uno studio
internazionale, 50 tonnellate di uranio impoverito, se inalate o ingerite,
possono causare 500.000 morti. La maggioranza delle vittime sono civili del sud
dell’Iraq. Durante l’ultimo attacco sono state utilizzate 2000 tonnellate di
Uranio Impoverito.
In un’importante serie di reportage per il Christian Science Monitor, il
giornalista investigativo Scott Peterson, ha descritto le pallottole radioattive
per le strade di Bagdad, i carriarmati contaminati tra i quali i bambini giocano
senza precauzioni. In ritardo sono apparse alcune scritte in arabo: “pericolo,
state lontani da questa zona”.
Contemporaneamente, in Afghanistan, l’Uranium Medical Research Centre, con sede
in Canada, ha fatto due studi sul campo, i cui risultati sono descritti come
“scioccanti”. “Senza eccezioni”, è riportato, “in ogni luogo bombardato le
persone sono ora malate. Una parte significativa della popolazione civile
presenta sintomi gravi, da contaminazione da uranio”.
Una mappa distribuita dalle agenzie non governative in Iraq mostra che i
militari americani e britannici hanno disseminato di bombe a grappolo intere
aree urbane, e molte di queste sono inesplose. Queste di solito restano così
sino a chè un bimbo non le prende, allora esplodono.
Nel centro di Kabul ho trovato due avvisi per mettere in guardia le persone che
le rovine delle loro case, le strade, contengono bombe a grappolo inesplose
“made in USA”. E chi dovrebbe leggerlo? I bambini piccoli? Il giorno in cui vidi
dei bambini saltare in aria in quello che era un campo minato urbano, vidi poi
Tony Blair alla Cnn, nel mio hotel. Era in Iraq, a Bassora, e sollevava un
bambino tenendolo in braccio, in una scuola che era stata appena dipinta in
funzione della sua visita, e nella quale un pranzo era stato preparato in suo
onore, in una città nella quale i servizi di base, come l’educazione, il cibo,
l’acqua, sono impossibili sotto l’occupazione britannica.
Fu a Bassora tre anni fa che filmai centinaia di bimbi malati, che stavano
morendo, perché era stato loro negato il necessario per il trattamento del
cancro, erano stati negati loro i farmaci a causa dell’embargo voluto con
entusiasmo da Tony Blair. Ora lui era lì, con la maglia aperta, con quel
sorrisino fisso, uomo delle truppe se non addirittura della gente, che quindi
sollevava un bimbo piccolo per le telecamere.
Quando tornai a Londra lessi “Dopo Pranzo”, di Harold Pinter, da una nuova
collana chiamata Guerra (Faber & Faber):
"E dopo pranzo le creature ben vestite vengono.
Per annusare la morte
Per avere il loro pasto
E tutte le creature ben vestite strappano
Gli avocadi gonfi dalla polvere
E mescolano il minestrone con ossa smarrite
E dopo il pasto
Ciondolano e oziano
Decantando il vino rosso nei teschi più adatti"
Fonte:
http://pilger.carlton.com/print
Tratto da Rinascita Nazionale quotidiano di Liberazione Nazionale
Tutta l'attuale realtà politica, da destra a sinistra, è schierata compatta a difesa delle stesse idee, degli stessi progetti, della stessa visione del mondo e del futuro. Nessuno si occupa concretamente degli interessi dei Popoli europei, nessuno osa mettere in discussione i dogmi che ci vengono imposti da una cultura e da una classe politica palesemente pilotate dalle grandi centrali finanziarie d'oltreoceano: individualismo, consumismo, deregolamentazione e
globalizzazione economica, abolizione dei valori e delle identità nazionali.
E' cosi che, per l'opinione pubblica, risultano al di sopra di ogni critica tanto l'idea di un unico modello politico - quello liberal-democratico - valido per tutte le genti, quanto il conseguente concetto di libero mercato, teso ad indebitare i Popoli e ad appiattire ogni individuo nel ruolo di consumatore.
In questa marcia verso una progressiva omologazione non vi è più traccia di scontro dialettico, manca qualsiasi proposta alternativa: l'opposizione interpreta un ruolo sempre più sbiadito, nel quale la sostanza dei problemi non viene né affrontata né dibattuta.
A difesa della sovranità nazionale e dell'identità europea, a tutela di una vera dinamica pluralista oggi soffocata dal muro di omertà delle fonti di informazione, nasce, impegno non più procrastinabile, la volontà di dar vita alla
unità delle forze nazionali.
L'Italia deve riacquistare la propria autonomia circa le grandi scelte geostrategiche, politiche ed economiche.
Esse dovranno essere le più adatte alle necessità della comunità nazionale. Occorre, a tal fine, respingere il modello atlantico globalista che vuole sradicare i popoli dai loro tradizionali valori e costumi e sabotare quel progetto totale nel quale politica e lavoro passerebbero irreversibilmente al servizio del cosmopolitismo parassitario.
Poiché i gangli vitali del dominio ideologico, politico e monetario mondiali si trovano a Washington e a Londra, la lotta per la libertà e l'autodeterminazione dei Popoli deve assumere, senza incertezze, il carattere di una crociata
contro l'americanismo.
Va combattuta l'aggressiva politica estera atlantica e occidentale; vanno ostacolati e respinti i disegni delle grandi istituzioni finanziarie internazionali che si propongono di colpire al cuore l'indipendenza delle nazioni e di "scremarne" la ricchezza.
Va sviluppata in tutti i Paesi europei una campagna per la fine dell' occupazione e dell'aggressione militare da parte delle troppe USA, campagna che deve culminare con la chiusura del capitolo atlantico e I'
uscita dalla N.A.T.O
Liberati dalla minaccia americana, i popoli del Mediterraneo e del Vicino Oriente potranno trovare in un'
Europa forte ed indipendente
il referente politico e militare capace di offrire quella naturale collaborazione economica e quella tranquillità di esistenza che fino ad oggi il ricatto di Washington e di Londra ha impedito. A sostituire le strutture nelle quali gli Stati Uniti hanno imprigionato per più di cinquant'anni la sovranità europea, dovrà subentrare un grande blocco regionale, autosufficiente, capace di integrare le energie dei vari Paesi componenti e in grado di competere con successo nella produzione e nel commercio con le aree del dollaro e dello yen.
In attesa di raggiungere questo obiettivo, è necessario rifiutare tutte quelle proposte che comportano la rinuncia alle singole sovranità nazionali senza crearne una comunitaria, e che hanno unicamente lo scopo di asservire I'
Europa alla logica liberoscambista e al diktat della grande Finanza.
Contro Maastricht
occorre difendersi con decisione e coraggio poiché sono in gioco questioni fondamentali, come la sopravvivenza stessa delle nazioni europee. Né potrà sorgere, con zoppicanti intese, una nuova Nazione europea, poiché non è mai
accaduto nella storia che una moneta possa fondare uno Stato. Sono viceversa gli Stati che debbono coniare moneta per assicurare le proprie necessità e gestire la propria sovranità.
Con Maastricht non siamo più nulla: né Italiani, né Europei, né uomini liberi.
Riportare l'economia sotto il controllo della politica
Nel quadro di un generale rispetto della libertà individuale, anche la sfera economica, in quanto produttrice di ricchezza, dovrà essere tutelata e incoraggiata. L'iniziativa privata dovrà tuttavia muoversi in modo rispettoso degli interessi nazionali e quindi nei quadro di una rigorosa programmazione, dalla quale dovranno emergere quei settori della produzione e del terziario nei quali l'intervento dello Stato - diretto o indiretto - risulterà indispensabile.
Da questa impostazione, incentrata sulla tutela dell'interesse nazionale, tutela che non può essere abbandonata al capriccio del singolo o dei grandi gruppi industriali e finanziari, nasce, in primo luogo, l'esigenza del controllo
dell'esecutivo sulla Banca Centrale, con la conseguente piena libertà di scelta sulla politica economica.
Libertà che si estrinseca nell'agire discrezionalmente sul tasso di sconto, nell'influire sul credito e sulla liquidità, sottraendo queste leve dell'economia alle manovre delle centrali mondialiste. Se è assurdo che debbano essere gestite dallo Stato attività che possano turbare la naturale dinamica del mercato e danneggiare così il diritto all'imprenditorialità del cittadino, in alcuni settori di primario interesse sociale è invece del tutto evidente la necessità di un intervento pubblico.
Ci riferiamo in particolare alla sanità, all'istruzione, alla ricerca scientifica, all'informazione, al credito e all'energia. Senza dimenticare le comunicazioni, le grandi industrie aeronautiche e quelle dell'armamento. Queste ultime, infatti, sono veri e propri "biglietti da visita" della Nazione, e dai loro successi non possono nascere che effetti positivi sia per il prestigio del lavoro italiano nel mondo che per l'occupazione e la bilancia dei pagamenti.
Va coerentemente combattuta l'attuale folle corsa alle privatizzazioni, alla svendita di qualsiasi attività produttiva oggi controllata dallo Stato o dagli Enti locali. Non è affatto vero che attraverso le privatizzazioni l'economia nazionale possa essere risanata. Dal 1991 al l998 il debito pubblico è disastrosamente passato dai 101,4 al 124% del Prodotto Interno Lordo (P.I.L.)
Per la tutela degli interessi nazionali contro il mondialismo
vanno coordinate coi Paesi europei interessati alla stabilità politica ed economica del Continente:
- misure di politica estera e di creazione di forze armate comuni;
- misure protezionistiche per la grande industria strategica e degli armamenti;
- misure tese a privilegiare industrie e forza lavoro nazionali.
Vanno riconsiderati gli impegni avventatamente assunti in occasione del Trattato di non-Proliferazione Nucleare, della Conferenza di Helsinki, della Dichiarazione di New York, dell'adesione all'OMC (Organizzazione Mondiale
del Commercio), etc... nel senso di un adeguamento ai veri interessi nazionali, lesi da tali impegni.
In aperto scontro con la cultura ufficiale, laica e religiosa, disposta ad accettare le indicazioni della plutocrazia mondialista, ci schieriamo totalmente e senza alcuna riserva
contro la societa' multirazziale
Quest'ultima non è conciliabile con una pacifica e civile convivenza, né è per nulla vero che configuri uno sbocco epocale ineluttabile. Si tratta invece di un
criminale disegno, ideato per snaturare i popoli, strapparli dalle loro radici e cancellare in essi ogni sentimento d'identità. In ultima analisi per avviarli ad essere "merce" o "fattori di produzione" a buon mercato. Le nazioni nelle quali questo disegno è già in avanzato stadio di realizzazione ci offrono il drammatico esempio di quale potrebbe essere il destino dell'Europa nell'immediato domani.
Occorre vengano immediatamente prese:
- misure precise e ineludibili per il controllo del flusso migratorio;
- misure per la tutela della popolazione europea attraverso un rigido controllo sanitario degli stranieri;
- misure per l'immediata espulsione dei clandestini, in particolare per quelli in attesa di giudizio o già condannati per reati comuni;
- misure per adottare la preferenza nazionale nelle assunzioni.
Dovranno in questo quadro anche essere riviste - ovviamente in senso restrittivo - la legge sulla concessione della cittadinanza e quella sull'adozione internazionale.
Le Nazioni europee hanno bisogno di libertà, indipendenza, e autodeterminazione. Hanno bisogno di ritrovare l'orgoglio dell'identità di popolo. Contro il preoc
cupante calo delle nascite, contro la crescente disgregazione familiare e sociale, contro il diffondersi di comportamenti aberranti, è urgente riportare
la famiglia al centro della societa'.
La famiglia è il luogo naturale in cui le generazioni passate si saldano con quelle future. Essa è l'istituto essenziale per la continuazione e lo sviluppo fisico e morale della Nazione.
La famiglia deve essere privilegiata economicamente e giuridicamente (adeguamento degli assegni familiari e delle detrazioni fiscali, aiuti concreti
alla maternità, al lavoro domestico e all'assistenza degli anziani) affinché riacquisti pienamente il suo ruolo educativo e assistenziale.
Sarà inoltre essenziale una riforma scolastica che - oltre a fornire un'istruzione di quantità adeguata e di qualità superiore - riporti il senso di responsabilità, il gusto del sacrificio ed il senso del dovere presso discenti e docenti, ed in cui la meritocrazia torni ad essere I' unico criterio discriminante.
E' inoltre da estirpare ogni snobistico atteggiamento di disprezzo o di svalutazione del lavoro manuale, che va invece esaltato come base indispensabile
dell'economia e dell'etica nazionali, attraverso adeguati riconoscimenti economici e sociali, tali da rendere inutile ogni apporto straniero.
Le robuste mani, il genio creativo dei nostri lavoratori sono per l'Italia titolo di onore quanto i cervelli dei nostri tecnici, ricercatori ed uomini di cultura.
Nel più generale disinteresse il regime liberaldemocratico continua ad affermare di voler riformare la Costituzione italiana, ma le tanto strombazzate riforme costituzionali sono in realtà unicamente espedienti di bassa lega per dare al Popolo italiano I' impressione del nuovi e poter gestire il potere oligarchicamente ma in modo tecnicamente più snello. D'altronde, quando mai si è vista nella storia una vera riforma istituzionale guidata da una vecchia classe dirigente?
Le nuove Costituzioni sono sempre state il frutto di rivoluzioni o di cambiamenti radicali, e a redigerle sono sempre state le nuove classi dirigenti.
Affermiamo che la crisi che devasta le Istituzioni ha posto
contro il sistema dei partiti
la pubblica opinione, la quale è alla ricerca dl nuovi sbocchi di partecipazione che siano in grado di sganciare le Istituzioni dello Stato dai vecchi, stantii, falliti modelli.
Un'
Assemblea Costituente
dovrà perciò rappresentare la volontà popolare e avviare il cambiamento.
Sull'attuale tragica situazione del debito pubblico gravano decenni di corruzione, incompetenza, inefficienza e criminale servilismo nei confronti degli interessi finanziari internazionali. L'unica soluzione che gli attuali governi hanno saputo ideare è il continuo inasprimento fiscale, oltre alla progressiva riduzione di fondamentali conquiste dei cittadini, quali la pensione
e l'assistenza sanitaria.
Contro lo Stato delle tasse
in difesa dei cittadini, dei lavoratori autonomi e dipendenti, sono necessarie urgenti misure per arginare il fiume di sprechi, con particolare riguardo ai contributi versati all'ONU e alla sedicente Unione Europea, alle spese militari per le "missioni di pace" che servono solo agli interessi statunitensi, ai cosiddetti "aiuti umanitari" che finiscono troppo spesso per alimentare il mercato nero e per danneggiare l'economia tradizionale locale.
In particolare, dovranno prendersi seri provvedimenti
contro l'evasione fiscale delle multinazionali
e quella del sistema bancario, finanziario e assicurativo, che aggiunge la beffa ai già gravissimi danni causati da una concorrenza piratesca e incontrollata nei confronti della realtà produttiva nazionale.
Occorre riappropriarsi della nostra economia, introdurre la socializzazione delle aziende per difendere i bilanci delle famiglie italiane e salvaguardare
lo Stato sociale.
Poiché nulla intendono fare a modifica dell'attuale "status quo", gli odierni governi non possono proporre nulla di veramente efficace
contro la disoccupazione.
Noi riteniamo invece che solo la riconquista di piena indipendenza, sia politica che economica, possa permettere alla nostra economia di competere efficacemente sia sui mercati internazionali che su quello nazionale.
Nessun veto esterno ad impedire la libertà di commerciare con chiunque (alludiamo alla pretesa USA, di stabilire leggi valide per le altre nazioni) può essere accettato.
Europa indipendente e un'economia sotto il controllo della politica sono le uniche strade percorribili
per la tutela del lavoro e dell'imprenditoria italiani.
E' urgente infine che la Magistratura torni al suoi compiti istituzionali di imparziale amministratrice della giustizia e rifiuti qualunque compromesso con la politica che le toglie ogni dignità e sempre più spesso la degrada al
ruolo di Tribunale Speciale. A tal fine ci impegniamo a dar vita a iniziative tese a sensibilizzare I' opinione pubblica
contro le leggi speciali.
La "Legge Scelba", la "Legge Reale", la "Legge Mancino" e le "leggi sui pentiti" rappresentano infatti la negazione stessa della libertà e la codificazione
sistematica dell'abuso e della prevaricazione politica.
A tali leggi, strumentali ed antidemocratiche, non riconosciamo nessun diritto di cittadinanza in un Paese che, come l'Italia, è stato per secoli la culla del
diritto.
Nessuna alternativa può essere concepita e nessun interesse può essere realmente tutelato se non si garantiscono regole certe
per la libertà d'opinione.
Per il perseguimento di tutti questi obiettivi, riteniamo necessaria I'
unita' delle forze nazionali
Con un'assemblea nazionale aperta a tutti i gruppi, centri culturali, associazioni, giornali, riviste, personalità del mondo del lavoro e della cultura che, pur esprimendosi attraverso particolari sensibilità e specifiche analisi, riconoscono in un comune anelito di riscatto e di libertà.
Chiamiamo a raccolta tutti gli italiani che per decenni si sono trovati emarginati per aver respinto la corruzione e la politica dei partiti. Occorre la partecipazione di tutti per realizzare, sin da oggi
un soggetto politico nuovo antagonista al partito unico della liberaldemocrazia.
Il contesto internazionale: tra “imperialismo yankee” e “identità dei popoli”
Da qualche anno quello che appariva evidente a
“pochi” è diventato palese a “tutti”. E tutti, ormai, siamo consapevoli che
l’Italia, l’Europa e il mondo intero sono diventati “colonie” degli USA che
esercitano sull’intero pianeta un potere incontrastato.
La storia degli USA è nota. Ma non tutti avevano, almeno finora, riflettuto sul
fatto, davvero singolare, che gli USA sono stati “trascinati” in una serie di
guerre fortunate da una miriade di “aggressioni” ai loro danni. Dai Pellerossa
(che assaltavano fattorie e diligenze per poi subire delle guerre rovinose nelle
quali perdevano la vita e i territori), ai Giapponesi (autori dell’aggressione
di Pearl Harbor e che venivano sconfitti nella seconda guerra mondiale), agli
Islamici (autori dell’efferato attentato dell’11 settembre 2001, attentato che
indusse gli USA ad occupare l’Afganistan e l’Iraq) è tutta una sequela di
“cattivi” che aggrediscono i “buoni” che, a loro volta, reagiscono alle
aggressioni uscendo vincitori da una serie di guerre che denotano una notevole
visione strategica. Ci sarebbe da concludere che i “cattivi”, nell’aggredire gli
USA, abbiano voluto adempiere ad un qualche disegno geostrategico dei medesimi.
Oppure…. che le varie storielle delle aggressioni non reggono e suscitano
parecchi dubbi. In ogni caso, quale che sia la verità storica, è certo che gli
USA sono diventati un “impero”. Ed un impero planetario.
Un impero molto singolare quello USA. Una volta conquistato uno spazio ampio
nell’America del Nord, si sono aperti al “libero commercio”. Che hanno imposto
al mondo intero un poco con la convinzione e un poco facendo ricorso alla forza
delle armi. Nasce così un nuovo fenomeno che va sotto il nome di “mondialismo”
e/o “globalizzazione”. Volendo fare un confronto storico, solo Cartagine può
essere assimilata agli USA: una città (diretta da una oligarchia commerciale)
che, padrona dei mari, tiene soggiogati con il commercio (e coi vincoli che dal
commercio derivano) vasti territori abitati da popoli che, formalmente
indipendenti, dipendono di fatto da chi detiene il monopolio del commercio e del
denaro.
In questo nuovo contesto la “economia” prende il sopravvento a detrimento degli
Stati, delle Nazioni e dei Popoli. Dicono le statistiche ufficiali che “il 20%
della popolazione consuma l’80% delle risorse della Terra”. Aggiungo io, non per
correggere ma per chiarire dette statistiche, che gli USA godono della maggior
parte delle risorse drenate dai quattro angoli della terra. E che di questo
enorme benessere usufruisce relativamente la popolazione americana. A
beneficiarne è, invece, una particolare cupola di 3.000 individui che
accumulano, nei loro forzieri, le risorse della terra.
*****
Va da se che i popoli non amano “l’Occidente” e gli occidentali e che nutrono un
sentimento d’odio nei confronti degli USA e degli Americani. Ed è in questo
contesto (sfruttamento dei popoli della terra ed odio degli sfruttati contro gli
“usurai della terra”) che l’Impero ricorre ai suoi apparati:
1) un apparato propagandistico, forgiato ed affinato in due secoli, secondo cui
lo “stile di vita americano” è il migliore del mondo. E chi vi si oppone è
vittima di un cieco fanatismo;
2) un apparato spionistico di primordine. Che interviene nella vita degli Stati,
aiutando i governi amici e promuovendo rivolte contro quei governanti che
vorrebbero opporsi alle pressioni degli USA. Sono di generale dominio i tanti
colpi di stato e le molteplici rivolte fomentate, finanziate ed armate dagli USA
per sostenere la sua politica di predominio planetario;
3) un esercito imponente, massicciamente armato dei più sofisticati sistemi
tecnologici in grado di imporsi grazie alla assoluta supremazia delle armate USA
in cielo e in mare. Quando fallisce la “comunicazione”, quando fallisce la
“sovversione”, salta fuori un qualche “motivo umanitario” o un qualche
“immortale principio” che impone il ricorso alla forza bruta delle armi. E il
cerchio si chiude.
*****
A conclusione e a riprova di quanto detto, soffermiamoci un poco sui recenti
avvenimenti, analizzando l’uso perverso che una cerchia di potenti (che ho
definito gli “usurai della terra”) fa delle parole:
1) Il “libero commercio” è cosa buona ed utile ai popoli. Se consente di
comprare i beni di cui un popolo abbisogna cedendo le proprie eccedenze. Ma se
diventa “globalizzazione” e “mondialismo”, se le regole commerciali non vengono
liberamente decise dai popoli ma fissate in “borse” lontane, o perfino da
“poteri” più o meno occulti, allora finiscono di essere un bene per i singoli
popoli. Ma diventano un giogo pesante da portare. E a cui, in tanti, si
ribellano.
2) “Lotta al terrorismo” si disse dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. E
chi potrebbe negare che il terrorismo va combattuto anche con la forza? Solo che
il “terrorismo” non nasce dal nulla, ma dall’odio. E “l’odio dei popoli contro
l’Occidente (e contro gli USA)” deve avere una qualche spiegazione. Pertanto la
lotta al terrorismo non va combattuta solo con la forza delle armi, ma anche
rimuovendo tutte quelle ingiustizie (o, almeno, le più evidenti) che hanno
causato tanto odio. Solo che a questo punto (sordità della classe dirigente
yankee? Eccezionale intelligenza di George doppio W. Bush?), chi decide respinge
qualsiasi obiezione.
A un punto tale che, in occasione dell’aggressione all’Iraq, il giocattolo si è
rotto. L’ONU era stato inventato dagli USA per gestire il mondo dopo la seconda
guerra mondiale. Al suo interno avevano gran peso i Paesi (USA, Russia,
Inghilterra, Francia e Cina) che, avendo vinto la seconda guerra mondiale, si
erano arrogati il diritto di dirigerlo secondo i loro interessi. E, finché si
era cercato il “colloquio”, lo strumento aveva retto. Malgrado le sue
limitazioni di fondo. In questa occasione il colloquio non è stato possibile.
Nel senso che, quando gli Ispettori dell’ONU riferivano di “non avere trovato in
Iraq armi di distruzione di massa”, i massimi dirigenti USA rispondevano: “non
avete cercato bene”. E, alla richiesta degli Ispettori ONU di avere notizie
dettagliate sulla ubicazione, rispondevano che “non potevano farlo per non
svelare la fonte”. Dopodiché, contro il parere dell’ONU e tra le generali
proteste dell’opinione pubblica, gli USA hanno aggredito ed invaso l’Iraq.
Le “armi irachene di distruzione di massa” non furono trovate dagli Ispettori
dell’ONU (prima della guerra) e non furono trovate dagli Americani che hanno
aggredito ed invaso l’Iraq. Per il semplice motivo che non c’erano. Risulta,
dunque, lampante e fuori da ogni possibile contestazione il fatto che i leaders
degli Stati Uniti e dell’Inghilterra avevano mentito spudoratamente per cercare
un “pretesto” ad una guerra che avevano voluto per motivi di predominio in
un’area ricca di giacimenti petroliferi. E che il “petrolio” era la causa prima
dell’aggressione all’Iraq.
Non hanno trovato le armi di distruzione di massa, ma hanno trovato la
“guerriglia irachena”. Ed ecco Bush presentarsi all’ONU (e all’opinione
pubblica) per chiedere un intervento contro il terrorismo. Evidentemente è
convinto che la parola “terrorismo” sia più forte e convincente del fatto nudo e
crudo che “gli USA hanno aggredito ed invaso l’Iraq per rafforzare il loro
predominio mondiale”.
*****
Bugiardi e spudorati, i leaders yankees. Ma è sul problema della “Palestina” che
gli stessi toccano i vertici della “doppiezza” e della “perfidia”.
E’ noto a tutti che, dopo la seconda guerra mondiale, gli Ebrei si sono presi un
pezzo della Palestina con la forza delle armi. Fin qui niente di nuovo: tutti i
popoli si sono appropriati di territori con la forza. Il carattere distintivo di
Israele, rispetto a tanti modelli di stato, consiste nella sua impronta
rigidamente “razzista”. Dove arriva l’Ebreo, non c’è più posto per il
Palestinese che viene indotto, con innumeri angherie, a lasciare paese natale e
proprietà. Perfino quando “parla di pace”, Israele chiede ai Palestinesi
l’impegno a non rientrare più nei paesi d’origine. A questo si aggiunga la
“legge del ritorno” secondo la quale chi emigra in Israele, oltre ad essere
figlio di Ebrei, “deve essere di religione ebraica”. A questo si aggiunga la
“legge sul matrimonio” secondo la quale il cittadino israeliano che sposa un
Palestinese (oppure un Arabo) “perde la cittadinanza”.
Non tutti sanno, però, che Israele è uno “stato artificiale”. E che viene tenuto
in piedi da un flusso enorme di aiuti finanziari che giungono dagli USA. Senza
quei soldi, Israele andrebbe incontro alla bancarotta. E’ per questo motivo che
la comunità internazionale ha fatto pressioni su Bush perché si trovasse una
qualche soluzione negoziale al “conflitto palestinese” che si trascina da 50
anni. Ed ecco la risposta americana: la “road map”. I Pellerossa, che avevano
imparato a conoscerli, coniarono per gli Yankees l’espressione “lingua
biforcuta”, come i serpenti. Allora, gli Yankees, non stilarono alcuna road map,
ma, firmando e violando innumerevoli trattati, sono partiti dalle coste
dell’Atlantico per arrivare alle coste del Pacifico. Poi si fermarono: non
c’erano più Pellerossa da ingannare e sterminare.
Mi si potrebbe obiettare: “parole grosse”. Sottopongo ai miei lettori il mio
punto di vista. La storia gronda di sangue, di guerre e di trattati di pace. E
fa parte della storia che, quando le classi dirigenti di due paesi in guerra
decidevano per la pace, si riunivano, fissavano i nuovi confini, stabilivano le
regole e s’impegnavano a fare rispettare, anche ricorrendo alla forza, gli
accordi sottoscritti ad eventuali riottosi. Stavolta, merito del genio di Bush
oppure merito di un plurimillenario distillato di perfidia, si seguirà un
percorso inverso: prima si disarmano i riottosi contrari alla pace poi……. ci si
accorda sui confini degli stati e sulle regole di convivenza.
Che sia una trappola è di tutta evidenza. Anche perché è una vecchia trappola:
la si tentò con il “vecchio Arafat” ma, poiché questi riuscì a barcamenarsi tra
“colloqui di pace” e “azioni terroristiche”, diventò “inaffidabile” e si passò
al “giovane” Abu Mazen. Che si ritrova con lo stesso dilemma di Arafat. E’
pensabile, è logico che l’Autorità Palestinese usi le armi per “disarmare i
terroristi”? Si rischierebbe la guerra civile tra Palestinesi. Per il semplice
fatto che i “terroristi” non vedono prospettive di pace e rifiutano di
disarmare. Anche perché ci sarebbe un sistema logico e semplice per disarmare i
“terroristi”: Israele evacui i territori occupati che intende cedere alla
Autorità Palestinese. A questo punto, lo scontro tra l’Autorità Palestinese e i
“terroristi” muterebbe di segno e di pericolosità. Perché l’Autorità
Palestinese, forte del fatto di avere ottenuto dei successi seguendo le “vie
della pace”, troverebbe poche difficoltà a “disarmare i terroristi”. Ma è un
percorso logico che Sharon e Bush non vogliono seguire. Quello che in realtà
vogliono è la “guerra civile” tra Palestinesi, guerra civile che Abu Mazen
dovrebbe scatenare oggi per la improbabile indipendenza che…. Israele
concederebbe domani. Mentre scrivo, Abu Mazen, stretto tra le assurde richieste
di Sharon e Bush e la logica elementare della sopravvivenza del Governo che
preside, pensa di dimettersi e di passare la mano.
*****
Questo è il “contesto internazionale” nel quale ci tocca vivere ed operare.
Rispetto ad un recente passato (guerra alla Serbia, guerra all’Afganistan), c’è
il fatto nuovo che molti Paesi hanno capito i “reali interessi” che stanno
dietro alle “parole propagandistiche” di Bush. A un punto tale che, in occasione
dell’aggressione all’Iraq, gli USA non sono riusciti a coagulare una maggioranza
nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU (15 membri). Mentre i popoli di tutto il
pianeta manifestavano contro la “guerra americana”. Conviene che noi si segua
questo processo di decantazione. Ma conviene soprattutto che ciascuno di noi
rivendichi la “identità dei popoli”, di tutti i popoli: il diritto ad avere una
propria specifica identità e di essere artefici del proprio destino.
Antonino Amato, 28 agosto 2003
INTERVISTA A MUSSOLINI a cura della CMO(frutto di ricerce sulla rete)
NAZIONE E NAZIONALITA'
di: Alberto B. Mariantoni
Contrariamente a quanto pensa o crede attualmente la maggior parte degli
Italiani, degli Europei e delle altre popolazioni del mondo, appartenere ad una
«Nazione» e, di conseguenza, potere vantare, esibire o reclamare una qualunque
«Nazionalità», non significa affatto (ed, in tutti i casi, non solo…) essere in
grado di poter vantare, esibire o reclamare un passaporto o una carta
d’identità. Tanto meno – come molti hanno impropriamente incominciato a
pretendere a partire dalla Rivoluzione francese (1789) – decidere di
riconoscersi o d’identificarsi nei principi e nei valori di una qualsiasi forma
di Stato o di Governo. Meno ancora, accettare d’inserirsi, d’integrasi o
d’assimilarsi all’interno di un qualunque corpus nazionale, dopo essersi
trasferito ed insediato, avere risieduto almeno sei anni o più, onestamente
lavorato, rispettato le leggi, non commesso reati e regolarmente pagato i
contributi e le tasse sul tradizionale e storico territorio di quest’ultimo.
La parola «Nazione», infatti - dal latino «natio, nationis» (nascita, estrazione
naturale), a sua volta scaturito dal participio passato del verbo «nascor,
nasceris, natus (a, um) sum, nasci» (nascere, essere generato; derivare,
discendere) che, a sua volta ancora, aveva preso origine dall’arcaico «gna-scor,
gna-sceris, gna-tus (a, um) sum, gna-sci», dalla cui radice, «gen» / «gna» (ger,
na), si erano formati i vocaboli «genitalis, e» (genitale, riguardante la
generazione, la nascita), «genitor, genitoris» (colui che procrea, genitore,
padre, origine, causa), «genetrix, genetricis» (genitrice, madre), «gens, gentis»
(famiglia, casato, razza, popolo), «genus, generis» (stirpe, schiatta,
lignaggio), ecc. - è irrefutabilmente legata all’idea di nascita, di
procreazione, di famiglia.
Non per niente, Marcus Tullius Cicero o Cicerone in «De officiis» - a proposito
della «Familia» (ceppo e ramo della «Gens») e del suo ruolo all’interno della
societas romana - parlava di «principium urbis et seminarium reipublicae»
(origine della città e vivaio della repubblica). Ed il giurista Herennius
Modestinus o Erennio Modestino (allievo di Ulpiano e consigliere dell’Imperatore
Alessandro Severo), in «De ritu nuptiarum» (III° sec.), concepiva la Famiglia
come «consortium omnis vitae» (unione di tutta la vita).
La «Nazionalità», dunque, è piuttosto una constatazione, una riprova ed una
conferma di ciò che effettivamente e realmente si è in natura. E la
«Cittadinanza» (dal latino, «Civitas, Civitatis» che designa l’insieme dei «Cives»
o dei Concittadini) è la titolarità politica, sociale e culturale di quei
particolari diritti ed obblighi che derivano da quell’iniziale e specifica
constatazione, riprova e conferma.
Identico riscontro, nella Grecia antica.
Anche se il rapporto semantico che il greco antico tendeva ad istituire tra
«Polis» (Città) e «Politès» (Cittadino), è praticamente l’inverso di quello che
la lingua latina stabiliva tra «Civis» e «Civitas», nella realtà di tutti i
giorni si poteva senz’altro assistere ad identici scenari ed a medesimi effetti.
Come nella «Civitas» romana, infatti, anche nel contesto della «Polis» greca era
ugualmente impensabile che non si potesse fare una netta ed incontrovertibile
distinzione tra il cittadino autoctono, il meteco , l’ospite straniero ed il “
barbaro” ; tra l’uomo libero, il servo e lo schiavo ; tra il cittadino e il
non-cittadino; tra il buon cittadino ed il cattivo cittadino; tra il cittadino
naturalizzato , l’ex cittadino (colui, cioè, che era decaduto o che era stato
privato della sua cittadinanza ), il cittadino proscritto e quello ostracizzato
.
Quel particolare modo di concepire e di vivere la società suggeriva
inequivocabilmente che coloro che appartenevano ad uno stesso ceppo consanguineo
(genos) o ad una stessa origine storico-culturale (phratrìa) potevano più
facilmente costituire una comunità omogenea e concorde (omonoia), instaurare tra
di loro un sincero rapporto di amicizia (philia), consolidare la loro unità
attraverso la pratica quotidiana e reciproca del senso dell’onore, del dovere e
del sacro (aidos) e perseguire mutuamente ed efficacemente uno stesso scopo (telos).
Il contrario, cioè, di quanto oggi ci è dato di constatare all’interno delle
nostre società.
Come fare, allora, per riaffermare e ristabilire con forza e determinazione il
significato ed il senso della parola «Nazione» e l’importanza ed il valore che
sono legati al reale vanto ed all’effettivo esercizio della «Nazionalità»?
Purtroppo, non possiamo riprodurre le condizioni che furono a suo tempo
sperimentate e vissute dai nostri antenati, per la semplice ragione che les
passages et les brassages de l’histoire hanno inesorabilmente imbastardito e
definitivamente degenerato (dal latino, «degenerare», derivato di «genus,
generis», con «de» che indica allontanamento) ogni forma d’omogeneità etnica o
razziale.
Che fare, dunque, per tentare di ridare chiarezza e di restituire
comprensibilità e valore ai concetti di «Nazione» e di «Nazionalità», e quindi
essere in grado di potere validamente e concretamente contrastare le insidiose e
devastanti nozioni di cosmopolitismo (dal greco, «kosmopolitès», composto di «kosmos»,
mondo, e di «politès», cittadino), di globalizzazione e di mondialismo?
A mio giudizio, è necessario - se non addirittura indispensabile e doveroso -
fare quadrato attorno all’inalienabile e sacrosanto concetto di
«Popolo-Nazione».
Naturalmente, per «Popolo-Nazione» non dovremo affatto intendere una società
razziale intesa nel suo senso strettamente biologico, ma un corpus politico,
sociale e culturale inteso nel suo senso storico: un corpus, cioè, che nel corso
della storia, è riuscito senza alcun dubbio ad assumere dei caratteri distintivi
e peculiari che gli permettono inequivocabilmente e sicuramente di distinguersi
e di differenziarsi da altri «Popoli-Nazione», da altre «società» e da altre
«culture».
Come sottolinea giustamente Julien Freund, «un popolo resta quello che è, fino a
che riesce a conservare il sentimento di formare un’unità individuale e
singolare» .
A noi, dunque, di operare e di agire alacremente e senza indugi, affinché quella
conditio sine qua non possa finalmente e nuovamente personificarsi!
Alberto B. Mariantoni
IL FASCIO...QUESTO SCONOSCIUTO
di: Alberto B. Mariantoni
Un «Fascio.»1, in generale, può essere un partito,
un movimento, un gruppo politico come tutti gli altri? Può essere la «Destra» (o
di «Destra»)? La «Sinistra» (o di «Sinistra»)? Il «Centro» (o di «Centro»)? L’
«estrema-Destra» (o di «estrema-Destra»)? L’ «estrema-Sinistra» (o di
«estrema-Sinistra»)? Può rappresentare un pensiero, degli atti, degli interessi
e/o delle finalità esclusivamente di «Destra»? Oppure, esclusivamente di
«Sinistra»? O ancora, esclusivamente di «Centro»? Ossia, esclusivamente di
«estrema-Destra»? Ovvero, esclusivamente di «estrema-Sinistra»?
Dal latino «fascis, is», la parola «fascio» indica o segnala l’affastellamento
di un certo numero di verghe precedentemente separate e distinte che, riunite
attorno ad un asse, sono tenute insieme da una medesima stringa. Dal canto loro,
invece, i vocaboli «destra» (dal latino, «dexter, dextera, dexterum» o «dexter,
dextra, dextrum»), «sinistra» («sinister, sinistra, sinistrum»), «centro»
(«medium, a, um»), «estrema-destra», «estrema-sinistra», designano o evidenziano
ciò «che sta a destra», oppure «a sinistra», o ancora «al centro», ossia all’
«estrema-destra», ovvero all’ «estrema sinistra», di qualcuno o di qualcosa.
Da un punto di vista politico, dunque, il termine «Fascio» indica o segnala
l’aggregazione, il raggruppamento o la coalizione di un certo numero di forze
d’origine eterogenea che, riunite attorno ad un minimo comune determinatore
(rappresentato quasi sempre da uno scopo o da una finalità da perseguire,
raggiungere, attuare, ottenere, conseguire o realizzare), sono tenute insieme da
una simile e complementare percezione della realtà e da una paragonabile e
sussidiaria intenzione, disponibilità e determinazione a volere mettere in
pratica quella loro scelta, quel loro impegno e/o quel loro progetto (esempio
tipico, nella Storia del nostro paese, i «Fasci Siciliani» o «dei Lavoratori»,
1892-1893; i «Fasci Interventisti», 1914-1915; i «Fasci Italiani di
Combattimento», 1919-1921). Per quanto le concerne, invece, le locuzioni
«Destra», «Sinistra», «Centro», «estrema-Destra» o «estrema-Sinistra», designano
o evidenziano semplicemente quelle «fazioni» o quelle «tendenze» (partiti,
movimenti, gruppi, ecc.) «che stanno a Destra, oppure a Sinistra, o ancora al
Centro, ossia all’estrema-Destra, ovvero all’estrema Sinistra, di un comune
sistema». Nel caso particolare: il sistema politico che fu inaugurato il 28
Agosto del 1789, a Versailles, nel corso di una delle prime fasi della
«Rivoluzione francese» (1789-1799) e che, tuttora in vigore (in Italia, in
Europa ed in diversi paesi del mondo), usiamo inquadrare e definire con il nome
di, «Sistema parlamentare rappresentativo».
In altre parole, un qualunque «Fascio» è «l’unione trasversale di un certo
numero di forze politiche eterogenee che decidono d’aggregarsi, raggrupparsi o
coalizzarsi per raggiungere un fine comune, in aperta e radicale
contrapposizione ed alternativa all’insieme delle forze politiche che invece si
riconoscono in un altro, comune e collettivo sistema»; mentre invece, una
qualsiasi «Destra», una qualsiasi «Sinistra», un qualsiasi «Centro», una
qualsiasi «estrema-Destra» o una qualsiasi «estrema-Sinistra», è esclusivamente
«l’unione lineare di un certo numero di forze politiche omogenee (o tendenti ad
esserlo) che decidono d’aggregarsi, di riunirsi o di raggrupparsi all’interno di
un medesimo organismo, sia per difendere, giustificare o propagandare i comuni
punti di vista o le comuni le scelte, sia per valorizzare o mettere in luce i
comuni progetti e/o i comuni programmi, sia per aumentare o accrescere i propri
consensi o la propria popolarità (e/o, la propria influenza, la propria
autorità, il proprio potere, i propri privilegi, ecc.), in accordo e
complementarità o in competizione e concorrenza con le altre forze che
coesistono, agiscono e/o interagiscono all’interno dello stesso sistema».
Come precisa il Dizionario Garzanti della Lingua Italiana, la «Destra» è
«l’insieme dei partiti conservatori, i cui deputati siedono in Parlamento alla
destra del presidente»; la «Sinistra» è «l’insieme dei partiti (innovatori e
progressisti), i cui deputati siedono alla sinistra del presidente»; il «Centro»
è «la parte centrale dello schieramento parlamentare o la tendenza politica
intermedia tra le correnti estreme» (XIXª edizione, Milano, 1980, pag. 515;
1642; 341); «l’estrema-Destra» e «l’estrema-Sinistra», essendo una semplice
intensificazione, acutizzazione o esacerbazione dei punti di vista, delle
scelte, dei progetti e/o dei programmi ideologici, politici e pratici delle
sopraindicate «tendenze» o «fazioni» capofila.
Ora, se per aggregare, raggruppare o riunire una qualsiasi «tendenza» o
«fazione» che coesiste, agisce e/o interagisce all’interno di uno stesso
sistema, è sufficiente enunciare delle idee, dei programmi e/o dei progetti
particolari, univoci e comuni; per aggregare, raggruppare o coalizzare gli
elementi di un qualunque «Fascio» (un organismo che - come abbiamo già
verificato - si pone in contrapposizione frontale ed alternativa globale con un
intero sistema), lo stesso esercizio diventa, a dire poco - non solo impossibile
da realizzare (in quanto «quot homines, tot sententiae»), ma addirittura -
contraddittorio, controindicato e controproducente. Tale, cioè, da non
permettere, in nessun caso ed in nessuna circostanza, nessun tipo o genere di
aggregazione, di raggruppamento o di coalizione.
Come è facile dedurlo, infatti, l’unità trasversale ed eterogenea che
invariabilmente si realizza all’interno di un qualsiasi «Fascio», presuppone o
sottintende originalità, specificità, differenziazione, complementarietà, e
quindi, di conseguenza, spontaneità, perspicuità, singolarità, inalienabilità di
ogni specifica capacità e di ogni distinta potenzialità; mentre l’unità lineare
ed omogenea che invece si realizza sistematicamente all’interno di una qualunque
«tendenza» o «fazione» partigiana, presuppone o sottintende affinità,
generalità, livellamento, uniformità, e quindi, di conseguenza, artificiosità,
imperscrutabilità, standardizzazione, alienabilità.
Ne risulta che, differentemente da un’unità di tipo lineare ed omogeneo (che,
come possiamo immaginare, presuppone o sottintende ugualmente, assimilazione,
concrezione, ottundimento, mescolanza, e quindi, di conseguenza, alterazione,
trasfigurazione, rabberciamento, allotropia della maggior parte delle capacità e
potenzialità che originariamente qualificavano o caratterizzavano i singoli
elementi costitutivi di quei differenti «assemblaggi», «miscugli» o «amalgami»
ideologici, politici e pratici che definiamo i «partiti», i «movimenti», i
«gruppi», ecc.), l’unità trasversale ed eterogenea che tende invece a
realizzarsi nel contesto di un qualsiasi «Fascio» - più che alle idee, i
progetti e/o i programmi specifici a cui i suoi possibili adepti potrebbero,
ancora per qualche tempo, fare riferimento - deve piuttosto badare
all’essenzialità degli scopi o delle finalità che l’insieme delle componenti si
è concordemente e solidariamente prefissato o imposto di perseguire (oppure, di
raggiungere, attuare, ottenere, conseguire o realizzare), nonché alla
sostanzialità e dinamicità della sua effettiva configurazione (che - come
sappiamo - è quella che invariabilmente risulta, sia dalla « somma » delle
diverse capacità e potenzialità che in essa sono contenute o raccolte, che dalla
« moltiplicazione » delle singole capacità e potenzialità, per quelle che,
individualmente e collettivamente, sono espresse o rappresentate da tutte le
altre).
Se vogliamo, quindi, un «Fascio» è la forma figurativa che meglio d’ogni altra
si addice all’unione ed all’eventuale collaborazione tra tutte le differenze
umane (o la maggior parte di esse) che normalmente esistono, agiscono o
interagiscono all’interno di una società; mentre «Destra», «Sinistra», «Centro»,
«estrema-Destra», «estrema-Sinistra» - per antonomasia e definizione - sono
delle allegorie che tendono rispettivamente a limitare ed a circoscrivere le
possibilità di unione e di collaborazione, all’interno della medesima società,
alle sole differenze umane che si percepiscono, si considerano o si riconoscono
in quella particolare posizione o specifica collocazione.
Detto diversamente, un qualunque «Fascio» può sempre facilmente riunire e,
contemporaneamente, rappresentare tutte quelle capacità e potenzialità della
società che - prese individualmente o collettivamente, ed al di la di ogni
schema ideologico, politico e pratico, preconcetto - sono virtualmente simili,
parallelamente equidistanti, di qualità o valore più o meno equivalente ed, allo
stesso tempo, praticamente uniche, originali, irripetibili e complementari. Per
quanto la riguarda, invece, una qualsiasi «Destra», una qualsiasi «Sinistra», un
qualsiasi «Centro», una qualsiasi «estrema-Destra» o una qualsiasi
«estrema-Sinistra», può unicamente sperare di riunire e di rappresentare quelle
capacità e potenzialità della stessa società che - prese individualmente o
collettivamente - tendono esclusivamente ad identificarsi o riscontrarsi nei
principi, nei valori, negli schemi, nei programmi e/o negli scopi ideologici,
politici e pratici della propria «fazione» o «tendenza», nonché ad opporsi a (o
a distinguersi da) quei principi, quei valori, quegli schemi, quei programmi e/o
quegli scopi ideologici, politici e pratici che sono simultaneamente e
rispettivamente espressi o manifestati dalle «individualità», dalle «fazioni»
e/o dalle «tendenze» rivali che - da «Destra», da «Sinistra», dal «Centro»,
dall’ «estrema-Destra» o dall’ «estrema-Sinistra» dello stesso sistema -
condividono, ammettono o accettano comuni istituzioni, vi partecipano e vi
agiscono dall’interno (o dai suoi margini) e concorrono - direttamente o
indirettamente, consciamente o inconsciamente, volontariamente o
involontariamente - al loro funzionamento ed alla loro perennità.
Per essere ancora più precisi e per evitare ulteriori e spiacevoli “qui pro quo”
o noiosi ed antipatici fraintendimenti, diciamo che un «Fascio» può
costantemente riunire ed invariabilmente rappresentare - al suo interno - delle
tendenze ideologiche, politiche e pratiche (che, per facilità di linguaggio,
possiamo pure continuare arbitrariamente a definire) di «Destra», di «Sinistra»,
di «Centro», di «estrema-Destra» e di «estrema-Sinistra»; mentre, una qualunque
«Destra» (sia essa, «moderata» o «estrema», «istituzionale» o «antagonista»,
«nazionale» e/o «sociale», «radicale» o «possibilista», «parlamentare» o
«extra-parlamentare»), una qualunque «Sinistra» («moderata» o «estrema»,
massimalista o riformista, rivoluzionaria o istituzionale, parlamentare o
extraparlamentare) o un qualunque «Centro» - oltre a non potere essere in grado,
in nessuna maniera e con nessun espediente, di riunire e di rappresentare
l’insieme delle tendenze ideologiche, politiche e pratiche che normalmente
esistono, agiscono o interagiscono all’interno di una medesima società - può
tutt’al più (qualora lo volesse o decidesse di farlo) riunire e rappresentare:
- nel caso della «Destra», le sole tendenze di «Destra» («moderata» o «estrema»,
«istituzionale» o «antagonista», «nazionale» e/o «sociale», «radicale» o
«possibilista», «parlamentare» o «extra-parlamentare») che potrebbero fare parte
o, eventualmente, riferirsi o ispirarsi ad una soggettiva interpretazione,
specifica decodificazione o parziale rappresentazione di quel medesimo «Fascio»;
- nel caso della «Sinistra», le sole tendenze di «Sinistra» («moderata» o
«estrema», massimalista o riformista, rivoluzionaria o istituzionale,
parlamentare o extraparlamentare) che potrebbero fare parte o, eventualmente,
riferirsi o ispirarsi … (omissis);
- nel caso del «Centro», le sole tendenze di «Centro» che potrebbero fare parte
o, eventualmente, riferirsi o ispirarsi ad una soggettiva interpretazione,
specifica decodificazione o parziale rappresentazione di quel medesimo «Fascio».
Contrariamente all’opinione più diffusa, infatti, un «Fascio» - nel momento
della sua formazione o costituzione - non è, né può mai essere, un semplice
partito, movimento o gruppo politico di «Destra», di «Sinistra», di «Centro», di
«estrema-Destra» o di «estrema-Sinistra». A mio giudizio, è qualcosa di più ed,
in tutti i casi, qualcosa di totalmente «differente» e/o di completamente
«altro».
Alcune e non esaustive ragioni spiegano questa sua peculiarità (sono tentato di
dire, unicità):
1. un qualunque «Fascio», infatti, non prende mai vita, non si riunisce, né si
costituisce mai, come una delle tante «tendenze» o «fazioni» che popolano o
animano un qualunque sistema parlamentare; tanto meno, come una «tendenza» o una
«fazione» che entra in contesa, competizione o concorrenza con altre «tendenze»
o «fazioni» dello stesso sistema, magari per tagliarsi - al suo interno - un
qualsiasi spazio d’influenza, d’autorità o di potere; meno ancora, come una
«tendenza» o «fazione» che tenta, dall’interno di un sistema, di riformare,
modificare o migliorare il sistema stesso;
2. un qualsiasi «Fascio», in realtà, prende vita, si riunisce o si costituisce
(o tende a farlo) solo in particolari momenti della Storia: quelli in cui, ad
esempio, le vecchie ed inadeguate categorie politiche di un sistema, non
corrispondono più alla percezione della realtà, oppure ai momenti contingenti
della storia o alle attese popolari, ed esigono - di conseguenza - una loro
qualsiasi ricomposizione e/o riclassificazione; o ancora, quando è necessario o
indispensabile aggiornare o rinnovare gli antichi schieramenti ideologici,
politici e pratici, per costituirne dei nuovi, più adatti o conformi alle
esigenze del presente o del futuro della società; ossia, quando le diverse
«tendenze» o «fazioni» di un qualsiasi sistema sono al servizio di interessi
stranieri; ovvero, quando le diverse «tendenze» o «fazioni» di un qualsiasi
sistema - non solo non sono più in grado di offrire o di fornire delle risposte
plausibili, efficaci o risolutive alle problematiche che esse stesse hanno
precedentemente sollevato, ma senza volerlo e senza saperlo e, in certi casi,
addirittura senza nemmeno accorgersene - paralizzano il sistema di cui sono
l’espressione, con vaniloqui, astrattezze o bloccaggi istituzionali che, di sé
per sé, rappresentano il principale ostacolo o il maggiore impedimento a
qualsiasi genere di soluzione. In altri termini, quando un qualunque «Fascio»
prende vita, si riunisce o si costituisce, lo fa solo ed esclusivamente, come
estremo ricorso ad una situazione di estremo rimedio o di effettiva e comprovata
emergenza; in tutti i casi, come un qualcosa che - da un punto di vista globale
- ha vocazione, inclinazione, volontà ed ambizione a rappresentare il solo
ricorso possibile o la sola alternativa avverabile, concretizzabile e credibile
al sistema delle «tendenze» o delle «fazioni» inconcludenti, infeconde e
distruttive della società che sente il bisogno di combattere e di sconfiggere,
per edificare o mettere a punto un altro sistema;
3. un qualsiasi «Fascio», in fine, non tende mai a riunire gli uomini sulla base
delle idee o dei progetti che questi ultimi già esprimono o manifestano
individualmente o collettivamente, ma - fregandosene altamente delle loro
precedenti e specifiche inclinazioni o collocazioni ideologiche, politiche e
pratiche - cerca semplicemente di riunirli sull’essenziale: in particolare, lo
scopo o la finalità che, in quel momento, è necessario o indispensabile
perseguire, raggiungere, attuare, ottenere, conseguire o realizzare; le
capacità, le competenze, la responsabilità, la volontà ed il coraggio che ognuno
è pronto a sviscerare e mettere in comune per raggiungere quell’obiettivo;
l’abnegazione che, per quel fine, è in grado di dedicare o di consacrare; il
sacrificio ed i mezzi che è risoluto ad offrire o a destinare, per potere
realmente raggiungere e conseguire quell’ambito e comune traguardo.
In altre parole, un qualunque «Fascio» è simultaneamente e potenzialmente un
mezzo ed uno strumento di «disintegro/concrezione» di un sistema immobilizzato
ed inoperante. Oppure, se si preferisce, un mezzo ed uno strumento di
disgregazione e di ricomposizione su nuove basi di una realtà politica,
economica, sociale e culturale che si è totalmente anchilosata o sclerosata,
diventando, allo stesso tempo, praticamente incapace di favorire o facilitare
una sana e salutare circolazione delle élites, di realizzare le più banali
innovazioni societarie ed i più insignificanti mutamenti istituzionali, nonché
di dare delle risposte, attendibili, affidabili ed accettabili, agli infiniti
perché ed alle insistenti e pressanti attese dell’uomo della strada.
E’ in questo senso che un «Fascio» è sempre e comunque «rivoluzionario».
Rivoluzionario, in quanto non si propone mai di sostituire, al governo di una
Nazione, una particolare «tendenza» o «fazione», in alternanza, correzione o
variazione a quello di altre «fazioni» o «tendenze» rivali, ma scombinando e
disperdendo l’insieme delle «tendenze» o delle «fazioni» che concorrono ad
inibire o paralizzare un sistema, tende ad aggregare, raggruppare o coalizzare i
soli elementi volitivi, risoluti, energici e dinamici di queste ultime e, con il
loro concorso, ad edificare o a strutturale un altro sistema.
Non per niente, il concetto di «rivoluzione»2. a cui un «Fascio» fa (o dovrebbe
fare) normalmente riferimento, prende etimologicamente origine dal verbo latino
«revolvo, is, revolvi, revolutum, revolvere» che significa: «rivoltare» (nel
senso di «ribaltare completamente»): una «rivoluzione», cioè, che compie davvero
una rerum mutatio o «completa mutazione della situazione»!
Alberto B. Mariantoni