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L'incredibile tempestività di Bin Laden di Massimo Fini
Se gli americani vogliono fare la guerra la facciano. Sono i padroni del mondo, possono fare tutto ciò che vogliono. Tranne offendere la nostra intelligenza. Se il messaggio di Bin Laden è autentico non dimostra i legami fra Iraq e Al Quaeda, ma del califfo saudita con gli americani. Dopo l'11 settembre Osama è apparso tutte le volte che occorreva, per convincere le opinioni pubbliche occidentali che era davvero in atto una 'guerra santa' fra l'intero Islam e noi. Adesso, con un tempismo 'a orologeria', è rientrato in scena per fornire a George W. Bush quella 'pistola fumante' di cui ha disperatamente bisogno per dare una parvenza di legittimità alla guerra all'Iraq, dopo che in mesi di ricerche gli ispettori non sono riusciti a cavare un ragno dal buco e il rapporto di Colin Powell, un dossier davvero maldestro dove una decina di pagine erano state addirittura copiate di sana pianta, errori grammaticali compresi, da una tesi di laurea anteriore al 1990, si era risolto in un autogol. E infatti dopo il messaggio audio di Bin Laden il segretario di Stato americano si è affrettato a dichiarare: «Un nesso fra i terroristi e i regimi con armi di distruzione di massa non può più essere ignorato». Se anche Bin Laden non è un agente della Cia, il minimo che si possa dire è che è un nemico dell'Iraq e del suo popolo che di tutto aveva bisogno in questo momento tranne che del suo 'abbraccio della morte'. Ma la cosa più probabile è che il messaggio sia un falso. Non sarebbe la prima volta che gli americani sono pescati a fabbricarne. Come quando, in un momento di stanca, dopo aver spianato Tora Bora, trasmisero un video di Osama come se fosse di quelle ore. Peccato che in quel video, a fianco di Osama, comparisse il suo secondo, un medico egiziano morto da un paio di mesi e di cui al Cairo erano comparsi i necrologi della famiglia. Come mai Colin Powell sapeva del messaggio e del suo contenuto prima che fosse trasmesso da Al Jazeera? Perché mai Osama, in un momento così cruciale in cui l'efficacia del suo messaggio dipende dalla sua credibilità, non si è presentato in video ma ha fatto sentire solo la sua voce, facilmente falsificabile? Gli stessi esperti americani sono stati costretti a definire quella voce come 'attribuibile a Bin Laden'. Ma questo non vuol dir nulla. Un buon imitatore potrebbe fabbricare voci attribuibili a chichessia. Se gli americani vogliono fare la guerra la facciano. Ma non pretendano anche di menarci per il naso.

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Riflessioni sull'undici settembre 2001 a cura della CMO

I recenti eventi americani hanno mostrato a tutto il mondo come anche la più grande potenza militare ed economica del globo possa rimanere colpita la suo interno ed essere messa in ginocchio; ma ciò che ancora di più ci interessa è il fatto che come risposta all’attacco terroristico subito questa “grande potenza” ha intenzione di sfoggiare tutto il suo potenziale bellico: si è anche pensato all’utilizzo di armi nucleari ed è proprio qui che noi incentreremo il discorso in queste poche righe. Non è la prima volta che gli States fanno uso di armi nucleari, la memoria rimanda all’evento più vicino ossia la guerra nel Kosovo dove furono utilizzati proiettili ad Uranio impoverito che ancora oggi e chissà per quanti anni ancora hanno il loro devastante effetto dovuto dalle radiazioni che emettono; per non dimenticare quindi le stragi compiute in nome della “democrazia”(?) vogliamo ricordare  cosa accadde nell’agosto del 1945 in due città del Giappone. Tutto iniziò quando Paul Tibbets(pilota statunitense) prese un B29 dalla Glenn I.Martin in Omaha, Nebraska richiedendo alcune modifiche strutturali  per prepararlo ad accogliere la “Bomba Atomica” che di lì a poco sarebbe stata sganciata su Hiroshima; il velivolo fu chiamato da TibbetsEnola Gay” in onore di sua madre e prima del volo mortale sul Giappone vennero fatte molte missioni di prova. L’aereo partì alle 2:45 A.M. del 6 Agosto 1945 con un equipaggio di 12 persone in cui vi erano due specialisti per preparare la bomba; alle 8:15 A.M.(ora giapponese) il B29 Enola Gay pilotato da P.Tibbets sganciò su Hiroshima “Little Boy” un ordigno nucleare di 4 tonnellate e mezzo che esplose a 500 metri di quota sopra il ponte Aioi. Il risultato? 66.000 persone morirono all’istante e altre 69.000 morirono entro la fine dell’anno, la stima  ufficiale è di 200.000 vittime; tutto ciò che si trovava nel raggio di 1km fu vaporizzato completamente e chi non trovò riparo subì gravi ustioni anche a 6 km di distanza. Ecco la testimonianza di Tamiki Hara scampato al disastro ma colpito dalle radiazioni, morto suicida 6 anni dopo: “…improvvisamente ricevetti un colpo alla testa e tutto divenne oscuro davanti ai miei occhi. Gettai un grido ed alzai le braccia, nelle tenebre non sentivo un sibilo.

Non arrivai a comprendere cosa fosse successo. Poi il mondo mi tornò visibile anche se non nettamente, ed ebbi l’impressione di trovarmi sui luoghi di un immenso cataclisma: gli alberi erano quasi tutti decapitati. All’inizio ciascuno pensava che solo la propria cassa fosse stata colpita ma una volta al di fuori ci si accorgeva che tutto era stato distrutto; e tuttavia non si vedevano quelle tipiche buche che fanno le bombe, all’improvviso, nel cielo sopra il fiume, vidi una massa d’aria trasparente che risaliva la corrente; ebbi appena il tempo di gridare “Una tromba!” che il vento ci colpì: i cespugli e gli alberi si misero a tremare; alcuni furono proiettati in aria da dove ricaddero come saette sul tetro caos. Passata la tromba incontrai mio fratello e con lui risalii la banchina che costeggia il fiume alla ricerca di un traghetto; visi persone sfigurate completamente, ve ne erano lungo tutto il fiume e le loro ombre si proiettavano nell’acqua: i loro visi erano così gonfiati che appena si potevano distinguere gli uomini dalle donne, i loro occhi erano ridotti a piccole fessure e le labbra erano colpite da forte infiammazione. Erano quasi tutti agonizzanti ed i loro corpi malati erano nudi, quando passavamo vicino loro ci dicevano con voce debole ”Dateci un po’ d’acqua” quasi tutti avevano qualcosa da chiedere; un soldato accovacciato sui bordi dell’acqua mi chiese di dargli un po’ d’acqua calda. Appoggiandosi alla mia spalla, camminava sulla sabbia con sforzo e mi disse“Sarebbe meglio essere morti”. Acconsentii in silenzio. Tutto era morte e distruzione, nulla o quasi si riconosceva più dopo lo scoppio,i cadaveri galleggiavano sull’acqua tutti con la stessa faccia di morte. Ebbi l’impressione di non esser venuto sulla terra che dopo l’esplosione della bomba atomica. Pochi giorni dopo Hiroshima fu la volta di Nagasaki e lo scenario di morte non mutò le sue caratteristiche di distruzione.

 

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Hai abboccato Saddam! di John Kleeves
Voglio proprio sperare che Saddam stia scherzando con gli ispettori dell'ONU. Voglio proprio sperare che non sia vero che l'Iraq - come invece giura e stragiura Saddam - si è liberato di tutte le sue armi di distruzione di massa e che ora non possiede più neanche un piccolo proiettile da mortaio caricato con Yprite della Prima Guerra Mondiale. Che magari non ha più neanche una di quelle fiale puzzolenti che si usano per sabotare le assemblee di studenti contestatori. Avevo spiegato in un mio articolo precedente ( " Non abboccare Saddam " dell'ottobre 2002 ) come stavano le cose. Nel 1991 gli USA avevano provato ad occupare l'Iraq ma avevano fallito : come al solito i bombardamenti dall'alto erano stati efficaci, sia nel danneggiare i civili ( 300mila morti ed enormi danni alle infrastrutture ) che nel propagandare nel mondo l'utile equazione terroristica Americani = Distruttori, ma le forze di invasione terrestri erano state sconfitte, ed erano state sconfitte perché non solo gli Americani ma anche gli Iracheni avevano adoperato armi di distruzione di massa e negli scontri tra fanterie avevano prevalso ( anche se forse sul momento non se ne accorsero, ingannati dagli atteggiamenti spavaldi dei politici e degli ufficiali americani, che come tutti gli Americani sono dei bluffatori eccezionali, dei simulatori nati ). Era stata una sconfitta enorme e bruciante, come testimoniato dagli sforzi fatti dagli USA per celarla al pubblico internazionale : solo da poco si sa che nella Guerra del Golfo le casualties della coalizione USA, cioè i morti, i feriti e i variamente contaminati, sono state di 200.000 su un totale di 600.000 uomini, come dire vista la situazione che sono stati colpiti tutti. La lezione era la seguente : sinché aveva le armi di distruzione di massa l'Iraq non poteva essere invaso ( è solo la propaganda americana che fa credere gli USA militarmente onnipotenti ; in realtà sono ben lungi dall'esserlo ), ma solo eventualmente bombardato dall'alto, cosa che non facedere un Paese che non vuole cedere. Ma con l'autoattentato dell'11 settembre 2001 gli USA hanno iniziato un percorso di guerra che come tappa intermedia prevede per forza la cattura dell'Iraq. Come fare ? Ma è ovvio. Per catturarlo, l'Iraq deve essere privo di quelle armi di distruzione di massa : ha detto negli anni scorsi di averle distrutte ma è vero ?

Ecco,bisogna assicurarsi di questo, e se risulta che non lo ha fatto bisogna indurlo a farlo. Poi è nelle mani americane. Così è cominciata la sceneggiata : gli USA hanno improvvisamente sollevato il problema delle armi di distruzione di massa irachene, minacciando un attacco generale se le aveva, e hanno messo in mezzo l'ONU, il loro complice di malavita ( come è diventato al di là di ogni dubbio con Kofi Annan, uno che sotto la camicia porta ancora il collare di ferro degli schiavi ). E' tutto un bluff, gli USA non attaccano di certo l'Iraq se anche solo sospettano che abbia quelle bombe, e sperano solo che Saddam si spaventi della messa in scena, che si
spaventi del clangore degli scudi, creato dalle notizie quotidiane di esercitazioni americane, di invii di portaerei, di battaglioni di Marines in movimento, di richiami di riservisti, di dichiarazioni truci, insomma che prenda per vera la tigre di carta e che ci caschi, dimostrando che non ha più armi di distruzione di massa. Allora l'Iraq sarà nella mani americane : o si arrenderà senza combattere consegnando Saddam alle celle di Guantanamo o alle segrete dell'Aia, oppure subirà una invasione di terra - preceduta da mesi di bombardamenti aerei - cui non potrà opporsi. Come remota possibilità - ma remota - gli USA potrebbero anche accettare di lasciare Saddam al suo posto, se senza combattere accetta che l'Iraq diventi una colonia USA. Più probabile magari che possano accettare nello stile
americano, quello delle promesse da non mantenere, quello dei Trattati.


Questa dunque era secondo me la situazione, ma ecco che Saddam ha alla fine accettato gli ispettori dell'ONU perché, ha detto, l'Iraq non aveva più le armi di distruzione di massa, se ne era realmente disfatto anni fa. Proprio quello che non si sarebbe dovuto fare a nessun costo, mai e poi mai ! Spero che non sia stato fatto e che appunto Saddam stia scherzando, che abbia aperto la porta di casa agli ispettori solo perché sicuro che non avrebbero scoperto i depositi degli ordigni di distruzione di massa, delle bombe chimiche, biologiche e chimico-biologiche legittimamente detenute dall'Iraq,Paese sovrano. Anche così, comunque, la mossa di Saddam rimane poco soddisfacente. E' come minimo un'imprudenza. Bisogna sapere chi sono gli " ispettori dell'ONU ".Sono delle spie per gli Americani. Ricordate il passato team di ispettori dell'ONU in Iraq, quello guidato dal famigerato australiano Butler ? Un elemento del team, un canadese, invece di fare i " controlli " seppelliva nel deserto dei cartoni pieni di larve di cavallette. Fu espulso per quello,e fui io qua in Italia - nel silenzio generale dei media locali - a spiegare le motivazioni dei suoi gesti : cercava di innescare una invasione di cavallette, che come noto possono sterminare interi raccolti, e stava usando lo stesso sistema dei cartoni adoperato dagli Americani nel 1954 per spargere insetti portatori di peste nella Corea del Nord e in Cina ( un atto per il quale le NU condannarono gli USA : ora, ironia della sorte, sono le NU a fare questi atti, per gli USA ). Poi dopo un po' anche Butler e tutto il team furono espulsi, a calci nel culo. Ora c'è il team di Blix, che non è meglio del precedente. Occorre sorvegliare le operazioni. Lo scopo primario affidato dagli USA al team è di accertare al di là di ogni dubbio che l'Iraq non abbia più le armi di distruzione di massa, così lo si può attaccare (facendo magari centomila, un milione, dieci milioni di morti, che gli frega a quelli del team ), ma poi ci possono essere tanti scopi collaterali. Ad esempio il team : a) può mappificare i siti militari e civili di interesse,in modo che in un eventuale attacco aereo americano siano colpiti. La recente richiesta di Blix di poter compiere prospezioni aeree sembra fatta apposta per queste cose ; b) con la scusa di andare a rovistare nei bunker sotterranei, può individuare in particolare i rifugi antiaerei per i civili ; c) può piazzare sugli obiettivi di bombardamento da colpire con precisione i " richiami ", cioè quei piccoli apparecchi elettronici che emettono segnali che attirano i missili e le bombe predisposte : l'" intelligenza "delle bombe e dei missili aria-terra è tutta qui, anche se fanno credere a sistemi fantascientifici guidati da telecamere ( le quali servono solo a fare riprese ad effetto per il pubblico ). Il missile da crociera che nel 1991, dopo aver zigzagato nei corridoi di ingresso, entrò in un rifugio sotterraneo di Bagdad incendiando 500 civili, era appunto stato guidato da un recettore piazzato in precedenza da una spia per gli Americani ; d) può compilare una lista degli scienziati iracheni impegnati in ricerche militari o comunque di interesse, con nomi cognomi e foto tessera, per intimidirli,minacciandoli di ritorsioni in un eventuale dopo Saddam ( come minimo, gli si farà capire, non troveranno più lavoro in tutto il mondo " libero " ) ;e) idem con una lista dei responsabili locali militari, ventilando loro la possibilità di fare la fine dei talebani di Guantanamo ; f) idem con una lista dei politici e altri amministratori, agitando lo spauracchio di fare la fine di Milosevic e della Plavsic all'Aia.
No, gli ispettori dell'ONU erano da tenere fuori dalla porta. Io ho il sospetto che l'Iraq non si renda conto appieno di cosa significa possedere un arsenale di distruzione di massa. Che siano bombe chimiche, biologiche,chimico-biologiche o batteriologiche non importa : sono sempre ciò che significativamente viene chiamato le " atomiche dei poveri ", armi cioè capaci di provocare danni paragonabili a quelli che solo le grandi potenze nucleari possono infliggere. Danni che fanno paura a chiunque e queste armi
sono allora una garanzia di indipendenza. Qualcuno dirà che perché queste atomiche dei poveri adempiano realmente a una funzione di deterrenza nei confronti di qualcuno occorre anche la capacità di farle pervenire sul suo territorio, cosa che nei confronti degli USA è difficile per la loro lontananza e per le loro capacità di intercettazione aerea e navale, e anche doganale. Vero, ma gli USA hanno sempre degli alleati a tiro : è da lì anzi che fanno partire i loro attacchi. Se io fossi uno di questi alleati, e avessi la prospettiva di fare una brutta fine nel caso che gli Americani che ospito compiano una cattiva azione nei riguardi di un vicino, forse ci penserei due volte prima di dare loro tanta libertà di manovra. E come fare,nel caso tutto partisse ugualmente, con la prevedibile reazione americana,
certamente sul piano nucleare ? Prima di tutto si fanno i rifugi antiatomici per la popolazione delle grandi città, che possono parare molti colpi, e poi, rimanendo certamente inquinata e per secoli grande parte del proprio territorio, si trasloca dai vicini, e se non basta dai vicini dei vicini. L'importante è mantenere le proprie capacità di lancio, che sin dall'inizio saranno certamente state mobili. Il concetto chiave delle guerre nucleari è : trasferimento di popolazioni. Pianificati i trasferimenti poi il confronto è contemplabile.

Non vedo come si possa obiettare a queste prospettive. Ognuno ha il diritto di difendersi. L'Iraq da anni sta rinunciando a questo diritto. Ha subito e subisce atti di guerra quotidiani : gli Angloamericani hanno decretato un embargo nei suoi confronti, un puro atto di guerra, che ha provocato infatti dal 1991 a oggi la morte di forse più di un milione di bambini ; hanno arbitrariamente stabilito delle " zone di non volo " nel suo territorio, che coprono addirittura i due terzi del medesimo ; quasi ogni giorno effettuano bombardamenti con aerei e missili, in più colpendo in genere installazioni civili e uccidendo civili. Non solo, ma il tutto avviene con la beffarda connivenza di quell'insulto all'umanità che è diventato l'ONU, che non vede affatto gli orrendi crimini che gli Americani compiono in tutto il mondo (al momento oltre all'Iraq c'è Afganistan, Palestina, Kosovo, Macedonia,Cecenia, Colombia, Venezuela, Kashmir, Xinchiang, Sudan, Angola, Mozambico,Costa d'Avorio, Sahara, Filippine, vari altri sconosciuti al pubblico italiano perché i suoi media di regime non ne parlano ) ma si inalbera - si scandalizza ! - per il sospetto che l'Iraq possa avere armi strategiche,cioè per il sospetto che possa difendersi. Tutto ciò già sarebbe stato sin dal primo momento un motivo legale per l'Iraq per dichiarare lo stato di guerra e chiedere ragione agli alleati degli USA nella regione. Così non è stato e non so se sia stato un bene. Con gli USA rinunciare a una puntigliosa difesa dei propri diritti non paga, perché loro sono un tipo di animale che capisce solo la forza, le bastonate. Siano bastonate agli USA allora, o catene all'Iraq. Che se le sarà meritate se alla fine risulterà che davvero si è privato delle sue armi di distruzione di massa.

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La donna produce poco? La pillola è pronta! di Massimo Fini
Gli americani sono indefessi non solo in campo militare, ma anche in quello medico dove inventano di continuo diavolerie che sono peggio della "guerra preventiva". Adesso stanno per buttare sul mercato una pillola miracolosa che riduce le mestruazioni dalle 13, canoniche, annuali a 4, risolvendo così, una volta per tutte i problemi della donna che, libera da quel fastidioso ingombro, potrà muoversi e, soprattutto, lavorare meglio. Questo anticoncezionale a lunga gittata si chiama, "Seasonal". Si tratta di prendere 84 pillole tutte di fila, poi fare una settimana di riposo con otto pillole neutre e quindi ricominciare. I ricercatori assicurano naturalmente che il "Seasonal" non ha effetti collaterali, non provoca disguidi ormonali, nemmeno aumenta il rischio di tumori e, una volta cessato il trattamento, l'ovulazione riprende regolarmente. Io, lo ammetto, sono molto retrogado, e penso che se la natura ha voluto tredici cicli annuali invece di quattro qualche ragione ci deve pur essere. Inoltre ho molti dubbi che una raffica di pillole come quella passi sul corpo di una persona lasciandola indenne.

Ma il problema, al limite, non è nemmeno questo. E' un altro e dovrebbe riguardare anche le femministe. Il fatto è che con "Seasonal" si nega la donna in quanto donna, la sua specificità, la sua femminilità di cui le mestruazioni, conditio sine qua non della sua fecondità, sono da sempre uno dei simboli. Con il "Seasonal" si vuole fare della donna un uomo, perfettamente adatto al mondo del lavoro. Le mestruazioni disturbano la funzionalità lavorativa? Eliminiamo le mestruazioni. Anche i seni, soprattutto se prosperosi, disturbano, a volte, questa funzionalità. Elimineremo pure quelli? Anche le natiche femminili, diciamo la verità, non sono il massimo per muoversi agilmente. Riduciamo opportunamente le natiche. Le mestruazioni esistono da che mondo è mondo. E non solo generazioni e generazioni di donne "vi hanno convissuto serenamente" come dice la sessuologa Viola Baldassarre Verde, ma chiunque abbia avuto una compagna in età critica sa quale trauma sia la comparsa della menopausa. La donna deve lavorare. La modernità ha incastrato anche lei che del resto si è fatta gioiosamente incastrare. Ma, per quanto oggi si cerchi di capovolgere le cose, la natura ha programmato la donna innanzitutto perché sia feconda e faccia i figli. Volerla maschilizzare fino al punto di cancellare le mestruazioni, con la scusa che così è più libera, mi sembra una demenza del tutto degna dei tempi che stiamo vivendo.

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Salvate il Soldato Ryan di John Kleeves

La seguente è la mia recensione del film Saving Private Ryan (Salvate il soldato Ryan), uscito nel 1998 e diretto da Steven Spielberg per Amblin Entertainment; il protagonista principale è Tom Hanks.

 

Occorre una premessa. Io non tratto i film di Hollywood come fanno i critici cinematografici italiani, ed anche la maggioranza di quelli europei. Non li tratto come pure produzioni filmiche, realizzate al solo scopo di fare cassetta. Io so che la filmografia americana - per antonomasia Hollywood - non è una filmografia libera, che segua le sole leggi del mercato. Hollywood deve sottostare a due condizioni: essa deve sì produrre film economicamente validi, che permettano all’industria di automantenersi e di creare pure dei profitti, ma deve anche fare in modo che i suoi film soddisfino le esigenze della Propaganda di Stato americana. Questo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale: gli Stati Uniti iniziarono una politica estera micidiale nei confronti del mondo, specie naturalmente del Terzo Mondo, e dovevano nasconderla. A sua volta per nascondere tale politica dovevano anche celare e travisare molte cose riguardanti la realtà americana, come la sua storia e la sua vera situazione sociale e politica. Quindi: propaganda. Hollywood era fondamentale per questo e fu costretta ad allinearsi. Ciò avvenne nell’arco di tempo che va dal 1947 al 1953. Tecnicamente l’asservimento di Hollywood alle esigenze della politica nazionale - ciò che si potrebbe in verità chiamare la sua nazionalizzazione - fu ottenuto tramite le inchieste dell’HUAC (House Committee on Un-American Activities), che con la scusa di trovare dei comunisti nell’ambiente del cinema in realtà miravano solo e soltanto a tale scopo. I produttori di Hollywood (per intenderci: Samuel Goldwyn, Louis B. Mayer, David O. Selznik e così via) sottoscrissero la loro resa con la celeberrima Dichiarazione del Waldorf del 3 dicembre 1947. Quindi il 1° agosto 1953 fu creata l’USIA (United States Information Agency), un’Agenzia governativa pubblica nell’esistenza ma segreta nell’operatività (esattamente come la CIA, istituita nel 1947), che aveva il compito statutario di curare l’immagine all’estero degli Stati Uniti, e da allora tutti i prodotti di Hollywood dovettero conformarsi alle sue direttive. Il tutto con infinita circospezione: il segreto più gelosamente custodito dall’US Goverment non è una super bomba, ma il suo controllo su Hollywood. Ciononostante eccoci qui a parlarne. La situazione non è cambiata e così a tutt’oggi ogni film esce da Hollywood con l’imprimatur dell’USIA, che oltre ad esercitare una censura spesso carica tali prodotti con valenze propagandistiche di sua creazione (l’USIA - che non si occupa solo di Hollywood - attualmente può contare su circa 30.000 dipendenti fissi, sparsi in più di 120 paesi; il suo direttore si chiama Joseph Duffey e dipende dal Segretario di Stato, ora la signora Madeleine Albright). La situazione è nota nell’ambiente di Hollywood e oltre ai produttori (e cioè le Case di produzione e di distribuzione) anche gli attori e i registi sanno come si devono comportare per sperare di poter fare carriera. Quelli che meglio coniugano l’abilità professionale con la disponibilità a fare propaganda diventano rispettivamente i Divi ed i Registi di Stato, come da me definiti nell’articolo “Divi di Stato“ stampato sul numero di aprile 1998 su questa rivista [cfr. http://www.asslimes.com/documenti/america/hollywood.htm].

Nei film di Hollywood io dunque cerco le falsificazioni storiche, le mistificazioni culturali, i dettagli fuorvianti; tutto ciò che costituisce propaganda premeditata, consapevole, a favore degli Stati Uniti.

Ed eccoci a Salvate il soldato Ryan. Con Steven Spielberg e Tom Hanks abbiamo a che fare con due dei massimi esponenti delle categorie testé nominate. Il film non delude le aspettative. E’ cioè carico di propaganda politica e culturale.La trama è semplice. Il film immagina un episodio della seconda guerra mondiale, avvenuto nel contorno dello sbarco in Normandia. Il capitano John Miller (Hanks) del II Rangers incursori conduce la sua Compagnia nella prima ondata di sbarco, subendo forti perdite (gli è capitato il punto più difeso, denominato in codice Omaha Beach, come storicamente). Tre giorni dopo riceve l’incarico di trovare il soldato semplice (private) James Ryan, paracadutato da qualche parte dietro le linee nemiche: il Comando ha scoperto che i tre fratelli di James sono morti quasi contemporaneamente su altri fronti e vuole che almeno lui possa tornare a casa dalla madre. Conduce la ricerca con una squadra di suoi incursori, che sarà quasi interamente annientata; alla fine muore anche Miller mentre il soldato Ryan si salva.

Le falsificazioni in grande stile sono le seguenti.

Si dice esplicitamente che gli Stati Uniti partecipavano alla guerra per la Libertà; partecipavano invece per preservare la Balance of Power in Europa minacciata dalla Germania e per preservare il Mercato dell’Oriente, dove dal 1937 il Giappone aveva iniziato l’invasione della Cina. Partecipavano cioè per salvare i profitti delle loro Multinazionali (evidente a riguardo della Cina, mentre l’Equilibrio di Potenza in Europa serve per bloccare gli europei uno contro l’altro impedendogli di portare una penetrazione commerciale aggressiva nel mondo). 

Si presenta lo sbarco in Normandia, condotto massimamente dagli statunitensi, come l’evento decisivo della guerra. Il turning point della seconda guerra mondiale, come sanno anche i bambini, fu invece la battaglia di Stalingrado. Gli statunitensi temevano - e a gran ragione - lo scontro di forze di terra contro i tedeschi. Per ciò avevano evitato di aprire prima il secondo fronte nei Balcani, come era andato chiedendo con insistenza Churchill,  e per ciò lo sbarco in Normandia fu quasi ininfluente sull’andamento del conflitto: per compierlo attesero che l’esercito tedesco fosse prima stato sfasciato dai russi; attesero cioè che la guerra fosse già stata vinta da qualcun altro. Poi con tale sbarco andarono a raccogliere almeno qualche briciola (il piatto forte del pranzo lo aveva divorato la Russia, che era giunta all’Elba; Churchill propose subito al grande Alleato di attaccare insieme la Russia, ma questi di nuovo giudicò, di nuovo a gran ragione, di non essere in grado). Si presenta il Capo di Stato Maggiore del periodo, gen. George C. Marshall, come un brav’uomo preoccupato della sorte dei suoi uomini e delle loro madri; è lui infatti che nel film - Bibbia alla mano - prende la decisione di tentare di salvare il soldato Ryan, distogliendo dalle operazioni un fior di capitano d’assalto come Miller. La Storia dice che il generale Marshall forse era un brav’uomo, ma certo non era uno che tenesse in gran conto la vita dei suoi soldati: a suo tempo egli, d’accordo con i vertici militari e politici dell’Amministrazione Roosevelt, e naturalmente con Roosevelt stesso, aveva manovrato affinché il progettato attacco a sorpresa giapponese a Pearl Harbor riuscisse, provocando quei tanti danni materiali e quei tanti morti che erano forse necessari per far scendere il paese in guerra contro  Giappone, Germania, Italia. E magari, chissà, fra i 2.300 soldati americani morti durante l’attacco a Pearl Harbor c’erano stati dei fratelli, magari tre. Qualunque persona di media cultura negli USA è a conoscenza di tale fatto, quindi anche Spielberg. Marshall avrebbe effettivamente potuto prendere una decisione del genere in tali frangenti, ma nel caso lo avrebbe fatto per motivi propagandistici, una eventualità che nel film non è adombrata.

C’è quindi la propaganda spicciola.

I soldati americani sono dei coscritti non felici di trovarsi nella fattispecie ma convinti della necessità, della giustezza, di quella guerra. Non c’è pertanto molta disciplina nei ranghi, né timore dei superiori, i cui ordini possono tranquillamente essere discussi e anche sbeffeggiati. Non era così naturalmente, come fu testimoniato dalle numerosissime fucilazioni sul campo avvenute fra gli altri luoghi in particolare proprio a Omaha Beach: gli episodi sono adombrati nel film e proposti come dovuti a divergenze fra subordinati sul come condurre con più zelo le operazioni (il sergente che minaccia con la pistola un soldato nell’indifferenza del capitano Miller; erano i capitani invece a ordinare le fucilazioni durante le azioni, e il motivo quasi sempre era il rifiuto di avanzare sotto il fuoco nemico).Sono proposti degli squarci della vita civile dei soldati americani, in modo da presentarceli nella loro umanità, e quindi familiari, non minacciosi. Ci si dice che lo stesso capitano Miller era un coscritto, non un militare di carriera, e che faceva l’insegnante di letteratura, con una moglie che potava i rosai del giardino usando i suoi guanti troppo grandi. Figuriamoci se un tale elemento poteva essere arruolato come ufficiale fra gli assaltatori, che erano invece scelti fra i semi delinquenti.

Il soldato Caparzo muore per la sua ostinazione nel voler salvare una bambina francese. L’episodio vuole richiamare naturalmente la bambina italiana Angelina trovata sulla spiaggia di Anzio da un soldato americano e protetta, un fatto vero poi ampiamente sfruttato propagandisticamente; per aiutarci il regista ci dice che il cap. Miller aveva partecipato anche allo sbarco di Anzio. Inquietante la figura del fuciliere scelto, o cecchino, Jackson: prima di ogni tiro invoca il Dio del Vecchio Testamento, il Dio degli Eserciti che aiuta a sterminare i nemici del popolo eletto. E sembra che tale Dio lo assecondi davvero. E’ un concetto blasfemo, propinato con noncuranza. Alla fine però Jackson muore, centrato dalla cannonata di un Tigre: pure per una causa giusta, approvata da Dio, però si è macchiato di molto sangue. Un martire, dopotutto.

Per il resto abbiamo dei soldati americani tutti dei valorosissimi combattenti, quale più quale meno. Il caporale poliglotta non fa realmente eccezione: è un intellettuale, un pacifista, e non è tagliato per la guerra, ma si riscatta nel finale uccidendo il suo bravo tedesco. Ciò non corrisponde alla verità: se i soldati americani fossero stati valorosi un decimo di quanto raccontato dal film gli Stati Uniti non avrebbero avuto il bisogno della Guerra Fredda per rimediare alla debacle sul campo (i russi all’Elba =  fine della Balance of Power in Europa).

I soldati tedeschi invece sono presentati non realmente come esseri umani, ma come automi, marionette che combattono senza ripensamenti, solo perché così è stato ordinato loro. Quando li si esamina da vicino risultano esseri disprezzabili: nel film un prigioniero tedesco prega in tutte le lingue perché gli sia risparmiata la vita ma poi, ottenuto lo scopo, torna con i suoi a combattere con ancora maggiore ferocia, sino ad uccidere di baionetta con deliberata lentezza un soldato americano. Non manca un omaggio all’aviazione americana della seconda guerra mondiale, bisognosa infatti di potenti maquillage dopo il discredito portatole dai bombardamenti di civili: la piccola scaramuccia finale per il ponte è risolta dai P51 che improvvisamente irrompono in scena (come il VII Cavalleggeri dei western) centrando il Tigre tedesco. Oltretutto il P51 non era affatto un “cacciacarri“ come definito nei dialoghi; gli americani non disponevano di tale tipo di aereo, che avrebbe dovuto essere del tipo a tuffo (come gli Stuka tedeschi ed i PL2 russi) visti gli ordigni trasportabili al tempo. Il P51 era semplicemente un caccia, particolarmente adatto per eseguire mitragliamenti al suolo in volo radente di bersagli non corazzati; veniva infatti impiegato in coda ai bombardieri strategici per mitragliare le persone che fuggivano all’aperto e non era sicuramente in grado di distruggere un carro armato.

Alla fine, visti tanti e talmente triti spunti propagandistici, Salvate il soldato Ryan sembra un film girato a Hollywood nel periodo 1942-1945.

C’è però una interessante novità rispetto ai film di mera propaganda bellica di quel periodo: i combattimenti sono rappresentati con realismo. Specie nei venti minuti iniziali dedicati allo sbarco a Omaha Beach è mostrato cosa capita davvero in battaglia: i colpiti non cadono a terra morti o feriti giusto esalando un “ah!“, ma spesso sono spappolati, le schegge strappano loro gli arti o le viscere, il campo è così intriso di sangue da risultare scivoloso. Molti feriti sfortunatamente non svengono e gridano per i dolori tremendi, anche per ore prima di svenire, o di morire. Ciò ha indotto qualche critico cinematografico a parlare del film di Spielberg come di un lungamente atteso miracolo: dopo centinaia di film americani a favore della guerra, o almeno non antimilitaristi, finalmente un lavoro pacifista, di condanna della guerra.

Non è così, il film non è antimilitarista. L’USIA infatti non permette che si facciano film antimilitaristi (gli USA sono sempre in guerra). Ciò risulta chiaramente dal monologo del cap. Miller, quando dice che la morte di ogni suo soldato ha salvato “dieci, cento, forse mille altre vite [ americane ]“. Ciò è una assoluzione, una giustificazione, della guerra guerreggiata, della guerra sul campo: si combatte non per ammazzare - il che non suona bene in nessuna lingua - ma per salvare altri. E’ lo stesso concetto che a suo tempo espresse il presidente Truman per giustificare le bombe atomiche sulle città giapponesi. Del resto lo stesso Spielberg come si vedrà appresso ha negato che il film fosse contro la guerra. Solo i critici italiani hanno pensato il contrario.

Spielberg non ha però detto il vero significato che la produzione ha voluto dare al film. Non c’è problema, lo diciamo noi.

Il messaggio del film - che è sul piano subliminale - è il seguente. Visto i sacrifici che abbiamo fatto noi americani per la Libertà dell’Europa? Non siate quindi ingrati, non buttateci a mare. Inoltre: abbiamo in quel modo acquisito dei diritti sull’Europa Occidentale. Un messaggio del genere è opportuno in questi anni di Perestroika. Lo spauracchio dell’URSS è scomparso e l’Europa Occidentale sta pensando a un cambio di campo che le converrebbe grandemente: sganciarsi dagli USA e ottenere la protezione militare russa necessaria per competere efficacemente - ad armi pari - con gli Stati Uniti nel mondo. USA ed Europa Occidentale sono infatti nemici economici naturali, mentre invece la Russia notoriamente non è interessata ai commerci (preferisce ricevere i tributi dei vassalli che commerciano, come Germania e Italia hanno cominciato a versare; a breve seguirà l’UE intera, e il Giappone).

A questo punto non ci si può esimere da una considerazione. Gli americani sono davvero degli inguaribili commercianti trappoloni, che vendono cara la loro merce scadente e che con niente vogliono ottenere guadagni mirabolanti. Nello sbarco in Normandia ebbero circa 10.000 morti, e poco di più nel resto della campagna europea, cioè circa 20.000 in tutto, e con ciò accampano diritti sull’Europa Occidentale. Cosa dovrebbero allora dire i russi? Nella sola battaglia di Stalingrado ebbero circa 100.000 morti, mentre lo scontro con la Germania costò loro globalmente circa 20 milioni di vittime (in grande maggioranza civili). Oppure gli americani calcolano che ogni vita loro vale 1.000 vite degli altri.

Il realismo di Spielberg è dunque un realismo peloso, strumentale, asservito ad una esigenza politica di propaganda. Ciò è dimostrato da una semplice osservazione: solo i soldati americani nel film sono martoriati, dilaniati, sventrati. I soldati tedeschi no: muoiono subito, cascando come birilli, con tanti “ah“, “oh“, “uh“. Proprio come gli indiani dei western. Possono anche essere inceneriti coi lanciafiamme; gridano solo un po’ di più. Potremo concedere a Spielberg - e a Hollywood tutta se è per questo - di aver realizzato un film di guerra realistico ed onesto solo quando tale film mostrerà gli orrori subiti da entrambe le parti. In particolare, trattandosi di un film sulla seconda guerra mondiale, quando mostrerà i reali effetti sulle persone dei bombardamenti a tappeto di città, e dei bombardamenti atomici su Hiroshima e Nagasaki; quando mostrerà i bambini, le donne e gli uomini dilaniati, sventrati e schiacciati dalle schegge e dalle macerie, e arsi vivi dal fosforo bianco, dal Napalm e dal vento nucleare. Ma ciò non sarà mai.

Il realismo nel dipingere le durezze dei soldati americani in battaglia serve anche per lucrare dei vantaggi collaterali. E’ per tali durezze - suggerisce il film - che ai soldati americani può capitare di uccidere prigionieri, o di torturarli, come oramai si sa che fecero appunto nella seconda guerra mondiale, e poi nella guerra di Corea, del Vietnam, di Panama, del Golfo (dove una colonna pare di 30.000 soldati iracheni disarmati e in fuga, e che facevano gesti di resa, fu incenerita col Napalm lanciato da cacciabombardieri. O erano dei P51 “cacciacarri“, signor Steven Spielberg?). Analogamente è per tali durezze che può aversi un alto numero di propri soldati uccisi da commilitoni, in realtà in maggior parte fatti fucilare sul posto dai comandanti. Negli ultimi anni la causa di tali decessi è segnalata alla stampa come dovuta a “fuoco amico“. Non è una bugia in effetti.

A mio parere il film è stato commissionato direttamente dall’USIA, o suggerito; non credo che quest’ultima si sia limitata, come in genere fa, ad approfittare di una trama presentata da un produttore per inserirvi temi propagandistici ad hoc. Possiamo ascoltare alcune affermazioni di Spielberg e Hanks contenute in una intervista raccolta dal giornalista Giovanni Bogani del Resto del Carlino. Spielberg  ha detto qualcosa sul terrorismo:

 

“ Va fermato in tutti i modi. Anche con i bombardamenti, sì. Ma ci vogliono prove concrete di responsabilità, non ipotesi. Non si può bombardare un simbolo. Insomma, ci vogliono degli ottimi servizi segreti “.

 

Il riferimento naturalmente è ai bombardamenti con missili effettuati dagli USA nell’agosto del 1998 in Sudan e Afghanistan, che Spielberg viene a presentare come benefici. Invece i missili gettati nell’Afghanistan degli amici Talebani erano dei diversivi per confondere le idee, ed hanno danneggiato infatti una loro fazione rivale; mentre con quelli gettati in Sudan si è colta la scusa del terrorismo per danneggiare un paese che assolutamente non appoggia il terrorismo, ma che sia spiace agli americani né può reagire: hanno distrutto una fabbrica di medicinali (una fabbrica di medicinali nel Sudan, come dire un pastificio nel Bangla Desh, e l’ONU non ha fiatato). Spielberg appoggia insomma la nuova scusa escogitata dal Dipartimento di Stato per sovvertire il Terzo Mondo al posto di quella del comunismo. Dice anche che occorre aumentare l’efficienza della CIA: così ancora più CIA nel Terzo Mondo, non per sovvertire per carità: per prevenire il terrorismo.

Dice poi il Regista :

 

“ La guerra può essere, in alcuni casi, inevitabile. Per esempio, le truppe americane, sbarcando in Normandia, hanno salvato la cultura occidentale “.

 

Chiara la posizione a favore della guerra di Spielberg: per la loro politica neocoloniale gli Stati Uniti devono fare guerre in continuazione, e quindi non bisogna fare film antimilitaristi. Per quanto riguarda il salvataggio della cultura Occidentale, questo concetto rientra nell’ottica del messaggio subliminale del film che si è vista.

Hanks ha detto :

 

Se ci fosse una guerra giusta, contro un regime totalitario, che mette in pericolo la sicurezza del mondo, non esiterei un minuto: ci andrei “.

 

Giustifica tutte le guerre e guerricciole statunitensi nel mondo, che avvengono al ritmo di una all’anno fra le grandi e le piccole: sono infatti sempre - a detta degli Stati Uniti d’America - guerre “giuste“, contro “regimi totalitari“ che mettono in pericolo la “sicurezza del mondo“. In realtà l’unico regime totalitario che mette in pericolo la sicurezza del mondo sono gli Stati Uniti: secondo Hanks bisognerebbe fargli la guerra, e lui parteciperebbe.

Quindi Hanks ammette tranquillamente l’appoggio dato dal Pentagono alla realizzazione del film:

 

“ Abbiamo fatto alcuni giorni di addestramento con un ufficiale dei Marines, Dale Dye... “.

 

Gli siamo grati ma non occorreva la sua ammissione. La partecipazione del Pentagono risulta dai mezzi militari dell’epoca usati per le riprese, che giacevano nei magazzini del medesimo: sono visibili a tutti. Dovrebbe essere superfluo osservare che il Pentagono presta i suoi mezzi solo con l’assenso dell’USIA.

 Queste non sono interviste da normali registi e attori. Queste sono interviste da funzionari governativi. In effetti Tom Hanks, in una intervista pubblicata sul quotidiano New Yorker del 28 novembre 1998, ha manifestato l’intenzione di dedicarsi alla carriera politica. Ciò non deve meravigliare, così come a suo tempo non avrebbero dovuto meravigliare gli esempi di Shirley Temple, di Ronald Reagan, o anche di Clint Eastwood : negli Stati Uniti essere una star del cinema già significa essere in politica. Significa infatti essere un Divo di Stato, un uomo che coscientemente coniuga l’attività professionale privata con le esigenze di Stato. Discorsi analoghi valgono naturalmente per Steven Spielberg.

Per il resto, dal punto di vista filmico, a me pare che Salvate il soldato Ryan sia un’opera abbastanza riuscita. Valutate però voi se è il caso di spendere diecimila lire per vedere un film di propaganda di uno Stato estero. Di uno Stato estero i cui interessi sono oltretutto in contrasto con quelli del vostro paese, dell’Italia.

 

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Uranio impoverito e vaccini di Maria Lina Veca

Nella oramai interminabile polemica sulla questione dell’uranio impoverito e dei vaccini somministrati ai militari- e delle responsabilità rispettivamente attribuibili per quanto riguarda le malattie contratte dai nostri soldati impegnati nelle missioni all’estero- s’inserisce ora l’intervento dell’ematologo Dott. Eugenio Sinesio, che lancia un allarme sull’argomento. Scrive il Dott. Sinesio: “ Quando i marescialli si mettono a fare gli epidemiologi…..

Il Maresciallo Leggiero è intervenuto in modo maldestro nella polemica sulla patogenesi delle malattie emoproliferative ( linfomi-leucemie ) e sui tumori comparsi nei reduci dalla Somalia, dalla Bosnia, dal Kossovo, nei primi 6 mesi di guerra, prima che fossero emanate le norme di protezione individuale. Per partecipare al coro a sostegno delle tesi all’epoca sostenute dalla Difesa, il Maresciallo Leggiero “ sanciva “ che le cause dell’aumento della prevalenza di malattie tumorali era da attribuire i pari merito, oltre che alle scorie radioattive usate per la produzione di dardi di proiettili e di esplosivi, anche alle vaccinazioni cui erano stati sottoposti i militari…..ne sono derivati effetti secondari non previsti: il collegamento vaccinazioni- tumori ha colpito l’attenzione dei cittadini che hanno recepito questo messaggio, trasferendolo alle vaccinazioni sui propri figli, e, in questi giorni, anche alla vaccinazione antinfluenzale! “

L’allarme contenuto nella nota termina con il detto latini “ Ne sutor ultra crepidam ! “ ( che il calzolaio non vada oltre la scarpa…) Per la serie chi ha orecchie per intendere, intenda… La “ colpevolizzazione “ dei vaccini aveva avuto grande risonanza, nella scorsa primavera, quando erano stati annunciati dall’associazione di Leggiero i risultati di quattro relazioni di altrettante commissioni mediche, insediate presso il centro ricerca dell’Università di Modena, incaricate dall’Osservatorio Militare ( organismo presieduto dal suddetto Maresciallo ), anche se le relazioni- nel corso di una conferenza stampa, alla quale non partecipammo, indetta sull’argomento- non furono “ fisicamente “ consegnate ai presenti, bensì raccontate “ a voce “ dallo stesso Leggiero. Si parlò, così riferiscono i comunicati dell’Ansa, delle solite "particelle", mercurio-alluminio-zinconio (i famosi alluminio e mercurio contenuti nei vaccini) -sostenendo l’esistenza di un “ nesso causa/ effetto tra malattia e l’impiego nei territori balcanici “. In verità ci chiedemmo di che malattia si parlasse esattamente e ci chiedemmo anche se il "nesso" fosse fra "la malattia" e i Balcani…. Il Maresciallo Leggiero ebbe la possibilità di illustrare la sua tesi sulle prime pagine di molti giornali- oltre a numerosi passaggi televisivi- per aver “ lanciato “ l’ipotesi che l’uranio c’entrasse poco con la morte di soldati e civili e che la colpa fosse piuttosto, o in parti uguali, dei vaccini..

Molti titoli di giornali, semplificando, furono di questo tenore: “ L’uranio non c’entra, la colpa è dei vaccini..! “ Si sollevò un gran polverone mediatico, una grande confusione: perché di questi vaccini non si è ancora capito chi sarebbe responsabile, visto che nessuno è stato inquisito né punito, né comandanti né medici militari.. Inoltre, una denuncia alla Procura della Repubblica, affinché s’indagasse sulle responsabilità di questi presunti vaccini “ assassini “ , non ebbe alcun seguito. E’ vero anche che nella trasmissione di Rai News l’esponente dell’Osservatorio tornò a mettere l’accento sulla possibile “ colpa “ dell’uranio.. Falco Accame, Presidente dell’Associazione tutela delle vittime, continua coerentemente a sostenere: “ Il legame tra uranio impoverito e tumori era già noto da oltre 10 anni. Basti pensare che il Capo della Sanità del Pentagono Usa dichiarava il 16 agosto 1993, che “ Quando i soldati inalano o ingeriscono DU-depleted uramium- essi incorrono nel potenziale incremento del rischio di contrarre sindromi tumorali.

Il 14 ottobre del 1993, il Comando Logistico Usa impartiva alle truppe in Somalia le disposizioni di sicurezza per proteggersi dalle contaminazioni da uranio impoverito. Le dichiarazioni della relazione Mandelli, secondo le quali l’uranio non presentava rischi…, erano affette, tra l’altro, da gravissimi errori statistici ( utilizzo della distribuzione di Gauss, anziché quella di Poisson, fatto questo rilevato da docenti di Statistica, quali il Prof. Bertoli Barsotti dell’Università di Torino ). Doveva effettuarsi un analisi del tipo “ caso per caso “, che purtroppo non è stata ancora avviata, nonostante fosse stata preannunciata fin dall’ottobre 2000, quando era apparsa evidente l’enormità del numero di Linfomi di Hodgkin “.  Molti casi, tra l’altro, sono emersi dopo quelli presi in considerazione dalla Commissione Mandelli, la quale ha completamente disconosciuto l’esistenza di morti e di ammalati in relazione alla missione Ibis in Somalia e anche in relazione alla permanenza in Poligoni sperimentali ( pensiamo ai casi verificatisi in Sardegna, anche fra civili che vivono in prossimità di Poligoni, come Salto di Quirra). Difronte a tante dichiarazioni “ confuse “, è necessario vigilare affinché , sotto le presunte "colpe" dei vaccini e sotto il “ cappello “ dei risarcimenti economici, non venga occultata, mistificata, dimenticata tutta la complessa problematica dell’uranio impoverito e della messa al bando di questo tipo di munizionamento.

Tratto da www.italiasociale.org

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Né con Washington né con Kabul  Gen.Amos Spiazzi

I recenti avvenimenti internazionali, in particolare l’attacco terroristico agli Stati Uniti e la risposta degli stessi all’Afganistan, trovano la cosiddetta “ destra confusa e divisa.Diciamo la cosiddetta destra in quanto, come si è detto più volte, è più corretto definire l’area di coloro che sono fedeli alle Idee della Tradizione come quella di chi crede nell’idealità dello Stato Organico, anziché usare una terminologia giacobina che ha mille diversi significati. Urgono prima di tutto due considerazioni. L’attacco portato dai terroristi islamici al cuore del sistema capitalista è da condannare senza riserve in quanto che la Tradizione prevede esclusivamente lo scontro tra legittimi combattenti.L’aver fatto sacrificio della propria vita non attenua la colpa di aver catturato degli aerei sotto mentite spoglie e non in una regolare azione di guerra. La risposta statunitense è altrettanto terroristica giacchè colpisce con il malaugurato sistema di bombardamenti indiscriminati l’inerme popolazione di un Paese che già soffre. Per venti anni di guerra.

Fatte queste due debite considerazioni, cerchiamo di esaminare con rigore storico le premesse degli avvenimenti considerati e la situazione venutasi a creare dopo l’11 settembre. Com’è noto nel dicembre 1979 l’Afganistan fu invaso dai sovietici che intendevano estendere la loro influenza in un’area geopolitica molto importante. Gli Usa appoggiarono ovviamente la guerra di liberazione afgana condotta dai Mujaheddin del Comandante Massoud e dalle formazioni integraliste del Hezbi-i-Islami di Hekmatiar sino alla cacciata dei sovietici dal Paese. Concluso il conflitto, gli Usa, attraverso la “ lunga mano “ del Pakistan (loro alleato storico nella Regione) pretesero però di estendere la loro influenza politico militare anche sull’Afganistan, Paese chiave per il controllo del “ grande gioco” delle fonti energetiche dell’Asia Centrale. Ma i vincitori dei sovietici, islamici moderati, appunto i Mujaheddin, non ne vollero sapere: vincitori di una Superpotenza sarebbe stato, infatti, assurdo che si consegnassero come schiavi agli Usa. Durante la campagna di liberazione del Paese, lo Sceicco arabo Osama bin Laden era stato in stretto contatto con la CIA e aveva preso parte attiva ai combattimenti contro i sovietici guadagnandosi stima e rispetto all’interno del vasto movimento della Jihad o “ guerra santa “ islamica. In specie bin Laden era considerato dagli statunitensi elemento di fiducia per ciò che concernette la consegna di tecnologia sofisticata come i temibili missili spalleggiabili terra –aria Stinger, vera spina nel fianco dell’aviazione sovietica. Ancora una volta, dopo l’appoggio all’Iran teocratico, gli Stati Uniti avevano scelto l’alleato sbagliato per concretizzare i propri piani di potere nella Regione. Osama bin Laden, islamico integralista, non poteva certo tollerare, scacciati i sovietici, l’ingerenza americana e divenne nemico acerrimo degli Stati Uniti.

Gli Usa allora videro di buon occhio e in parte aiutarono l’ascesa dei Talebani al potere contro i Mujaheddin, nella speranza di averli amici una volta padroni del Paese, mentre per paradosso i sovietici aiutarono le truppe di Massoud che indietreggiavano verso Nord, incalzati dai Talebani, considerati ancora filoamericani.

Come Europei e come Cristiani, pur rispettando ogni credo religioso, ogni ideologia, ogni sistema politico che si manifesti nell’alveolo della propria tradizione e civiltà e nei confini del proprio territorio, noi riteniamo d’avere due ben precisi compiti da svolgere. Il primo è di difendere senza cedimenti o compromessi la Civiltà dell'Impero d'Europa tramandataci da Roma e dal Cristianesimo. Il secondo, proprio perché portatori di detti valori, di condannare senza indulgenza alcuna tutti coloro che ad una leale guerra tra combattenti, in uniforme e portando scopertamente le armi, sostituiscono azioni terroristiche di qualsiasi tipo coinvolgendo la popolazione civile. Non siamo mai stati né con Mosca né con Washington ed oggi l’atteggiamento ipocrita del sinistrume nostrano c’indigna ancor più perché furono i comunisti, in particolare durante la cosiddetta guerra partigiana, a fare del terrorismo più infame l’arma preferita. Basti per tutti ricordare l’attentato di Via Rasella dove Rosario Bentivegna e Carla Capponi, comunisti ortodossi, non si misero una divisa addosso ed, imbracciato un mitra, assalirono di faccia un reparto tedesco, ma travestiti da spazzini fecero saltare un carretto della spazzatura contenente tritolo e schegge di metallo, uccidendo trentadue soldati italiani in uniforme tedesca disarmati (erano di Bolzano!) ed un passante con il figlioletto di dieci anni letteralmente dilaniato dall’esplosione. Non si costituirono per evitare così la rappresaglia su inermi cittadini prevista dalle norme internazionali e furono decorati di Medaglia d’Oro, la stessa concessa al Brigadiere Salvo d’Acquisto che si autoaccusò di un attentato effettuato dai partigiani, facendosi fucilare al posto dei vigliacchi colpevoli e degli ostaggi innocenti.Per ciò che concerne gli statunitensi è arcinota la loro tattica di distruzione e l’utilizzo dell’arma aerea, che permette loro di spianare il territorio nemico con tonnellate e tonnellate di bombe, prima che i loro truppe di terra lo occupino materialmente. Nulla di male se tale offesa aerea è diretta al fronte sulle linee nemiche, come avviene per l’azione delle batterie d’artiglieria o di missili, ma è sommamente immorale che la stessa sia usata in bombardamenti terroristici su obiettivi non militari, quali quartieri densamente popolati delle città nemiche, per fiaccare il morale della popolazione ed indurla a ribellarsi al proprio Governo. Una recente mostra fotografica allestita a Verona, mostra chiaramente gli esiti di un bombardamento “a tappeto“ angloamericano sulla città colpita nei quartieri popolari e nel centro storico, mentre i comprensori militari di Montorio Veronese e Campofiore risultano completamente risparmiati. Parimenti terroristici risultano il bombardamento di Dresda e le bombe atomiche sganciate sulle due città giapponesi.

I soliti idioti muoveranno a questo punto due osservazioni: gli episodi sono avvenuti in tempo di guerra e le critiche mosse sono fine a se stesse perché non ci dicono come fare per eliminare il terrorismo in questo momento così drammatico per il mondo intero. Alla prima osservazione rispondiamo che lo stato di belligeranza non consente comunque l’azione terroristica contro inermi cittadini del Paese nemico e le convenzioni internazionali sono talmente rigide al riguardo, tanto da classificarla “ crimine di guerra “. Purtroppo, subentrata la pace, i processi dei tribunali internazionali sono svolti esclusivamente contro gli imputati dei Paesi vinti.

Per il secondo punto abbiamo al riguardo opinioni ben precise.

Prima di tutto occorre che i Paesi interessati ad un’egemonia mondiale, e ci riferiamo alla Superpotenza superstite ed oggi al
“mondo islamico “ evitino in ogni modo di operare vessazioni contro popolazioni civili dell' avversario. Danni enormi sono stati fatti in questo campo: è tardi riparali, non è tardi provvedere per il prossimo futuro.

 

Se vogliamo davvero estirpare il fenomeno del terrorismo è indispensabile agire senza perdere tempo, su due parametri essenziali:1) la definizione di un preciso territorio, ove ciascuna etnia possa sviluppare la sua civiltà e professare la propria Fede religiosa 2) La solidarietà economica con tutti i popoli oppressi dalla miseria. Il pensare ad una società multietnica e multireligiosa oltre che utopico è criminale, perché in essa saranno sempre i potenti a prevalere, non i migliori ed inoltre la perdita d’identità di un popolo o di un’etnia è perdita di civiltà.

Ogni etnia ha il sacrosanto diritto invece di sviluppare su un proprio territorio la sua fede religiosa, la propria cultura e le caratteristiche peculiari della propria gente. Oggi l’impero bolscevico, che per mezzo secolo ha tenute soffocate religioni e popoli è caduto, non tanto per la supremazia economica degli Usa e per lo “scudo spaziale”da essi progettato, che avrebbe in pratica annullato la prevalenza militare convenzionale dell’URSS, quanto per la vittoria interna delle Nazioni e dei popoli, ottenuta anche con sanguinose insurrezioni, che non avevano la slealtà del terrorismo, ma erano davvero insurrezioni di popolo. Chi non ricorda gli eroici combattenti che affrontavano i carri armati sovietici a Praga, Budapest, nelle repubbliche baltiche ecc. Ma nel mondo cosiddetto “libero”, ove impera la democrazia dei soprusi, i genocidi continuano oramai da oltre sessant’anni. E’ quasi impossibile enumerare tutte le nazionalità oppresse, le religioni perseguitate, le libertà conculcate. Ne ricordiamo solo qualcuna: la popolazione Karen, formata da cristiani battisti e buddisti non ha un proprio territorio, ma è vittima di un continuo genocidio da parte dei governi birmano, tailandese e cinese, perché ostacola la cultura ed il commercio dell’oppio per principi etico-religiosi.

 

Il popolo Kurdo non possiede un territorio indipendente e libero nel Kurdistan, diviso fra tre nazioni, il popolo Palestinese non ha dopo mezzo secolo, un suo Stato indipendente, per non parlare delle molteplici situazioni dell’Africa ove molte minoranze etnico-religiose vivono oppresse dai Governi locali sorti dopo la decolonizzazione. Questo è il fertile terreno dove si nutre il seme del terrorismo.

Se passiamo alla nostra Patria Europea, ancora schiva di un vecchio ordine imposto dai vincitori della 2GM, vediamo che le etnie non sono affatto libere su un loro preciso territorio, come vorrebbe il principio organico, ma troviamo una lotta di liberazione nei Paesi baschi, in Irlanda del Nord e fino a qualche anno fa persino in Alto Adige, semplicemente perché non è realizzato quanto si è detto circa l’armonica convivenza d’entità etnico-territoriali, contigue e confederate, piuttosto che l’assurda convivenza multietnica.

Gli esempi opposti della ex Cecoslovacchia e della ex Jugoslavia danno ragione a questa tesi. Per chi ha buona memoria possiamo rammentare lo Stato Cipriota, dove mal convivevano turchi mussulmani e greci ortodossi. Solo la necessità di non porre in crisi due nazioni aderenti alla NATO, ha permesso l’operazione chirurgica indispensabile, della separazione delle due etnie e della loro attuale pacifica convivenza, ciascuno a casa propria, con IMMEDIATA scomparsa del terrorismo. Per questo noi lottiamo per un Europa Nazione fatta di libere Patrie confederate!

Ma vi è di peggio: anziché rimuovere le cause del terrorismo si è finto di combatterlo non risolvendo radicalmente il problema, ma quasi sempre aggravandolo da parte delle nazioni economicamente più ricche, in primis gli Stati Uniti con l’avvallo delle Nazioni Unite, applicando l’embargo dei generi di prima necessità, quali medicinali e viveri, riducendo popoli incolpevoli alla disperazione e portando acqua al mulino del terrorismo. Non possiamo dimenticare che i Karen non ricevono medicinali da 35 anni e che solo una pattugli d’italiani coraggiosi e generosi, sfidando pericoli d’ogni sorta, ha portato in questi gironi medicinali di prima necessità ad un popolo stremato, assediato da tre eserciti.

 

Le misure più urgenti per evitare il terrorismo, passano per due manovre ulteriori a quelle già viste in precedenza: la prima di carattere politico, la seconda economico-sociale. Esse possono sembrare in antitesi l’una dell’altra, ma in realtà sono le uniche che applicate con rigore, senza falsi pietismi e senza criminali egoismi economici, possono ridare all’intero pianeta un volto più umano e sconfiggere davvero il terrorismo. La prima, quella politica, che va di pari passo con la rinascita di un’Europa libera ed una, è il rimpatrio di tutti i non europei nelle rispettive nazioni, che saranno poi oggetto, come vedremo, di un dettagliato progetto che prevede l’aiuto socioeconomico in grado di riportarle ad un livello di benessere stabile e possibile d’autonomo sviluppo. Qui saremmo certamente tacciati di razzismo e di mille altre nefandezze. I veri razzisti sono invece coloro che favorendo l’invasione dell’Europa da parte di masse di diseredati, sfruttati, perseguitati, daranno la vittoria agli sfruttatori extraeuropei e nostrani, vittoria che inciderà in maniera tragica non solo sulla civiltà, sulla Fede religiosa, sulla Tradizione del continente, ma toglierà agli immigrati stessi ogni orgoglio e consapevolezza delle loro culture e civiltà, che noi giudichiamo semplicemente diverse dalla nostra. Qualcuno anche della nostra area, potrà obbiettare che l’Impero Romano cadde, è vero, per le invasioni barbariche, ma che la Civiltà di Roma e il Cristianesimo, assimilati dai barbari, fecero sì che i medesimi facessero risorgere con Carlo Magno il Sacro Romano Impero! Il paragone non è assolutamente valido.

L’Europa oggi esercita solo un’attrazione economica e la sua Civiltà e Tradizione, sono il primo obiettivo da riconquistare da parte di noi europei, contro il degrado morale dell’attuale dell’attuale Occidente e contro la gravissima crisi religiosa del momento, frutto dell’illuminismo, del positivismo e del conseguente materialismo ateo, crisi che ha contaminato persino i vertici della Chiesa.

Il Presidente degli Stati Uniti quindi non è, come afferma Bin Laden per galvanizzare i propri integralisti, il primo “ Crociato”, ma il Presidente di una nazione che cinquant’anni orsono ha portato in Europa l’edonismo, il consumismo, la logica delle multinazionali ed un falso benessere che genera bisogni e produce disparità sociale coniugato ad una concezione della vita che ha insidiato la gioventù, la famiglia e le tradizioni.

Ma l’opera di risanamento morale dell’Europa, la rivitalizzazione della Tradizione Romana e Cattolica del Continente, la costruzione di un Europa dei Valori e non di una labile unità comunitaria prevalentemente economica, agli ordini della Banca Europea, passa attraverso la ricostruzione di moderne istituzioni, con i popoli del continente, liberi e sovrani, confederati in un'unica Nazione ispirata ai valori Cristiani, proseguendo di pari passo con il rimpatrio dei non europei nelle nazioni d’origine. Nel frattempo anche il liberal capitalismo dovrà rientrare nella sua sede più naturale, con le proprie banche e le sue multinazionali.

Una volta rimpatriati nei rispettivi Stati nazionali i non europei, una buona soluzione per sconfiggere la miseria del Continente africano, potrebbe essere quella che ciascuno Stato europeo stringa con una sua ex Colonia, ora Stato indipendente, dei patti bilaterali economico-sociali, che prevedano uno scambio di tecnologie e materie prime ed un’abilitazione della classe dirigente del Paese assistito, con frequenza di corsi e praticantato nel Paese europeo associato.

 

Sul territorio d’ogni singola Nazione europea potranno risiedere a tempo determinato appunto, solo i cittadini dello Stato associato, che rientreranno in Patria per portare, con l’esperienza acquisita, un reale e stabile miglioramento del tenore di vita del proprio popolo, che potrà, poi autonomamente progredire in campo economico e sociale senza perdere le sue caratteristiche di tradizione e di costume.

L’Europa organicamente confederata nel pieno rispetto e nella delimitazione territoriale delle minoranze etniche e religiose, con al vertice un Capo e una dirigenza carismatica ed elitaria, e quindi non semplicemente economica, fornita di proprie Forze Armate esclusivamente ai suoi ordini, ben salda nei principi della sua Civiltà e della sua Fede Cristiana, dovrà vigilare affinché nel mondo non vi siano popolazioni oppresse per questioni economiche ed interessi geopolitici, dall’attuale “ gendarme “ americano, né tantomeno per motivi di fede religiosa da parte di un certo espansionismo islamico. Contro tali soprusi l’Europa, a viso aperto e senza secondi fini prenderà posizione nello spirito della sua millenaria civiltà con tutto il peso della sua ritrovata Tradizione e certamente il terrorismo sarà definitivamente sconfitto, perché saranno state rimosse le cause principali del suo insorgere.

 

Tratto da www.italiasociale.org

 

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URANIO AMERIKANO:
dall'Iraq ai Balcani sovranità nazionale cercasi…
di Federico dal Cortivo

Era il 20 marzo di quest'anno e sui principali quotidiani nazionali appariva la notizia dei risultati dell'indagine, compiuta dalla commissione Mandelli, sui casi di leucemie riscontrati tra i nostri soldati nei Balcani. Tre mesi è durata la ricerca del noto ematologo commissionata dal Ministero della Difesa e l'esito è a dir poco sconcertante per l'ovvietà delle conclusioni. E' vero, vi è un aumento dei casi di linfomi e di leucemia linfatica. Gli episodi di linfoma di Hoggkin e leucemia acuta sono a dire il vero il doppio di quelli previsti, ma - "tranquillizza" il professor Mandelli - non esistono prove che vi sia un nesso con le operazioni nell'ex Jugoslavia. L'arma più colpita sembra l'Esercito con l'84% dei casi, seguito da Carabinieri con il 7,6%, Aeronautica 7% e Marina 0,9%. Anche tra l'aria inquinata dagli scarichi delle auto ed il cancro al polmone non vi è alcuna prova certa che esista un collegamento, però... Pronta la risposta del Maresciallo Leggiero, responsabile dell'Osservatorio per la salute e tutela dei militari: "chi va nei Balcani vede raddoppiata la possibilità di contrarre malattie tumorali, dobbiamo confrontare i dati in nostro possesso con quelli della commissione; a noi per esempio risultano 48 casi di neoplasie accertate, contro le 28 di Mandelli" - come a dire - ascoltate anche noi che siamo parte in causa. Questo per il momento è l'ultimo atto della vergognosa storia dell'URANIO IMPOVERITO, che ha investito ancora una volta la credibilità del governo italiano, del Ministero della Difesa e della NATO; ma bisogna partire da lontano per capire la reale portata del problema uranio, cioè dalla guerra americana contro l'Iraq del 1990. Tutti ricorderanno che con la scusa di "difendere" l'indipendenza della monarchia dispotica del Kuwait, in realtà per mantenere il controllo sui ricchi giacimenti petroliferi, gli Stati Uniti scatenarono una propria e vera guerra d'aggressione contro l'Iraq di Saddam Hussein, impiegando buona parte del loro deterrente convenzionale, tra cui spiccavano i proietti perforanti con penetratore all'uranio impoverito, che ha come caratteristica principale quella di viaggiare a circa 1800m/s e di perforare le corazze dei carri. Per gli addetti ai lavori sono i famosi proiettili controcarro APFSDS-Armour Piercing Fin Stabilized Discaring Sabot, perforante decalibrato ad abbandono di sabot stabilizzato mediante alette. Il proietto è costituito da un penetratore all'uranio impoverito, avvolto in uno zoccolo (sabot) in lega leggera a frattura prestabilita, che serve da adattatore del proietto alla canna. Allo sparo, lo zoccolo si rompe e tutto il proietto avanza tenuto insieme dalle pareti della canna. Una volta lasciata la bocca da fuoco, le parti dello zoccolo rotte cadono sul terreno ed il dardo prosegue la sua corsa stabilizzato dalle alette. L'energia cinetica è tale che a 2 km di distanza riesce a perforare una piastra d'acciaio di 550 mm. Nel Golfo furono sparati 950.000 proiettili di vario tipo e calibro, con 300t di Du (depleted uranium). In Bosnia ne sono stati sparati 10.800 ed in Kossovo 31.000. Gli effetti sono ancora presenti tra la popolazione del martoriato stato iracheno, l'anno scorso i casi di leucemia sono aumentati di un altro 17% rispetto al 1990, in altre parole prima della guerra, ma la leucemia non è l'unica malattia che colpisce.

 

Secondo i dati forniti da Muna Al Jibury, collaboratrice del ministro iracheno della sanità, i bambini nati malformi sono aumentati di cinque volte nella zona di Bassora, i casi di mongolismo sono triplicati, quelli di malattie agli occhi triplicati. Inoltre sono aumentati i casi di cancro al polmone, nascite premature, linfomi ecc. Particelle di Du sono state trovate nelle urine, nei tessuti e nel liquido seminale delle persone ammalate o morte. Il governo inglese dal 1991 sapeva già tutto, come rivelato recentemente dal Times, che riproduce un rapporto dell'Osservatorio sulla Sicurezza Nucleare consegnata a Downing Street nel "91, nel quale si avvertiva della "urgente" necessità di ripulire il Kuwait dai residui dei proiettili al Du, per evitare la contaminazione radioattiva. Contemporaneamente i veterani inglesi reduci della guerra del Golfo, denunciano la morte di 512 soldati dalla fine delle ostilità e di ben 5000 colpiti da varie patologie. Anche negli Usa si contano centinaia di reduci affetti da malattie riconducibili all'impiego in Medio Oriente, alcuni sono costretti a lasciare il servizio attivo perché non più idonei; altri generano figli deformi o contraggono forme tumorali. L'ottimo programma Report di Rai Tre, qualche anno fa in un servizio, per la prima volta in Italia ci fece sentire le testimonianze dei soldati alleati che erano affetti dalla cosiddetta "sindrome del Golfo", che non è però ritenuta tale dai governi angloamericani, negando così di fatto qualsiasi risarcimento alle vittime della contaminazione. Il pensiero ci porta a ricordare l'identica posizione dei militari colpiti dopo il Vietnam da gravi malattie, dovute al famoso "agente arancione", i defolianti. Ufficialmente non sono mai stati usati nelle operazioni nel Sud Est Asiatico, quindi non esistono neppure i soldati ammalati. Arriviamo poi all'autunno del 2000, quando scoppia con gran fragore l'affaire balcanico. I nostri soldati sono stati spediti in tutta fretta dai governi del centro sinistra in terra Jugoslava, a tutelare non certamente gli interessi nazionali, visto e considerato che Belgrado non minacciava i confini italiani, ma forse il governo Milosevic era d'ostacolo a chi voleva ad ogni costo destabilizzare la regione per impedire la creazione di quell'asse fluviale tra Europa centrale e Mar Nero (vedi Stati Uniti e Gran Bretagna) ed ecco allora l'intervento umanitario pro Uck. Alle prime denunce di gravi carenze logistiche, arrivano anche le prime segnalazioni sul personale che ha prestato servizio nella regione dal 1995 ad oggi e che ha contratto vari tipi di neoplasie. Ogni giorno aumentano le denunce e la stampa nazionale è costretta a riportare con grande risalto i casi che via, via vengono scoperti. Si parla con sempre più insistenza dell'uranio impoverito presente in bombe e proiettili perforanti dell'Usaf, usati massicciamente contro obiettivi militari e civili in Bosnia e Kossovo.

 

Tutte le patologie riscontrate ai soldati italiani presentano una somiglianza sconcertante con quelle dei veterani del Golfo. Viene pure alla luce come il personale di carriera e non, sia stato vergognosamente abbandonato dalle strutture militari nazionali, che fingono di non conoscere il problema, scaricando le responsabilità prima sui vertici politici, e questi ultimi sulla Nato, in un confuso gioco allo scaricabarili. Lentamente si comincia ad avere la consapevolezza di come le nostre truppe siano state utilizzate per presidiare le zone più colpite dai raid aerei, quindi quelle più inquinate da proiettili all'uranio. I veri comandanti della missione K-force, gli Stati Uniti, si sono ben guardati ad inviare propri soldati nelle aree più a rischio, all'occorrenza c'erano gli Italiani! Ma riportiamo quando detto dal Generale Termentini, uno dei massimi esperti europei di mine ed ordigni segreti: "nel '95 in Bosnia nessuno ci avvertì di quei maledetti proiettili all'uranio, nonostante fossero già stati usati in Iraq. I miei genieri in Kossovo si sono imbattuti in numerosi proiettili di questo tipo, e non potendo rimuoverli, ne segnalavamo la posizione a nuclei specializzati. .Anche se non ci dovrebbero essere conseguenze immediate per l'organismo - prosegue il generale - è assodato il forte inquinamento ambientale, entrando nella catena alimentare, e producendo nel medio e lungo periodo danni all'organismo, non solo dei militari. E difatti in una nota del 22 novembre 1999, il Colonnello Bizzarri del nucleo NBC, dirama una circolare a tutti i reparti italiani impegnati nei Balcani che così recitava: "L'uranio impoverito è un metallo altamente tossico e radioattivo; se vi trovate in un area contaminata, indossate come minimo maschera e guanti di protezione. Provvedere ad una buona igiene personale, rimanere lontano da carri/mezzi bruciati e da edifici colpiti da missili da crociera. Se lavorate entro 500 metri dai suddetti obiettivi, indossate protezioni per le vie respiratorie! Le inalazioni di polveri insolubili d'uranio sono associate nel tempo con effetti negativi sulla salute, quali tumori, disfunzioni nei neonati... che potrebbero non verificarsi fino a qualche anno dopo l'esposizione!" Anche Croati e Musulmani hanno iniziato un inchiesta sulla "sindrome dei Balcani". L'ufficiale dell'esercito serbo-bosniaco Srdial Trifkovic, sostiene che negli ultimi anni alcuni dei suoi uomini sono morti a causa di tumori sospetti, leucemie e cancro al polmone; altri risultano gravemente ammalati. Tra la comunità serba di Hadzici, al confine con la Serbia, si è registrata un'alta mortalità causata da tumori, ben dieci volte superiore alla media! L'ospedale di Prjiedor, nel nord della Bosnia, registra un aumento del cancro tra la popolazione civile della zona del 26%. Soldati e civili stanno pagando sulla loro pelle l'utilizzo indiscriminato dei proiettili al Du, la popolazione irachena paga a tutt'oggi un prezzo altissimo in termini di vite umane l'aggressione "umanitaria" del 1990 e lo stesso sta accadendo alla popolazione slava. La cortina omertosa che dalla guerra del Golfo ha coperto l'intera vicenda , in questi giorni sembra di nuovo scesa; la commissione Mandelli non si è sbilanciata, evitando di dire con chiarezza come stanno le cose, forse per non creare imbarazzo negli "alleati" americani; il nostro governo latita come al solito ed i vertici militari non esistono, perché da loro non è giunta una parola a tutela dei propri soldati. I nostri militari ammalati debbono lottare ogni giorno contro un amministrazione che invece di salvaguardarli, li ostacola non riconoscendogli la giusta "causa di servizio".

 

I media, così efficienti nei primi giorni dello scandalo, non parlano quasi più del problema, come se avessero ricevuto qualche ordine dall'alto. Si... qualche articoletto qua e là, ma niente di più. La lunga mano della potenza americana ha imposto il bavaglio. La realtà è che ci troviamo di fronte all'ennesima dimostrazione per noi italiani di vivere in un nazione a sovranità limitata, che non può intraprendere una seria politica estera nazionale, che deve mettere i propri soldati a disposizione della Nato, dell'Onu e delle finte guerre umanitarie scatenate dai veri padroni al di là dell'Atlantico. Italia che non può nemmeno esigere un indagine seria ed obiettiva sulla causa della morte dei propri militari e che trova nel governo ed anche nell'opposizione, ad esclusione forse della Lega che per prima ha denunciato il caso uranio qualche anno fa, i servi sciocchi degli interessi antinazionali; le vere quinte colonne degli occupanti la nostra terra. E' purtroppo iniziata la campagna elettorale. Purtroppo... perché è forse la peggiore di questi ultimi anni! Svilente nei contenuti e vuota nelle idee, con i due leader fotocopiati, tutti affaccendati nella composizione delle liste e nelle passerelle televisive. I loro discorsi sono solo pieni d'elogi all'economia di mercato e alla riforma federalista o devolution. Non una parola è spesa per quel bene primario per ogni nazione che è la propria indipendenza! Hanno pure dimenticato di chiamarla Patria o Nazione, la chiamano volgarmente paese. La guerra persa nel 1945 sembra non finire mai, quanti Kossovo dovremo aspettare prima di poter rialzare la testa?

 

Tratto da www.italiasociale.org

 

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Indipendenza e sovranità  di Alberto B. Mariantoni 

La recente aggressione/invasione/occupazione militare dell’Iraq da parte degli Stati Uniti, ha direttamente o indirettamente favorito – in Italia, in Europa e nel mondo - la repentina e salutare apparizione di due particolari, antitetici ed inconciliabili schieramenti politici trasversali: quello dei cosiddetti «filoamericani» (estremamente minoritario) e quello dei cosiddetti «antiamericani» (largamente maggioritario).

Intendiamoci: non che, fino al marzo/aprile del 2003, il «filo-americanismo» e «l’antiamericanismo» non fossero mai esistiti o non avessero in qualche modo già avuto un certo numero di consensi e di sostenitori, ma nel senso di tertio non datur… Nel senso, cioè, di assoluta impossibilità, per chiunque - a partire da quella data - di potersi effettivamente dichiarare «neutro» o di disporre di una qualunque libertà di manovra, per potere in qualche modo scegliere o preferire una qualsiasi altra collocazione politica.

 

In altre parole, con la Terza Guerra del Golfo (2003) ed il dispotico e brutale rifiuto da parte dell’Amministrazione Bush jr. di conformarsi alle norme del Diritto internazionale (che gli USA stessi, fino a quel momento, avevano caparbiamente contribuito ad elaborare, redigere, fare approvare ed imporre al resto dei paesi del mondo!), si è chiaramente delineata una profonda ed irreversibile frattura politica a livello planetario, ed hanno cominciato a prendere corpo e sostanza due nuove «correnti» d’opinione politica, formalmente o informalmente attestate sulla medesima ed opposta linea di attrito e di demarcazione: quella, in particolare, che passa per il «diritto o meno», per l’insieme dei popoli del mondo, «di disporre di loro stessi, delle loro terre, delle loro ricchezze e del loro destino».

Da un lato, dunque, i «filoamericani» e tutti coloro che - a partire da quel conflitto ed in simbiosi (attiva o passiva) con le vedute e la politica di Washington - ritengono ormai desueto o quantomeno discutibile e senz’altro limitabile o sopprimibile (quasi sempre, ad usum delphini e/o a geometria variabile!) quel diritto; dall’altra – con aneliti, bandiere, parole d’ordine, forme di protesta e motivazioni diverse – gli «antiamericani» e tutti coloro che, direttamente o indirettamente, consapevolmente o inconsapevolmente, ragionatamente o istintivamente, rifiutano, criticano o deplorano l’arbitraria ed ingiustificata rimessa in discussione di quel diritto.

Inutile, nell’ambito di questa riflessione, tentare di formulare una qualunque tipologia sociologica dei cosiddetti «filo-americani». Quella tipizzazione concettuale, infatti, indipendentemente dalle specifiche e peculiari collocazioni politiche o partitiche di ognuno, si risolverebbe nella mera e noiosa descrizione di un’avvilente e rattristante scala gerarchica di blandi o indefessi assertori (più o meno illustri o sconosciuti, illuminati o ottusi) della sovranità limitata dei nostri paesi e di piccoli e grandi servi volontari o involontari, consci o inconsci, interessati o gratuiti, dell’imperialismo di turno.

 

Senza importanza ugualmente, in questo contesto, prendere in conto l’insieme delle sensibilità ideologiche, politiche e pratiche che caratterizzano e compongono il cosiddetto «campo antiamericano». Un «campo» che, a dire il vero, investe, comprende e raccoglie, trasversalmente ed in ordine sparso - dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per il centro - la quasi totalità delle famiglie di pensiero e d’azione dell’intero schieramento ideologico, politico, culturale e religioso nazionale ed internazionale, fino ad oggi conosciuto.

 

La maggior parte di quelle sensibilità, infatti - nonostante la sincera volontà di coloro che ne sono all’origine o che tendono, in una maniera o in un’altra, ad animarle, promuoverle e/o propugnarle - non posseggono nessuna chance di opporsi efficacemente all’impresa mondialista, voluta dagli Stati Uniti ed applicata quotidianamente - a nostro discapito -  dai diversi e variegati coadiutori di quella superpotenza. Tanto meno, di contrastare lo sfrontato e tracotante espansionismo economico e militare dell’imperialismo Yankees. Meno ancora, di contribuire in qualche modo alla rimessa in discussione, sia dell’occupazione militare esercitata de facto dall’invadente, ingombrante ed intrigante presenza delle basi USA e NATO all’interno dei nostri territori che della colonizzazione culturale che – da quasi sessant’anni - assoggetta, soggioga e tiranneggia l’insieme delle coscienze individuali e collettive delle nostre avvilite e calpestate popolazioni.

 

Quelle sensibilità politiche, in realtà, non hanno nessuna possibilità di contrastare e di far decadere (né di modificare parzialmente) l’attuale status quo uscito dall’esito della Seconda guerra mondiale, per la semplice ragione che le ideologie che le supportano e le vivacizzano, oltre ad essere - con il loro internazionalismo endemico ed assiomatico - in aperta contraddizione con gli scopi che queste ultime pretendono ufficialmente perseguire, facilitano palesemente l’opera d’annichilimento verticale, orizzontale ed obliquo delle nostre società tradizionali, sistematicamente rincorsa e progressivamente attuata dal mondialismo/globalismo statunitense.

Tra le sensibilità politiche del cosiddetto «campo antiamericano», quelle che invece mi sembrano degne di una certa attenzione e/o di un qualunque approfondimento, sono quelle che - a mio giudizio – posseggono realmente in fieri la possibilità di rappresentare una sicura e fidata «trincea di difesa», una risoluta ed attendibile «base di contrattacco» ed una possibile e credibile «speranza di vittoria», per quanti – all’interno delle nostre società – sentono sin da ora (o sentiranno prima o poi) il bisogno esistenziale e politico di ribellarsi alla fatalità della nostra impotenza e di tentare di liberarsi, sia dalla più che demisecolare occupazione militare statunitense che dalla quotidiana ed insopportabile aggressione/vessazione mondialista.

Mi riferisco, naturalmente, agli «indipendentisti» ed ai «sovranisti» in generale: a tutti coloro, cioè, che – al di la delle loro particolari sensibilità ideologiche, politiche, istituzionali, culturali e religiose a livello nazionale – tendono a considerare la libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione e la sovranità politica, economica, culturale e militare del loro paese come fondamentali e vitali per l’esistenza e lo sviluppo delle popolazioni alle quali appartengono, nonché il diritto dei popoli a disporre di loro stessi, delle loro terre, delle loro ricchezze e del loro destino come ideologicamente indispensabile, politicamente imprescindibile e praticamente intangibile, inviolabile ed inalienabile, per l’equilibrio e la coesistenza pacifica dell’insieme dei popoli-nazione del mondo.

 

Gli «indipendentisti» ed i «sovranisti» delle diverse nazioni del mondo, infatti, sono gli unici che - in questo particolare momento della nostra storia - sono in grado di suscitare e di sostenere una lotta all’ultimo sangue nei confronti dell’imperialismo americano e dell’angheria mondialista. Sono gli unici che sono in condizione di rappresentare il più sicuro antidoto alla voluta e programmata dissoluzione delle nostre culture e delle nostre civiltà. Sono gli unici che possono opporre una decisa e coraggiosa resistenza ed, allo stesso tempo, scatenare una credibile ed efficace controffensiva nei confronti dei nemici esterni, nonché dei traditori, dei rinnegati e degli opportunisti dei nostri paesi. Sono gli unici che posseggono i requisiti ideologici, politici e pratici per neutralizzare, sconfiggere e fare scomparire nel nulla, quanti pensano ancora di potere definitivamente trasformare i nostri territori in semplici no men’s lands delle loro rapine economiche, del loro sfruttamento scientifico e della loro artificiale e morbosa dominazione militare; oppure, trasfigurare l’insieme dei nostri popoli, in accecati ed abbrutiti consumatori della loro merda alimentare ed industriale, nonché in atomizzati ed addomesticati oggetti passivi delle loro speculazioni finanziarie, delle loro prevaricazioni giuridico/amministrative e delle loro soffocanti ed opprimenti sperimentazioni sociali e culturali.

 

Smettiamola, quindi, di continuare a batterci, ognun per sé, contro il comune nemico imperialista e mondialista che ci calpesta e ci opprime tutti, individualmente e collettivamente. Finiamola, una buona volta, con i nostri reciproci settarismi ed i nostri assurdi ed infantili campanilismi. Piantiamola, una volta per tutte, di continuare a farci deridere e beffeggiare a causa della nostra volontaria impotenza, da chi ci vorrebbe tutti, prima o poi, indistintamente e definitivamente cancellare dalla storia!

Non dimentichiamo, infatti, che è solo mettendo intelligentemente e momentaneamente da parte le nostre più intime convinzioni ideologiche, politiche, istituzionali, culturali e religiose, e cercando con ogni mezzo di raggrupparci strategicamente o tatticamente il più possibile intorno ai temi dell’indipendenza e della sovranità dei nostri paesi che saremo, tutti insieme, veramente in condizione di difenderci e di contrattaccare. Alimentando dapprima, in questo senso, un irresistibile movimento d’opinione che, a sua volta, favorirà un irrefrenabile ed incontenibile movimento di popolo che, a sua volta ancora, renderà assolutamente possibile e sicuramente realizzabile una generalizzata, travolgente e vittoriosa lotta di liberazione nazionale, sia per il nostro popolo che l’insieme dei popoli-nazione del mondo.

E da sinistra - per cortesia - non mi si venga ad obiettare che una tale «alleanza» di principio e d’azione - che includerebbe necessariamente, tra le altre fazioni indipendentiste e sovraniste dei nostri paesi, anche i fascisti… - sarebbe impossibile da realizzare a causa dell’ «antifascismo» militante delle loro idee, o che il loro cosiddetto «socialismo» o «comunismo» sarebbe incompatibile o inconciliabile con i concetti di Patria, d’Indipendenza e di Sovranità…

 

In questo caso, infatti (senza dover necessariamente ricordare Bolivar, Sandino, Pisacane, Mazzini, Corridoni, Castro, Tito, Mao-Tse-Tung, Ho-Chi-Min, ecc.), certi «gaglioffi da operetta» - anche se saltuariamente travestiti da biechi «rivoluzionari», irriducibili «sovvertitori» o zelanti «progressisti» - non potrebbero fare altro che continuare ad indossare (come hanno già fatto una prima volta…, a differenza dei Nicola Bombacci, degli Edmondo Cione, dei Carlo Silvestri, dei Renato Sollazzo, dei Corrado Bonfantini, dei Pulvio Zocchi, dei Gastone Gorrieri, dei Nicoletti, Vatore, Fietta, Janni, Pandolfo, Piacentini e di moltissimi altri), il classico ed indecoroso abbigliamento dei soliti pesmergas d’ogni tempo e d’ogni occasione!

 

Tratto da www.asslimes,com

 

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Grazie a Bush l'Europa è più vicina? di Enrico Gervasoni

Ci sono momenti in cui la storia si affida agli eventi lasciando che uomini e popoli si esercitino per  tempi maturi. Si parla spesso dell’assenteismo europeo rispetto agli avvenimenti seguiti alla caduta del muro. Il ruolo minimale dell’Europa ha reso certamente più cruente crisi come quella  jugoslava, ma da un altro punto di vista, il tempo ha permesso all’Europa di assimilare gli effetti e gli sconvolgimenti geopolitici derivanti dalla caduta del muro, quali il nuovo assetto dell’ex Unione Sovietica, la riunificazione della Germania, l’espansione dell’Europa verso est sino (per ora) al confine russo, avere il tempo di eliminare ogni residuo del passato stabilizzando in qualche modo l’area balcanica. L’Europa ha potuto varare ed applicare l’Euro prima che il gigante monetario rappresentato dal dollaro, padrone delle riserve monetarie mondiali,  potesse di fatto impedirne la nascita e la crescita. Oggi, l’Euro non rappresenta solo una comoda moneta di circolazione interna funzionale agli europei, ma un punto di riferimento alternativo al dollaro sia negli  scambi internazionali che come moneta di riserva complementare  e/o in alternativa al dollaro. Il ruolo a volte da comparsa, giocato dall’Europa sullo scenario mondiale negli ultimi dieci anni, ha permesso all’Europa di curarsi le proprie ferite, crescere nella consapevolezza del proprio ruolo e prepararsi ad essere protagonista del nuovo equilibrio mondiale. Non si può avere un ruolo internazionale se non si fa prima ordine e ci si autogoverna  in casa propria.È del tutto normale che seppure in corso, un processo storico come la costruzione socio-politico-economico-finanziaria dell’Europa, abbia pause e tempi lunghi dovuti alla complessità dei particolarismi storici e pratici di popoli e nazioni che la compongono.

Dopo il 1945 l’Europa ha scelto di compiersi attraverso il consenso e la partecipazione dei suoi membri interrompendo i tentativi millenari susseguitisi dall’Impero Romano in poi di stabilizzare un’Europa fondata sul dominio di uno dei suoi popoli sugli altri.

Va ricordato che l’altro “grande stato occidentale”, formatosi dopo la guerra di indipendenza dagli inglesi, attraverso la conquista di un vasto territorio sottratto agli indiani, ai messicani ed ai francesi, ricompattato attraverso una guerra di secessione, ha avuto più di due secoli per organizzare il proprio assetto interno ed estendere la sua influenza politico- militare ed economico-finanziaria verso l’esterno. È altresì  vero che oltre un certo limite di tempo non si può andare, soprattutto quando si è consapevoli del danno irreparabile che l’inerzia e l’attendismo cronico potrebbero provocare. Ma, ecco che  arriva una spinta che potrebbe far accelerare la conclusione del processo di unificazione europea. Questa spinta ci arriva dalle dichiarazioni  del Presidente Bush che “candidamente”, fra le altre cose, ha dichiarato (con tutti i comportamenti che ne conseguono) : «prepariamoci ad una guerra che duri almeno per i prossimi trent’anni». Come gli esperti ed i più  avveduti sanno, è già stato un “miracolo” che durante l’epoca dei due blocchi contrapposti non si sia arrivati alla distruzione dell’umanità. L’esistenza di due blocchi era comunque congeniale alla pratica politico-diplomatica americana. Tutta la storia americana si è formata sul dualismo, sul muro contro muro, sui buoni ed i cattivi, sul bene e sul male, sull’amico e sul nemico.

È una logica radicale, adatta per un mondo diviso in due, con al massimo qualche “non allineato” che non conta, proprio come avviene da sempre all’interno degli USA dove solo due partiti si alternano e/o si dividono il potere. La “concezione” bipolare americana, la si potrebbe “figurare” composta di linee rette orizzontali e verticali formanti parallelogrammi e trapezi, con esclusione di curve, circonferenze e cerchi.  Ciò significa dover recuperare i concetti che fecero della politica un’arte ed una scienza applicabili alla soluzione dei problemi. Concetti cari agli europei sin dall’antica Grecia, rispolverati ogniqualvolta bisognava sistemare i guasti delle guerre evitandone il ripetersi imparando col tempo di non dover necessariamente sterminare i vinti o diventarne i perenni carcerieri o dominatori. Esperienza trasmessa nel DNA di popoli e stati che hanno convissuto per secoli con realtà complesse dove alleanze, compromessi e scontri, fanno parte di un dosaggio accurato che tiene conto di protagonisti e comparse, degli effetti immediati e futuri e di quanto altro è adattabile per uno sviluppo socio e