UN IMPERO DI 400 MILIONI DI UOMINI: L'EUROPA (Claudio Mutti nell'introduzione del libro di Jean Thirart)
L'EUROPA FINO A VLADIVOSTOK, di Jean Thirart
JEAN THIRIART, PROFETA E MILITANTE, di Carlo Terracciano
L'EUROPA COME STATO L'EUROPA COME NAZIONE, di Jean Thiriart
Claudio
Mutti
Introduzione al libro
di Jean Thiriart
Un impero di 400 milioni di uomini: l’Europa
(Nuova edizione in preparazione presso le Edizioni Controcorrente)
L’ultimo ricordo che ho di Jean Thiriart è una lettera che mi scrisse alcuni
mesi prima di morire: mi chiedeva di indicargli una località isolata sugli
Appennini, dove potersi accampare un paio di settimane per fare qualche
escursione sui monti. Quasi settantenne, era ancora pieno di vitalità: non si
lanciava più col paracadute, però navigava con la barca a vela sul Mare del
Nord.
Negli anni Sessanta, in qualità di giovanissimo militante della Giovane Europa,
l’organizzazione da lui diretta, ebbi modo di vederlo diverse volte. Lo conobbi
a Parma, nel 1964, accanto a un monumento che colpì in maniera particolare la
sua sensibilità di “eurafricano”: quello di Vittorio Bottego, l’esploratore del
corso del Giuba. Poi lo incontrai in occasione di alcune riunioni della Giovane
Europa e in un campeggio sulle Alpi. Nel 1967, alla vigilia dell’aggressione
sionista contro l’Egitto e la Siria, fui presente a un’affollata conferenza che
egli tenne in una sala di Bologna, dove spiegò perché l’Europa doveva schierarsi
a fianco del mondo arabo e contro l’entità sionista. Nel 1968, a Ferrara,
partecipai a un convegno di dirigenti della Giovane Europa, nel corso del quale
Thiriart sviluppò a tutto campo la linea antimperialista: “Qui in Europa, la
sola leva antiamericana è e resterà un nazionalismo europeo ‘di sinistra’ (…)
Quello che voglio dire è che all’Europa sarà necessario un nazionalismo di
carattere popolare (…) Un nazionalcomunismo europeo avrebbe sollevato un’ondata
enorme di entusiasmo. (…) Guevara ha detto che sono necessari molti Vietnam; e
aveva ragione. Bisogna trasformare la Palestina in un nuovo Vietnam”. Fu
l’ultimo suo discorso che ebbi modo di ascoltare.
Jean-François Thiriart era nato a Bruxelles il 22 marzo 1922 da una famiglia di
cultura liberale originaria di Liegi. In gioventù militò attivamente nella Jeune
Garde Socialiste Unifiée e nell’Union Socialiste Anti-Fasciste. Per un certo
periodo collaborò col professor Kessamier, presidente della società filosofica
Fichte Bund, una filiazione del movimento nazionalbolscevico amburghese; poi,
assieme ad altri elementi dell’estrema sinistra favorevoli ad un’alleanza del
Belgio col Reich nazionalsocialista, aderì all’associazione degli Amis du Grand
Reich Allemand. Per questa scelta, nel 1943 fu condannato a morte dai
collaboratori belgi degli Angloamericani: la radio inglese inserì il suo nome
nella lista di proscrizione che venne comunicata ai résistants con le istruzioni
per l’uso. Dopo la “Liberazione”, nei suoi confronti fu applicato un articolo
del Codice Penale belga opportunamente rielaborato a Londra nel 1942 dalle
marionette belghe degli Atlantici. Trascorse alcuni anni in carcere e, quando
uscì, il giudice lo privò del diritto di scrivere.
Nel 1960, all’epoca della decolonizzazione del Congo, Thiriart partecipa alla
fondazione del Comité d’Action et de Défense des Belges d’Afrique, che di lì a
poco diventa il Mouvement d’Action Civique. In veste di rappresentante di questo
organismo, il 4 marzo 1962 Thiriart incontra a Venezia gli esponenti di altri
gruppi politici europei; ne esce una dichiarazione comune, in cui i presenti si
impegnano a dar vita a “un Partito Nazionale Europeo, centrato sull’idea
dell’unità europea, che non accetti la satellizzazione dell’Europa occidentale
da parte degli USA e non rinunci alla riunificazione dei territori dell’Est,
dalla Polonia alla Bulgaria passando per l’Ungheria”. Ma il progetto del Partito
europeo abortisce ben presto, a causa delle tendenze piccolo-nazionaliste dei
firmatari italiani e tedeschi del Manifesto di Venezia.
La lezione che Thiriart trae da questo fallimento è che il Partito europeo non
può nascere da un’alleanza di gruppi e movimenti piccolo-nazionali, ma deve
essere fin da principio un’organizzazione unitaria su scala europea. Nasce così,
nel gennaio 1963, la Giovane Europa (Jeune Europe), un movimento fortemente
strutturato che ben presto si impianta in Belgio, Olanda, Francia, Svizzera,
Austria, Germania, Italia, Spagna, Portogallo, Inghilterra. Il programma della
Giovane Europa si trova esposto nel Manifesto alla Nazione Europea, che
esordisce così: “Tra il blocco sovietico e il blocco degli USA, il nostro
compito è di edificare una grande Patria: l’Europa unita, potente, comunitaria
(…) da Brest sino a Bucarest”. La scelta è a favore di un’Europa decisamente
unitaria: “Europa federale o Europa delle Patrie sono delle concezioni che
nascondono la mancanza di sincerità e la senilità di coloro che le difendono (…)
Noi condanniamo i piccoli nazionalismi che mantengono le divisioni tra i
cittadini della NAZIONE EUROPEA”. L’Europa deve optare per una neutralità forte
e armata e disporre di una forza atomica propria; deve “ritirarsi dal circo
dell’ONU” e sostenere l’America Latina, che “lotta per la sua unità e per la sua
indipendenza”. Il Manifesto abbozza un’alternativa ai sistemi sociali vigenti
nelle due Europe, proclamando la “superiorità del lavoratore sul capitalista” e
la “superiorità dell’uomo sul formicaio”: “Noi vogliamo una comunità dinamica
con la partecipazione nel lavoro di tutti gli uomini che la compongono”. Alla
democrazia parlamentare e alla partitocrazia viene contrapposto una
rappresentanza organica: “un Senato politico, il Senato della Nazione Europea
basato sulle province europee e composto delle più alte personalità nel campo
della scienza, del lavoro, delle arti e delle lettere; una Camera sindacale che
rappresenti gli interessi di tutti i produttori dell’Europa liberata dalla
tirannia finanziaria e politica straniera”. Il Manifesto conclude così: “Noi
rifiutiamo l’Europa teorica. Noi rifiutiamo l’Europa legale. Noi condanniamo
l’Europa di Strasburgo per crimine di tradimento. (…) O vi sarà una NAZIONE o
non vi sarà indipendenza. A questa Europa legale che rifiutiamo, noi opponiamo
l’Europa legittima, l’Europa dei popoli, la nostra Europa. NOI SIAMO LA NAZIONE
EUROPEA”.
Accanto a una scuola per la formazione politica dei militanti (che dal 1966 al
1968 pubblica mensilmente “L’Europe Communautaire”), la Giovane Europa cerca di
dar vita a un Sindacato Comunitario Europeo e, nel 1967, a un’associazione
universitaria, Università Europea, che sarà attiva particolarmente in Italia.
Dal 1963 al 1966 viene pubblicato un organo di stampa in lingua francese, “Jeune
Europe” (con frequenza prima settimanale, poi quindicinale); tra i giornali in
altre lingue va citato l’italiano “Europa Combattente”, che nel medesimo periodo
riesce a raggiungere una frequenza mensile. Dal 1966 al 1968 esce “La Nation
Européenne”, mentre in Italia “La Nazione Europea” continuerà ad uscire, a cura
dell’autore di queste righe, anche nel 1969 (un ultimo numero sarà pubblicato a
Napoli nel 1970 da Pino Balzano).
“La Nation Européenne”, mensile di grande formato che in certi numeri raggiunge
la cinquantina di pagine, oltre ai redattori militanti annovera collaboratori di
un certo rilievo culturale e politico: il politologo Christian Perroux, il
saggista algerino Malek Bennabi, il deputato delle Alpi Marittime Francis
Palmero, l’ambasciatore siriano Selim el-Yafi, l’ambasciatore iracheno Nather
el-Omari, , i dirigenti del FLN algerino Chérif Belkacem, Si Larbi e Djamil
Mendimred, il presidente dell’OLP Ahmed Choukeiri, il capo della missione
vietcong ad Algeri Tran Hoai Nam, il capo delle Pantere Nere Stokeley Carmichael,
, il fondatore dei Centri d’Azione Agraria principe Sforza Ruspali, i letterati
Pierre Gripari e Anne-Marie Cabrini. Tra i corrispondenti permanenti, il
professor Souad el-Charkawi (al Cairo) e Gilles Munier (ad Algeri).
Sul numero di febbraio del 1969 appare una lunga intervista rilasciata a Jean
Thiriart dal generale Peròn, il quale dichiara di leggere regolarmente “La
Nation Européenne” e di condividerne totalmente le idee. Dal suo esilio
madrileno, l’ex presidente argentino riconosce in Castro e in Guevara i
continuatori della lotta per l’indipendenza latinoamericana intrapresa a suo
tempo dal movimento giustizialista: “Castro – dice Peròn – è un promotore della
liberazione. Egli si è dovuto appoggiare ad un imperialismo perché la vicinanza
dell’altro imperialismo minacciava di schiacciarlo. Ma l’obiettivo dei Cubani è
la liberazione dei popoli dell’America Latina. Essi non hanno altra intenzione
se non quella di costituire una testa di ponte per la liberazione dei paesi
continentali. Che Guevara è un simbolo di questa liberazione. Egli è stato
grande perché ha servito una grande causa, finché ha finito per incarnarla. È
l’uomo di un ideale”.
Per quanto riguarda la liberazione dell’Europa, Thiriart pensa a costituire
delle Brigate Rivoluzionarie Europee che intraprendano la lotta armata contro
l’occupante statunitense. Già nel 1966 egli ha avuto un colloquio col ministro
degli Esteri cinese Chu En-lai, a Bucarest, e gli ha chiesto di appoggiare la
costituzione di un apparato politico-militare europeo che combatta contro il
nemico comune (1). Nel 1967 l’attenzione di Thiriart si dirige sull’Algeria: “Si
può, si deve prendere in considerazione un’azione parallela e auspicare la
formazione militare, in Algeria, fin da ora, di una sorta di Reichswehr
rivoluzionaria europea. Gli attuali governi di Belgio, Paesi Bassi, Inghilterra,
Germania, Italia sono in diversa misura i satelliti, i valletti di Washington;
perciò noi nazionaleuropei, noi rivoluzionari europei, dobbiamo andare a formare
in Africa i quadri di una futura forza politico-militare che, dopo aver servito
nel Mediterraneo e nel Vicino Oriente, un giorno potrà battersi in Europa per
farla finita coi Kollabos di Washington. Delenda est Carthago” (2). Nell’autunno
del 1967 Gérard Bordes, direttore de “La Nation Européenne”, si reca in Algeria,
dove entra in contatto con la Segreteria Esecutiva del FLN e col Consiglio della
Rivoluzione. Nell’aprile del 1968 Bordes ritorna ad Algeri con un Mémorandum à
l’intention du gouvernement de la République Algérienne firmato da lui stesso e
da Thiriart, nel quale sono contenute le proposte seguenti: “Contributo europeo
alla formazione di specialisti in vista della lotta contro Israele; preparazione
tecnica della futura azione diretta contro gli Americani in Europa; creazione di
un servizio d’informazioni antiamericano e antisionista in vista di
un’utilizzazione simultanea nei paesi arabi e in Europa”.
Siccome i contatti con l’Algeria non hanno nessun seguito, Thiriart si rivolge
ai paesi arabi del Vicino Oriente. D’altronde, il 3 giugno 1968 un militante di
Jeune Europe, Roger Coudroy, è caduto con le armi in pugno sotto il fuoco
sionista, mentre con un gruppo di al-Fatah cercava di penetrare nella Palestina
occupata.
Nell’autunno del 1968 Thiriart viene invitato dai governi di Bagdad e del Cairo,
nonché dal Partito Ba’ath, a recarsi nel Vicino Oriente. In Egitto assiste ai
lavori d’apertura del congresso dell’Unione Socialista Araba, il partito
egiziano di governo; viene ricevuto da alcuni ministri e ha modo di incontrare
lo stesso Presidente Nasser. In Iraq incontra diverse personalità politiche, tra
cui alcuni dirigenti dell’OLP, e rilascia interviste a organi di stampa e
radiotelevisivi. Ma lo scopo principale del viaggio di Thiriart consiste
nell’instaurare una collaborazione che dia luogo alla creazione delle Brigate
Europee, le quali dovrebbero partecipare alla lotta per la liberazione della
Palestina e diventare così il nucleo di un’Armata di Liberazione Europea.
Davanti al rifiuto del governo iracheno, determinato da pressioni sovietiche,
questo scopo fallisce. Scoraggiato da questo fallimento e ormai privo di mezzi
economici sufficienti a sostenere una lotta politica di un certo livello,
Thiriart decide di ritirarsi dalla politica militante.
Dal 1969 al 1981, Thiriart si dedica esclusivamente all’attività professionale e
sindacale nel settore dell’optometria, nel quale ricopre importanti funzioni: è
presidente della Société d’Optométrie d’Europe, dell’Union Nationale des
Optométristes et Opticiens de Belgique, del Centre d’Études des Sciences
Optiques Appliquées ed è consigliere di varie commissioni della CEE.
Ciononostante, nel 1975 rilascia una lunga intervista a Michel Schneider per
“Les Cahiers du Centre de Documentation Politique Universitaire” di
Aix-en-Provence ed assiste Yannick Sauveur nella compilazione di una tesi
universitaria intitolata Jean Thiriart et le national-communautarisme européen
(Università di Parigi, 1978). Quella di Sauveur è la seconda ricerca
universitaria dedicata all’attività politica di Thiriart, poiché sei anni prima
era stata presentata all’Università Libera di Bruxelles una tesi di Jean Beelen
su Le Mouvement d’Action Civique.
Nel 1981, un attentato di teppisti sionisti contro il suo ufficio di Bruxelles
induce Thiriart a riprendere l’attività politica. Riallaccia i contatti con un
ex redattore della “Nation Européenne”, lo storico spagnolo Bernardo Gil Mugarza
(3), il quale, nel corso di una lunga intervista (centootto domande), gli dà
modo di aggiornare e di approfondire il suo pensiero politico. Prende forma in
tal modo un libro che Thiriart conta di pubblicare in spagnolo e in tedesco, ma
che è rimasto finora inedito.
Nel 1982 incontra Luc Michel, che due anni più tardi fonda in Belgio un Parti
Communautaire National-Européen. Thiriart diventa una sorta di consigliere
politico di questo partito e collabora a “Conscience Européenne”, il periodico
diretto da Luc Michel.
All’inizio degli anni Ottanta, Thiriart lavora a un libro che non ha mai visto
la luce: L’Empire euro-soviétique de Vladivostok à Dublin. Il piano dell’opera
prevede quindici capitoli, ciascuno dei quali si articola in numerosi paragrafi.
Come appare evidente dal titolo di quest’opera, la posizione di Thiriart nei
confronti dell’Unione Sovietica è notevolmente cambiata. Abbandonata la vecchia
parola d’ordine “Né Mosca né Washington”, Thiriart assume ora una posizione che
potrebbe essere riassunta così: “Con Mosca contro Washington”. Già tredici anni
prima, d’altronde, in un articolo intitolato Prague, l’URSS et l’Europe (“La
Nation Européenne”, n. 29, novembre 1968), denunciando gli intrighi sionisti
nella cosiddetta “primavera di Praga”, Thiriart aveva espresso una certa
soddisfazione per l’intervento sovietico e aveva cominciato a delineare una
“strategia dell’attenzione” nei confronti dell’URSS. “Un’Europa occidentale NON
AMERICANA – aveva scritto – permetterebbe all’Unione Sovietica di svolgere un
ruolo quasi antagonista degli USA. Un’Europa occidentale alleata, o un’Europa
occidentale AGGREGATA all’URSS sarebbe la fine dell’imperialismo americano (…)
Se i Russi vogliono staccare gli Europei dall’America – e a lungo termine essi
devono necessariamente lavorare per questo scopo – bisogna che ci offrano, in
cambio della SCHIAVITU’ DORATA americana, la possibilità di costruire un’entità
politica europea. Se la temono, il modo migliore di scongiurarla consiste nell’integrarvisi”.
A Mosca, Thiriart ci va nell’agosto 1992 assieme a Michel Schneider, direttore
della rivista “Nationalisme et République”. A fare gli onori di casa è Aleksandr
Dugin, il quale nel marzo dello stesso anno ha accolto Alain de Benoist e Robert
Steuckers e in giugno ha intervistato alla TV di Mosca l’autore di queste righe,
dopo averlo presentato agli esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”. L’attività
di Thiriart a Mosca, dove si trovano anche Carlo Terracciano e Marco Battarra, è
intensissima. Tiene conferenze stampa; rilascia interviste; partecipa a una
tavola rotonda con Prokhanov, Ligacev, Dugin e Sultanov nella redazione del
giornale “Den’”, che pubblicherà sul n. 34 (62) un testo di Thiriart intitolato
L’Europa fino a Vladivostok; ha un incontro con Gennadij Zjuganov; si
intrattiene con altri esponenti dell’opposizione “rosso-bruna”, tra cui Nikolaj
Pavlov e Sergej Baburin; discute con il filosofo e dirigente del Partito della
Rinascita Islamica Gejdar Dzemal; partecipa a una manifestazione di studenti
arabi per le vie di Mosca.
Il 23 novembre, tre mesi dopo il suo rientro in Belgio, Thiriart è stroncato da
una crisi cardiaca.
Apparso nel 1964 in lingua francese, nel giro di due anni Un Empire de 400
millions d’hommes: l’Europe vide la luce in altre sei lingue europee. La
traduzione italiana venne eseguita da Massimo Costanzo, (all’epoca redattore di
“Europa Combattente”, organo italofono della Giovane Europa), il quale presentò
l’opera con queste parole: “Il libro di Jean Thiriart è destinato a suscitare,
per la sua profondità e per la sua chiarezza, un forte interesse. Ma da dove
deriva questa chiarezza? Da un fatto molto semplice: l’autore ha usato un
linguaggio essenzialmente politico, lontano dai fumi dell’ideologia e dalle
costruzioni astratte o pseudometafisiche. Dopo una lettura attenta, nel libro si
possono anche trovare impostazioni ideologiche, ma queste traspaiono dalle tesi
politiche e non il contrario, come fino ad oggi è avvenuto nel campo
nazionaleuropeo”. Nonostante le riserve che alcune “impostazioni ideologiche”
dell’Autore (eurocentrismo, razionalismo, giacobinismo ecc.) potranno suscitare,
il lettore di questa seconda edizione italiana probabilmente concorderà con
quanto scriveva Massimo Costanzo quarant’anni or sono; anzi, si renderà conto
che questo libro, senza dubbio il più famoso dei testi redatti da Thiriart (4),
è un libro preveggente ed attuale, per quanto inevitabilmente risenta della
situazione storica in cui venne concepito. Preveggente, perché anticipa il
crollo del sistema sovietico, e questo una decina d’anni prima
dell’”eurocomunismo”; attuale, perché la descrizione dell’egemonia statunitense
in Europa è ancor oggi un dato reale; anzi, l’analisi thiriartiana
dell’imperialismo si avvale della lettura di un autore come James Burnham, che
già negli anni Sessanta candidava gli USA al dominio mondiale assoluto.
Nella mia biblioteca conservo un esemplare della prima edizione di questo libro
(“édité à Bruxelles, par Jean Thiriart, en Mai 1964”). La dedica che l’Autore vi
scrisse di suo pugno contiene un’esortazione di cui vorrei si appropriassero i
lettori delle nuove generazioni, questa: “Votre jeunesse est belle. Elle a
devant elle un Empire à bâtir“. Diversamente da Luttwak e da Toni Negri,
Thiriart sapeva bene che l’Impero è l’esatto contrario dell’imperialismo e che
gli Stati Uniti non sono Roma, bensì Cartagine.
Claudio Mutti
NOTE
(1) Nel 1985 Thiriart rievocò l’episodio nei termini seguenti. “Nella sua fase
iniziale, il mio incontro con Chou En-lai non fu che uno scambio di aneddoti e
ricordi. Chou En-lai si interessò ai miei studi sulla scrittura cinese ed io al
suo soggiorno in Francia che per lui rappresentava un gradevole ricordo
giovanile. La conversazione si orientò poi sul tema degli eserciti popolari –
tema caro tanto a lui quanto a me. Le cose si guastarono quando progressivamente
si arrivò al concreto. Dovetti subire allora un vero e proprio corso di
catechismo marxista-leninista. Chou stese poi l’inventario dei vari errori
psicologici commessi dall’Unione Sovietica. E la lezione si spostò sulle nozioni
di ‘alleanza gerarchica’ e ‘alleanza ugualitaria’. Per distendere l’ambiente,
affrontai il tema dei disordini che avevo organizzato a Vienna nel 1961, durante
l’incontro Krusciov-Kennedy. Ma il tentativo di fargli accettare il concetto
della lotta globale quadricontinentale di tutte le forze anti-americane nel
mondo, quali che siano i loro orientamenti ideologici, fallì. Attirai a tal
scopo la sua attenzione sul fatto che era anche l’opinione del generale Peròn,
un amico di lunga data. Si inalberò un po’ quando gli feci notare che in
Argentina Peròn – sul piano psicologico – era una forza incommensurabilmente più
forte che il comunismo. Io sono un uomo pragmatico. Gli domandai dunque dei
mezzi – del denaro per sviluppare la nostra stampa ed un santuario per la nostra
organizzazione – per la preparazione e la strutturazione di un apparato
politico-militare rivoluzionario europeo. Mi rinviò ai suoi servizi. Il solo
risultato fu, alla fine dell’incontro, un eccellente pranzo, consumato in un
clima molto disteso. Ricomparvero allora gli ufficiali rumeni, che non avevano
assistito agli incontri politici. In seguito, non riuscii ad ottenere nulla dai
servizi cinesi, la cui incomprensione dell’Europa era totale sia sul piano
psicologico che su quello politico” (Da Jeune Europe alle Brigate Rosse.
Antiamericanismo e logica dell’impegno rivoluzionario, Società Editrice
Barbarossa, Milano 1992, pp. 24-25).
(2) J. Thiriart, USA: un empire de mercantis, “La Nation Européenne”, 21,
ottobre 1967, p. 7.
(3) Autore di España en llamas 1936, Acervo, Barcelona 1968.
(4) Oltre a questo libro, Thiriart pubblicò anche La Grande Nation. 65 thèses
sur l’Europe, Bruxelles 1965 (ed. it. La Grande Nazione. 65 tesi sull’Europa,
Milano s. d.; 2° ed. italiana Società Editrice Barbarossa, Milano 1993; ed.
tedesca Das Vierte Reich: Europa, Bruxelles 1966). Nel 1967 Thiriart progettò un
libro intitolato Libération et unification de l’Europe. L’incarico di redigere
gli ottocento paragrafi di questa opera venne assegnato a un collettivo composto
di redattori della “Nation Européenne”.
Jean
Thiriart
L'EUROPA FINO A
VLADIVOSTOK
(1992)
Storia e geopolitica
La storia ha conosciuto le città-stato: Tebe, Sparta, Atene, poi Venezia,
Firenze, Milano, Genova. Oggi essa conosce gli stati territoriali: Francia,
Spagna, Inghilterra, Russia. Infine scopre gli stati continentali, come gli
Stati Uniti d'America, l'attuale Cina e l'URSS di ieri. (1) Oggi l'Europa
attraversa una fase di trasformazioni. Essa deve passare dallo stadio più o meno
stabile degli stati territoriali allo stadio dello stato continentale. Per la
maggioranza delle persone questa transizione è ostacolata dall'inerzia mentale,
per non dire dalla pigrizia di pensiero. Pur essendo grande quanto un
fazzoletto, Sparta era vitale sul piano storico, in quanto era vitale prima di
tutto nel suo aspetto militare. Le dimensioni di Sparta, le sue risorse erano
sufficienti a contenere un esercito capace di incutere rispetto a tutti i suoi
vicini. Qui ci avviciniamo al problema capitale della vitalità degli stati. La
città-stato storica è stata sostituita dallo stato territoriale. L'Impero romano
ha preso il posto di Atene, Sparta, Tebe. E senza sforzo (2). Oggi la vitalità
storica dello stato dipende dalla sua vitalità militare, a sua volta dipendente
da quella economica; il che ci conduce alla seguente alternativa. Prima ipotesi:
gli stati territoriali sono costretti a divenire satelliti degli stati
continentali. Francia, Italia, Spagna, Germania, Inghilterra, rappresentano solo
la finzione di stati indipendenti. Da tempo, dal 1945, tutti questi paesi sono
divenuti satelliti degli Stati Uniti d'America. Seconda ipotesi: questi stati
territoriali sono trasformati in un unico stato continentale - l'Europa.
Il fallimento storico di uno stato continentale : l'URSS
L'incresciosa disgregazione dell'URSS è spiegata, in particolare,
dall'insufficienza teorica della comprensione dello stato in Marx, Engels,
Lenin, e, parzialmente, Stalin. Già nel 1984, il mio discepolo e collaboratore
José Cuadrado Costa, basandosi su lavori di Ortega y Gasset e miei personali,
aveva pubblicato il brillante e profetico studio dal titolo "Insufficienza e
obsolescenza della teoria marxista-leninista delle nazionalità". (3) Sul terreno
della comprensione dell'essenza dello stato, i Giacobini evidentemente erano più
avanti dei marxisti. In questo campo Marx rimane ai tempi romantici della
Rivoluzione del 1848. Già alla fine del XVIII secolo Sieyes ha scritto sul modo
di rendere "omogeneo" lo stato-nazione. Lo stato-nazione è frutto della volontà
politica. Altro esempio marxista di stupidità, da ricondurre al romanticismo del
XIX secolo, è costituito dall'idea di estinzione dello stato. E' difficile
immaginare una sciocchezza più grossa. Si tratta di un vecchio sogno
anarchico.(4) Così, Lenin ha preservato l'esistenza formale delle repubbliche.
Scrivo volutamente il termine al plurale. Grazie all'applicazione del principio
del centralismo nel partito comunista e alla particolarità della personalità di
Stalin, questa finzione, questa commedia è durata fino al 1990. L'indebolimento
del partito ha condotto allo sconvolgimento dell'URSS secondo linee di frattura
risalenti al periodo 1917-1922. La finzione è divenuta realtà. Nel 1917 i
giacobini russi hanno creato la Repubblica dei Consigli (richiamo la vostra
attenzione sul genere singolare). Lenin ha accettato questa finzione dell'Unione
delle Repubbliche Sovietiche (richiamo la vostra attenzione sul genere plurale)
e l'ha tollerata. Nel periodo dal 1946 al 1949, al culmine della sua potenza,
anche Stalin ha sostenuto la parvenza degli Stati "Indipendenti", dalla Polonia
fino alla Bulgaria. Ancora un'imprudenza teorica.
Lo stato politico in opposizione allo stato etnico
Nel dizionario francese "Le Petit Larousse" è riportato che la condizione
dell'omogeneità di un'etnia è costituita dalla sua lingua e dalla sua cultura.
Ai fini di questo lavoro, darò una mia personale interpretazione allargata di
questa nozione, avendo affermato che lo stato etnico trova supporto per la sua
unità nella razza, nella religione, nella lingua, nelle fantasie collettive, nei
ricordi collettivi, nelle frustrazioni e nelle paure collettive. La concezione
dello stato politico (quale sistema aperto, in espansione) è diametralmente
opposta a quella dello stato etnico (quale sistema chiuso, sistema fisso). Lo
stato politico rappresenta l'espressione della volontà degli uomini liberi verso
un futuro collettivo. Lo stato politico, o più esattamente lo stato-nazione
politico, del quale - dopo Ortega y Gasset (5) - sono considerato il moderno
teorico, consente agli individui di conservare l'individualità personale
(perdonate questo pleonasmo barbaro, rozzo) nel quadro della società. Neppure
due mesi fa mi sono espresso in merito all'importanza delle nozioni di Imperium
e Dominium. (6) Dal 1946 non ho smesso di sviluppare questa concezione di
origine romana. Ad un amico in politica, che mi definiva vallone (solo questo
non mi bastava!), scrissi, come al solito, che io non sono né vallone, né
fiammingo, né tedesco, né belga e nemmeno europeo. Io sono io. La persona di
Jean Thiriart - questo è Jean Thiriart, gli scrivevo io. Non mi piace affatto
figurare insieme ad altre persone in qualche schedario, nel quale si dice di
"ricordarmi". Desidero conservare in ogni occasione la mia ironia socratica.
Partigiano del totalitarismo quando il discorso verte sull'Imperium, divento
anarchico nella sfera del Dominium. Marx e Engels non conoscevano assolutamente
questa fondamentale dicotomia Imperium / Dominium; per questo scrissero
“L'ideologia tedesca” contro Max Stirner. La visione dell'Imperium in Stirner
(la libera scelta federativa, il diritto alla secessione, ecc. ecc.) resterà per
sempre utopica e inapplicabile. Al contrario, la sua visione della libertà
interiore, della sfera del Dominium, sarà sempre interessante. Io sono
bolscevico, giacobino, prussiano, staliniano, quando il discorso verte sull'Imperium
e sulla sua disciplina civica, ma i miei gusti ed interessi intellettuali,
riguardanti la mia esistenza particolare, la mia vita nel quadro del Dominium,
vanno ad Odisseo, campione dell'imitazione dei cinici, a Diogene, che alla
domanda: "Vedi tu qualche brav'uomo in Grecia?", rispose "In nessun luogo, ma
vedo dei bravi fanciulli a Lacedemone...". Diogene e gli altri cinici ammiravano
l'ordinamento di Sparta, come è noto, perché gli spartani erano partigiani della
disciplina, dell'austerità, nemici del lusso e della fiacca. Così come Diagora,
sono contro la religione. Beninteso, nella sfera privata! Certamente, sono
famoso come il messaggero dell'Europa unita da Dublino fino a Vladivostok.(7).
Ma questa Europa unita, che descrivo e auspico, si connette alla sfera dell'Imperium.
Ed è secondo me necessario un Imperium potente, dinamico, spietato - per poter
essere efficace. Quanto alla mia personalità, essa si connette alla categoria
del Dominium. Per la mia personalità culturale è impossibile scegliere
categoria. Essa è unica, come unico è il mio codice genetico. Biologicamente,
ogni uomo rappresenta l'incarnazione di un unico codice. E' uno. Nel campo della
cultura - musica, architettura, letteratura, pittura, e così via - io esigo per
me lo status di irremovibile individualista. Nello stato politico non possono
esservi "minoranze", giacché queste hanno a che fare soltanto con le
individualità, mentre la collettività ha a che fare con l'Imperium. Questi
vincoli costituiscono delle limitazioni, che ho già menzionato sopra.
Sciagure recenti: federalismo, confederalismo
Non appena nella concezione della costruzione dello stato si introduce il
"tandem" di concetti "Imperium-Dominium", simultaneamente perdono ogni senso ed
utilità certe soluzioni sciagurate come il federalismo o, peggio ancora, il
confederalismo. Non posso trattenermi dal citare qui un autore americano, del
quale ho conoscenza per un'unica sua citazione, ma molto pertinente: "Ogni
gruppo di persone, quale che sia il loro numero, per quanto simili siano l'una
alle altre, e quale che sia la fermezza con cui professano un'opinione comune,
alle fine si spezza in piccoli gruppi che sostengono diverse varianti di quell'opinione;
in questi sottogruppi emergono sotto-sottogruppi e così via, fino al limite
ultimo di questa divisione - quello del singolo individuo". Queste parole sono
attribuite ad Adam Ostwald, autore di un testo dal titolo "La società umana".
Gli anarchici del XIX secolo e molti altri, fra cui Proudhon, perseverarono
nell’errore madornale, consistente nel credere che conflitti e tensioni in seno
ai GRANDI gruppi possano quasi sparire, trovando soluzione da sé nei PICCOLI
gruppi. E' questa l'armonia sociale del XIX secolo, l'armonia del piccolo
gruppo, in opposizione all'orrore dell'insopportabile dominazione del grande
gruppo. Persino Lenin inventò una sciocchezza storica nell'ambito dell'assurda
concezione del sempre-benfacente-ed-armonioso-piccolo-gruppo", che lo costrinse
poi a scrivere dell’estinzione dello stato, nonché a desiderarla e
preannunciarla.
L'Europa fino a Vladivostok: la dimensione minima
Lo stato-nazione che voglia essere indipendente è obbligato a dotarsi di mezzi
militari adeguati. Il possesso di questi mezzi dipende dalla demografici, dalla
geografia, dall'autarchia in fatto di materie prime, dalla potenza industriale
dello stato. Fra l'Islanda e Vladivostok possiamo unire 800 milioni di persone
(non fosse altro, per mantenere l'equilibrio con 1.200 milioni di Cinesi) e
trovare nel sottosuolo della Siberia tutto il necessario per soddisfare il
nostro fabbisogno energetico e strategico. Affermo che, dal punto di vista
economico, la Siberia è la provincia dell'impero Europeo maggiormente necessaria
alla sua sostenibilità. Una grande unione dell'Europa Occidentale altamente
industrializzata e tecnologicamente all'avanguardia con l'Europa Siberiana che
dispone di riserve pressoché inesauribili di materie prime, consente la
creazione di un potentissimo Impero repubblicano, col quale nessuno potrà far
altro che venire a patti.
Limiti imposti dall'impero Europeo
Questo stato costituisce un'unità. Non vuol saperne e non tollera divisioni né
orizzontali (autonomie regionali) né verticali (classi sociali).(8) Il suo
principio fondamentale costituisce un'unica cittadinanza: in qualsiasi luogo
dell'impero Europeo il suo cittadino possiede diritto di scegliere, essere
scelti e lavorare. Egli può in assoluta libertà cambiare luogo di residenza e di
lavoro. La sua qualificazione professionale è riconosciuta nell'intero Impero:
il medico che ha ottenuto il suo diploma a Madrid, può esercitare senza
restrizioni a San Pietroburgo. Ogni corporativismo regionale è escluso. IL
distacco di qualsiasi territorio è escluso in virtù del principio fondamentale,
postulato. Nuovamente faremo uso del principio dei giacobini: "La Repubblica è
unitaria e INDIVISIBILE". Non conviene ripetere l'errore leniniano del "diritto
all'autodeterminazione". La “regione” o l’ex stato nazionale entrano in essa per
sempre. L'unità di questo stato è irreversibilmente consolidato dalla legge
costituzionale. Al contrario, questo Impero può estendersi, non mediante
"conquiste" ma per annessione di coloro che vogliono unirsi ad esso. L'esercito
è popolare ed integrato. Una singola casta militare non può godere di qualsiasi
monopolio o privilegio con la scusa della professionalità. Questo esercito sarà
completamente subordinato al potere politico. Nei primi 20-25 anni della sua
esistenza, una speciale attenzione dovrà essere accordata a questo esercito, che
le reclute chiamate dalle diverse regioni prestino servizio assieme. Non è
necessario presupporre l'esistenza di reggimenti croati o divisioni francesi o
corpi d’armata tedeschi o russi. La valuta è unica. Il possesso di valuta
straniera o il suo impiego come mezzo di pagamento è punibile. Non è forse
umiliante, vergognoso, che oggi sia possibile recarsi in Russia, purché
provvisti di dollari americani? E’ umiliante sia per i turisti dell'Europa
occidentale, sia per i Russi. È un simbolo della nostra comune caduta: gli
Europei d’Occidente colonizzati nel 1945, gli Europei d’Oriente balcanizzati e
colonizzati nel 1990. Sarebbe più corretto pagare l’albergo di Mosca in ECU
europei, anziché in dollari stranieri. La lingua intermedia dovrebbe diventare
l’inglese.(9) Non ho scritto “americano”. Qui sta la mia scelta inevitabile,
pragmatica. Il concetto di legislazione uniforme è uno dei principi fondamentali
di questo Impero. Diritto civile, diritto criminale, diritto del lavoro, diritto
commerciale sono uniformi. Interpretazione ed applicazione della legge sono
ovunque identici.
Il Dominium e i suoi limiti
Ognuno conosce il detto, secondo cui la libertà di una persona finisce là dove
inizia la libertà di un’altra. In un precedente articolo (6) ho indicato, fra le
sfere generali dell’Imperium, quelle in cui la Repubblica unitaria “.. non viene
mai meno …”. Quanto al Dominium, esso presuppone illimitata libertà di scelta,
il godimento di tutte le libertà personali che non ledono l’Imperium. Queste
libertà sono garantite nell’ambito della vita privata. Nei sistemi e regimi
politici invecchiati (logori, deboli) sentimenti, emozioni, paure della vita
privata inevitabilmente cercano di entrare - fin troppo spesso, ahimè – nella
vita politica. L’Imperium dovrebbe restare una sfera elaborata, organizzata e
diretta soltanto dalla neo-corteccia. Per comprendere il comportamento di una
persona è necessario studiare i meccanismi del cervello.(10) Ripeto qui la mia
battuta preferita riguardo a me stesso: “Non ho un’anima, ho un cervello”. In
realtà, come tutti gli individui, possiedo tre cervelli, e precisamente:
- la corteccia originaria, la più antica (la scorza vecchia del cervello) ci
consente di camminare, arrampicarsi, strisciare o dare un colpo ad effetto ad un
pallone da basket;
- il cervello “medio” (mesocorteccia) contiene tutta la mia “garanzia
programmata” emozionale, necessaria alla sopravvivenza . Sergej Chakhotin,
discepolo di Pavlov, ha da tempo descritto queste passioni e queste emozioni.
Alla sopravvivenza di un individuo contribuiscono gli impulsi alla lotta e alla
nutrizione; alla conservazione della specie, l’inclinazione sessuale e parentale
(associativa). E infine il più moderno dei nostri tre “programmi di garanzia“ è
costituito dalla neocorteccia, questo magnifico strumento dell’uomo. Strumento
insufficientemente utilizzato. La vecchia scorza del cervello conta già 200
milioni di anni. La neocorteccia si è formata solo un milione di anni fa. Questa
dottrina (tesi) sui tre tipi di cervello, “l’un l’altro sovrapposti”, o sul
triplice cervello, come scrive il traduttore francese Roland Guyon, fu avanzata
dal fisiologo americano Paul D. Mac Lean. Venne resa popolare da Arthur Koestler.(10)
Nel suo “Psicologia sociale” Otto Klinberg si sofferma a lungo sulla questione
della condotta emotiva dell’individuo. Due secoli prima della comparsa dei
lavori scientifici di Paul D. Mac Lean, Sieyes ha anticipato questa moderna tesi
dei tre cervelli sovrapposti l’un l’altro. Bastid, nelle 328 pagine della sua
dissertazione, cita il manoscritto di Sieyes sul tema “ Del cervello e
dell’istinto”. Molto prima di me Sieyes si meravigliò ed irritò per le
pseudo-dimostrazioni nel linguaggio dei politici. Se anch’io impongo al lettore
questa digressione, è solo per mostrare che gran parte dei discorsi politici
aspri, aggressivi proviene dal nostro cervello medio superemotivo. Studiare bene
il discorso politico è possibile soltanto conoscendo il meccanismo di
funzionamento del cervello umano. In questo caso è facile individuare le ragioni
del rinchiudersi in se stessi, dell’odio verso qualcos’altro. Diventa un
semplice problema clinico, spiegato dalla fisiologia del cervello. Per molti
anni mi sono imbattuto in “scrittori” che descrivevano la politica come riflesso
del comportamento “meso-corticale” (passioni, emozioni, impulsi, frustrazioni,
timori, repulsioni), mentre io con tutte le forze tento di descrivere una
Repubblica “neo-corticale”… sic! Uno dei miei critici ha detto di me che sono un
“mostro freddamente razionale”. Concordo con lui, e preferisco questa condizione
a quella di “mostro bacchico irragionevole”, tanto amato dai monelli
post-nietzscheani. Costantemente raccomando al lettore istruito che si interessa
di politica di familiarizzarsi con le opere di Paul D. Mac Lean. L’assurdità del
discorso politico pseudo-razionale che pretende di essere persuasivo (l’avvocato
convince, lo scienziato dimostra) risalta chiaramente dalla seguente
affermazione di Marc Jeannerod: «…il carattere indiretto delle relazioni fra il
soggetto e il mondo esterno. Il soggetto si crea da sé la propria
rappresentazione di questo mondo e questa rappresentazione governa la sua
azione. In questa prospettiva, l’azione non costituisce una risposta a una
qualche SITUAZIONE esterna, ma piuttosto la conseguenza o il prodotto di quella
certa RAPPRESENTAZIONE”». Ogni primitivo vaniloquio sull’”ethnos” si spiega
molto semplicemente con questo concetto di (fittizia) “rappresentazione” di una
realtà rifiutata (produzione di realtà). Rifiuto della realtà, necessità del
sogno ad occhi aperti. Per l’individuo che abbia ricevuto una rigida formazione
scientifica, la politica e il suo linguaggio rappresentano un’ovvia assurdità.
Gli uomini si gettano l’un l’altro in faccia invenzioni ed immagini di
inimicizia personale, e rifiutano di accettare quelle situazioni… Ma ritorneremo
sui tre tipi di cervello di Mac Lean. Quando consideriamo le orbite dei
satelliti, le traiettorie delle sonde cosmiche, la resistenza dell’acciaio, le
correzioni ottiche introdotte nella preparazione di una foto-lente, usiamo
soltanto la nostra neocorteccia. Nel corso di un litigio fra automobilisti,
finita in rissa, usiamo i cosiddetti meccanismo cervelli reattivi
(archi-corteccia) ed emotivi (mesocorteccia) del cervello, e ci comportiamo come
i mammiferi e i rettili. Nella rissa fra automobilisti, prendono il sopravvento
gli impulsi aggressivi, che gradualmente sopprimono le funzioni regolatrici
della neo-corteccia. L’inclinazione sessuale, a volte insopprimibile, ci spinge
a desiderare la figlia minorenne del vicino. La medesima persona funziona sempre
con l’aiuto di questo doppio “programma”: il programma degli
impulsi-passioni-sentimenti-emozioni, e il programma del pensiero assolutamente
razionale. Questa digressione era necessaria per passare alla questione del
governo del popolo. La religione si riferisce al campo del Dominium. Essa
rappresenta una specie di attività privata, che in nessuno modo dovrebbe
possedere la facoltà di influire sulla vita pubblica (con il conseguente rischio
di vedere come gli “islamici” hanno sfidato l’autorità in Jugoslavia). E’
ridicolo supporre che la religione possa interferire con una ragionevole vita
politica, nell’Imperium. Proprio per negligenza verso questo principio sono
avvenute stragi disgustose e stupide in Libano, Palestina, Armenia, Jugoslavia e
Moldavia. Coloro che mischiano religione e politica costituiscono gli attuali
“apprendisti stregoni”. Rei di crimine sono coloro che hanno instaurato questo
stato di tensione ma, dal punto di vista storico, rei anche coloro che per
dilettantismo politico hanno chiuso gli occhi sul fatto che le passioni
religiose possano essere usate nel contesto politico. Nell’Imperium laico
dell’Unione delle repubbliche europee la libertà di confessione religiosa sarà
permessa (preferirei scrivere ”ammessa“) nel quadro del Dominium e soppressa
inesorabilmente al primo tentativo di interferire con l’area di competenza dell’Imperium.
Razzisti spudorati e falsi hanno elaborato la tesi della etno-differenziazione
(sic) e della “identità etnoculturale” (re-sic). Come risultato di ciò, sono
scoppiate vere e proprie guerre in Moldavia, in Jugoslavia, nel Caucaso, guerre
dirette da criminali comuni, per essere più precisi e schietti- da gangster.
Sono già vent’anni che, insieme con rapine, prostituzione, gioco d’azzardo,
narcotraffico, criminali e delinquenti mostrano interesse persino per la
questione delle “minoranze oppresse”. Queste follie religiose ed
etno-differenziali sono state abilmente manipolate dapprima da ciarlatani e poi
da gangsters, queste cosiddette follie, che si servono di disperati con fucile
automatico in mano, ci trascineranno tanto in basso da trasformarci nelle “mille
tribù della Nuova Guinea”, cacciatori di teste. In conclusione voglio dire che
il Dominium sottende una quasi incontrollata libertà di opinione (persino delle
più idiote), ma che l’Imperium dell’Unione delle repubbliche laiche mai, neppure
per un istante, ammetterà la libertà di fare “tutto quel che si vuole”. Dal 1945
la storia ci fornisce chiari e sanguinosi esempi di ciò che NON conviene fare.
Di ciò che non va permesso che accada domani.
Quando Mosca malata chiama in aiuto i guaritori
Quel che da due anni avviene in Russia è pura pazzia. L’economia doveva essere
liberalizzata passo dopo passo, dal basso (11) verso l’alto, fermandosi ad ogni
stadio per 2-3 anni. Invece di ciò, a Mosca sono ammessi i peggiori avventurieri
della finanza internazionale. Si apre la vendita a saldi dei risultati del
lavoro di tre generazioni del popolo sovietico. Gli squali di Wall Street
incominciano ad interessarsi troppo all’economia dell’ex URSS. Non si dovevano
allentare i suoi bulloni politici consentendo la separazione dei suoi popoli,
anche se Lenin, nella sua incultura politica (patrimonio del marxismo ascendente
verso il 1848) ammise (con molta ipocrisia e molta leggerezza) il « diritto
all’autodeterminazione ». La partizione politica e militare dell’URSS è e sarà
un imperdonabile errore storico. Un fatto dannoso ed irreversibile. Le forze
centrifughe distruggeranno in cinque anni distruggeranno quello che le forze
centripete hanno creato in quattro o cinque secoli. All’inizio si dovevano
riempire gli scaffali dei negozi di salumi e di pane, favorendo la creazione di
un milione di imprese di piccole dimensioni (da uno a 50 lavoratori). Al tempo
stesso si doveva rafforzare la repressione politica nei confronti di tutti
questi “combattenti” per la separazione, l’indipendenza e l’autonomia. Altri
esempi della condotta suicida dei nuovi dirigenti russi consiste nei loro
“viaggi“ a Washington, anziché accordarsi per ricevere aiuti economici
dall’Europa Occidentale. Dal punto di vista storico e geopolitico gli USA sono
il nemico speciale dell’URSS. La strategia storica degli USA consiste nel
separare l’Europa e smembrare l’URSS. Per quattro secoli l’Inghilterra ha
condotto le stesse politiche contro i re spagnoli, contro la Francia e la
Germania. Oggi l’Inghilterra ha ceduto il posto agli USA. Ma ancora ieri
instancabilmente mirava a distruggere la principale forza continentale, capace
di unire in una federazione il continente europeo: gli Absburgo spagnoli,
Bonaparte, Guglielmo II, Hitler.
La Russia “solitaria” è il futuro “Brasile delle nevi”
La divisione dell’URSS è irreversibile. Alla “Grande Russia” non è rimasta più
alcuna chance di essere una grande potenza. Quindi la “Russia solitaria” è un
paese senza futuro, al pari della Germania dopo il 1945 e della Francia dopo il
1962. Dal punto di vista storico, la Germania fu svuotata di significato nel
1945.Pur rappresentando oggi una grande potenza industriale, essa è
completamente passiva, assolutamente ininfluente nell’arena politica
internazionale.(12) Ecco che già da 47 anni la Germania non ha più una politica
estera. In sé, questo non è un male per l’unità europea. L’isteria nazionalista
ha causato grande danno all’Europa: due guerre suicide – nel 1914 e nel 1939. Se
qualche sognatore ancora accarezza la speranza che la Russia divenga la “Grande
Russia”, una potenza di prima categoria, che costui sappia fin d’ora che
Washington ha ancora molti pugnali. Cinicamente, Washington ha già giocato la
carta di Baghdad contro Teheran poi la carta di Ryadh e dei suoi complici a
Damasco e al Cairo contro Baghdad. Washington possiede ancora molte spade di
riserva con cui, in caso di necessità, terminare la partizione dell’URSS e in
seguito occuparsi della partizione della Russia stessa. Se necessario,
Washington senza il minimo dubbio giocherà contro Mosca la carta di Pechino, o
la carta del mondo islamico (dal Pakistan al Marocco). Oggi Francia,
Inghilterra, Germania sono soltanto la finzione storica di uno stato
indipendente, soltanto la parodia di questo. E tutti questi cosiddetti “grandi”
paesi non hanno più una propria politica estera. La guerra in Irak ha dimostrato
che a Washington Francia e Inghilterra servono solo come fornitori di “fucilieri
senegalesi”.
NOTE
(1) Nel periodo fra il 1981 e il 1985 ho pubblicato una serie di lavori
(tradotti, in parte, in lingua russa), che adombravano la possibilità teoretica
di un’unione dell'Europa da Oriente a Occidente mediante la ripetizione di uno
scenario storico cosiddetto "macedone"... Dall'anno 338 fino alla rivolta di
Galilea, a Cheronea, Filippo il Macedone realizzò di fatto l’unione della
Grecia. In quei lavori il discorso si è indirizzato al metodo
militare-ideologico di unire l'Europa nella direzione da Vladivostok a Dublino.
Il continente cinese fu unito già 22 secoli addietro sotto un insigne politico -
Tsin Shihuanti. Dinastia Tsin (221-206). Stato unitario centralizzato, direzione
burocratica; subordinazione dei feudatari. Costruzione della Grande muraglia
cinese. Gli eventi successivi hanno costretto a dimenticare la paura
dell'Esercito Sovietico e l’avversione abilmente alimentata nei confronti del
comunismo. Nel 1992 la soluzione "macedone" appare già inadeguata a paragone con
il periodo 1982-1984. Oggi dobbiamo elaborare una concezione della
riacquisizione dell'intero territorio sovietico mediante la costruzione della
Grande Europa, formularla e desiderare con impazienza la sua realizzazione. La
concezione infantile ed antistorica della "Comunità degli Stati Indipendenti",
offerta dall'ingenuo Gorbacev, non possedeva la minima chance di successo. Fu un
bambino nato morto. Evidente la sua assurdità semantica: comunità di
indipendenti (sic)...; con altrettanto successo si potrebbe parlare di devoti
coniugi cattolici praticano il libero amore.
(2) Roma fu uno STATO POLITICO, che mirava ad espandere i suoi confini. Non lo
furono, sul piano teoretico, le città di Sparta, Atene e Tebe, con la loro
concezione, condannata all’immobilismo, della "città-stato immanente e
secolare". Circa 2000 anni dopo, anche la Prussia diventerà uno stato politico
espansionista. Ma tale espansione non necessariamente presuppone la conquista.
Ecco un esempio teorico e concreto di ciò. Se negli anni 1950-55, nel vivo della
guerra fredda, gli USA ci avessero offerto l'integrazione politica dell'Europa
Occidentale in un'onesta e sincera struttura "Atlantica", saremmo stati
testimoni della nascita della Repubblica Atlantica, estendentesi da San
Francisco a Venezia e da Los Angeles a Lubecca. Cito questo esempio teorico
affinché sia leggibile la differenza fra il consueto imperialismo che assoggetta
e l'imperialismo integrazionista. Proprio questa chiara possibilità di
espansione deve possedere anche la Repubblica Unita Europea. Tutti i miei
concetti geopolitici presuppongono la necessità della sussistenza di uno
stato-nazione vitale.
Uso la geopolitica ai fini della formazione della concezione e della descrizione
della vitalità della Repubblica. Io sono un teorico della geopolitica, mentre
Haushofer e Spykman ne erano ideologi. Sono entrambi degli imperialisti
malamente mascherati. Fra teorico e ideologo corre una differenza enorme.
Haushofer razionalizzava appena il suo animalesco pangermanesimo. La sua
concezione di un blocco "Berlino - Mosca - Tokyo" rappresentava non più che una
copertura razionale delle sue elucubrazioni pangermaniche. Per quanto riguarda
gli Stati Uniti, si fanno forza del "carattere manifesto del destino" (Manifest
Destiny). E’ una geopolitica ideologica, messianica, nata dalle fantasie, a loro
volta scaturite dall’abituale lettura di una letteratura paranoica e da
scorrerie nel testo biblico. Weinberg elenca gli espressivi titoli dei capitoli
di questa paranoia storica: "geographical predestination", "the mission of
regeneration", "inevitable destiny", "international police power". Psicologi e
psichiatri troveranno in questo alimento per riflessioni e svago. La mia
concezione geopolitica è qualcosa di completamente diverso. Direi che
"l’anticipazione industriale e tecnologica, propria degli Stati Uniti, deve o
può creare una situazione tale da dirigere con ragione e giustizia lo Stato
Continentale, esteso dall’Alaska alla Patagonia”. Invece di far “scorrazzare”
provocatoriamente la propria flotta nel Mar Cinese e nel Mediterraneo. Le teorie
geopolitiche ideologiche operano in termini di subordinazione e/o sfruttamento,
mentre la geopolitica teorica “nel suo aspetto puro” si occupa dell’elaborazione
e della costruzione di stati vitali.
(3) José Cuadrado Costa, "Insuffisance et depassement du concept
marxiste-leniniste de nationalité", Octobre 1984 in "Conscience Européenne" n.9,
Charleroi, Belgique.(Il concetto di "nazionalità" in Marx, Engels, Lenin,
Stalin, Ortega y Gasset e Jean Thiriart). Esiste in spagnolo, francese e russo.
(4) Questo lavoro di Daniel Guérin ("L'Anarchisme", Poche Gallimard) va letto
criticamente. In esso è scritta tutta la stupidità romantica del XIX secolo. E'
duro trovare qualcuno più ingenuo e sciocco di Proudhon. Ha descritto un mondo
idilliaco, il mondo della "federazione delle federazioni". Non ha previsto le
guerre di Moldavia, Croazia e Armenia con lo scopo della brutale distruzione
della “Minoranza delle Minoranze”. E con una sola raffica di mitra !
(5) José Ortega y Gasset, "La Révolte des Masses", Editions Stock 1961. José
Ortega y Gasset, "La vocation de la Jeune Europe", Revue de la SS Universitaire
"LA JEUNE EUROPE", Berlino 1942, Quaderno 8.
(6) Jean Thiriart "EUROPE: l'Etat-Nation Politique", nella rivista "Nationalisme
et Republique" n.8, giugno 1992, 25, Cours Foch 13640, La Roque d'Antheron (France).
(7) Da oltre un quarto di secolo vado sviluppando la concezione dell'Europa
come: (a) stato unitario; (b) delle nazioni europee. Il Generale de Gaulle
voleva una Francia forte (e unita) in un'Europa impotente (confederata).
Così non piacque all'Europa. Come Maurras, si trovò la strada sbarrata. Nel 1965
lo scrittore tedesco Heinz Kubi mi diede una stoccata riguardo agli (antichi)
profeti della Grande Germania, ai quali io appartenevo.
Kubi scrive: L'Europa, una nazione? Il paradosso del panorama politico
dell'Europa occidentale consiste nel fatto che i medesimi intolleranti in
opposizione reciproca (sulla questione europea: gollisti-confederalisti e
thiriartisti-unitaristi, J.Th.) sono sostenitori della medesima concezione dello
stato. Per De Gaulle è impensabile che lo stato possa o debba essere qualcosa di
diverso dallo stato nazionale, dal momento che la nazione costituisce il
fondamento giuridico unitario della politica. Questa rappresenta la concezione
dominante in una frazione dell'opposizione europea ("Jeune Europe", J.Th.).
Quest'ultima vuole uscire dal quadro della nazione, ma non è in grado di offrire
alcun altro tipo di stato, se non nazionale. Così, essa vuole sostituire gli
stati attuali con lo stato nazionale Europeo. Sogna di una nazione europea, e
non è un caso che su questo tema converga con i profeti della “Grande Germania”
e con altri fascisti del passato (cfr. p.312 dell'edizione francese).
Vedi "PROVOKATION EUROPA”", Kiepenheuer und Witsch, Koeln-Berlin, 1965; tr.
francese “Défi à l’Europe”, Seuil 1967. Ho conosciuto fin troppo bene la
sconfitta della “Grande Germania” razzista, sia in guerra sia in seguito, negli
anni di reclusione. Ne ho tratto utili lezioni riguardo al fatto che lo stato
unitario sul piano della razza (quello di Hitler) non può espandersi senza
continue guerre. Perciò, in una cella buia, ho elaborato la concezione di uno
stato unitario espansionista politico (non razzista). Ho ripreso e sviluppato la
concezione di Sieyes e Ortega-y-Gasset, il concetto di nazione politica da
“arrotondare” fino ad un più alto destino, un destino europeo.
(8) In occasione di un incontro, il 7 settembre 1789, l’abate Sieyes ha detto e
ripetuto in modo chiaro e non ambiguo: “Sovrana è soltanto la Nazione. La
Nazione non ha ordini, né classi, né gruppi. La sovranità non si divide e non si
trasmette”. Vedi Colette Clavreuil, “L’influence de la théorie d'Emmannuel
Sieyes sur les origines de la representation en droit public”, tesi di dottorato
all’Università di Parigi, 1982; Jean-Denis Bredin, “Sieyes, la clé de la
Revolution française”, Ed. de Fallois, Parigi 1988; Paul Bastid, “Sieyes et sa
pensée”, ried. Hachette 1970. Nessuno ha saputo formulare il concetto di stato
Unitario meglio di Sieyes. Quanto a me, trasferisco questo concetto di
repubblica Unitaria e indivisibile nella mia riflessione sulla creazione di una
repubblica Imperiale da Dublino a Vladivostok. Come Sieyes, sono stufo di tutte
queste teorie federative, fonti di minacce di guerre civili, fonti di
spartizioni territoriali.
(9) Per colui che ha ricevuto una preparazione scientifica, tutti i nostri
linguaggi sono mezzi di espressione troppo deboli, non chiari, caduchi. Il
linguaggio scientifico è univoco, quello letterario è sempre ambiguo. Proprio
per questo motivo i “letterati” non si esprimono mai chiaramente in sociologia o
in politica. Vedi l’opera fondamentale di Louis Rougier, “La métaphysique et le
language”, Denoel 1973. Di fatto in tutto il mondo l’inglese è di già, e
inevitabilmente, la lingua comune in scienza e tecnologia. L’istituto Pasteur di
Parigi non pubblica più nulla in francese. Tutti i suoi lavori sono pubblicati
solo in inglese.
(10) Paul D. Mac Lean, “Les trois cerveaux de l'homme”, Robert Laffont 1990 (tr.francese).
Arthur Koestler, “Le cheval dans la locomotive ou le paradoxe humain”,
Calmann-Lévy 1968.Cfr. cap. XVI, “I tre cervelli”. Koestler si rivolge ai molti
lettori istruiti. Mac Lean scrive per il lettore che già abbia familiarità con
la neuropsicologia del cervello. Sergej Chakhotin, “Le viol des foules par la
propagande politique”, Gallimard 1952. Chakhotin è allievo e seguace di Pavlov.
La sua “Violenza alle masse” è un’opera capitale, indispensabile a coloro che
vogliano approfondire la questione. Otto Klineberg, "Psychologie Sociale",
Presses Universitaires de France 1967. José M.R. Delgado "Le conditionnement du
cerveau et la liberté de l'esprit" Charles Dessart, Bruxelles, 1972 (trad.
francese); Jean-Didier Vincent, “Biologie des Passions”, Seuil 1986; Marc
Jeannerod "Le cerveau-machine", Fayard 1986; Guy Lazorthes "Le cerveau et
l'esprit - Complexité et malleabilité", Flammarion 1982.
(11) Jean Thiriart e René Dastier (1962-1965) "Principes d'Economie
Communautaire", 170 pp. (varie ed. di Luc Michel, 1986). Lavoro complessivo
sulle teorie socio-economiche di Jean Thiriart. (Il socialismo su scala europea:
comunitarismo). Esiste anche un’esposizione breve di questa dottrina, pubblicata
in un volumetto di 42 pp.: : Yannik Sauveur e Luc Michel "Esquisse du
Communautarisme" (1987). Infine, l’articolo di Jean Thiriart “Esquisse du
communautarisme” (1987) pubblicato dalla rivista “La nation européenne”, n.1,
febbraio 1966.
L’attuale regime russo sta realizzando la liberalizzazione dell’economia nella
direzione più perniciosa. Comincia invocando l’aiuto degli squali della finanza
internazionale, cosa da non farsi. Ed Eltsin lo ha fatto dimostrandosi un
dilettante, un individuo privo di cognizioni tanto in campo economico quanto in
campo storico. Sarebbe stato più corretto: (a) liberalizzare immediatamente
tutte le imprese con forza lavoro da una a 50 persone; (b) in 2-3 anni
liberalizzare tutte le imprese che impiegano da 50 a 500 lavoratori. Era
necessario andare dal basso verso l’alto, dalla liberalizzazione immediata delle
piccole imprese fino a quella delle imprese di importanza molto maggiore in 6-8
anni. La libera impresa stimola il lavoro; è impossibile dire lo stesso della
speculazione finanziaria internazionale, che mira solo al guadagno immediato.
Non staremo qui a descrivere l’ampio margine che corre fra capitalismo
industriale (Ford, Renault, Citroen) e il capitalismo speculativo bancario
(Fondo Monetario Internazionale). Centinaia di pagine di ricerca economica di
Dastier e Thiriart (1962-1955) sono dedicate a questo soggetto. Semplificando
notevolmente, sarebbe possibile affermare che comunitarismo significa economia
completamente libera per le imprese con un volume di occupazione fino a 50
persone, economia regolata per le imprese con oltre 500 occupati, ed economia di
stato per quelle con oltre 5.000 occupati. E’ un sistema “a geometria
variabile”, intermedio fra capitalismo industriale e socialismo classico.
(12) La Germania contemporanea è da un lato un gigante economico, dall’altro un
eunuco politico. E’ un paese stroricamente evirato dal 1945. La Germania odierna
è una delle zone di sfruttamento dell’economia cosmopolita, fondata su Wall
Street. List ha brillantemente dimostrato la differenza fra economia cosmopolita
ed economia politica. A partire da tale differenza, Thiriart ha costruito la sua
teoria dell’economia del potere contrapposta all’economia americana orientata
alla raccolta del profitto. Esiste un’eccellente analisi delle idee di List,
realizzata dall’americano Edward Mead Earl (vedi Edward Mead Earl, in “Makers of
Modern Strategy”, Princeton University 1943). Nel 1980 la casa editrice
Berger-Levrault ha pubblicato quest’opera in traduzione francese con il titolo
“Les maitres de la stratégie" (Cap. 6: “Adam Smith, Alexander Hamilton,
Friedrich List: les fondements economiques de la puissance militaire”). List
visse a lungo negli USA. Affermò che “la ricchezza è inutile, senza la potenza
della nazione”. Della qualità del suo lavoro analitico, Edward Mead Earl scrisse
che era degno di figurare in un’antologia di lavori di geopolitica.
Carlo Terracciano
JEAN THIRIART:
PROFETA E MILITANTE
“J’écris pour une espèce d’hommes qui n’existe
pas ancore,
pour les Seigneurs de la Terre …
(F. Nietzsche, La Volontè de puissance).
“ Scrivo per una categoria di uomini che non esiste ancora,
per i Signori della Terra…”
L’improvvisa scomparsa di Jean Thiriart è stata per noi come un fulmine a ciel
sereno; per noi, militanti europei che, nel corso di vari decenni, abbiano
imparato ad apprezzare questo pensatore dell’azione, soprattutto dopo il suo
ritorno alla politica attiva, dopo svariati anni di “esilio interiore” nel quale
ha potuto meditare e riformulare le sue precedenti posizioni. A maggior ragione,
la sua morte ha sorpresi noi, suoi amici italiani che lo abbiamo conosciuto
personalmente nel suo viaggio a Mosca nel 1992, nel quale formavamo insieme una
delegazione Europea-Occidentale in visita alle personalità più rappresentative
del Fronte di Salvezza Nazionale. Questo fronte, grazie al lavoro
dell’infaticabile Alexandre Dugin, animatore mistico e geopolitico della rivista
Dyenn (il Giorno), iniziò a conoscere e a stimare gran parte degli aspetti del
pensiero di Thiriart e li ha diffusi nei paesi dell’ex-URSS e in Europa
Orientale. Personalmente, ho l’intenzione, nelle pagine che seguono, di onorare
la memoria di Jean Thiriart sottolineando l’importanza che il suo pensiero ha
avuto e ha ancora oggigiorno nel nostro paese; dagli anni ‘60/’70 nel campo
della geopolitica. In Italia la sua fama riposa essenzialmente nel suo libro, il
solo che ha realmente dato una coerenza organica alle sue idee nel campo della
politica internazionale: “Un Impero di 400 milioni di uomini, l’Europa” edito da
Giovanni Volpe nel 1965, quasi trent'anni or sono. Erano passati solo tre anni
dalla fine dell’esperienza francese in Algeria. Questo drammatico evento fu
l’ultima grande mobilitazione politica della destra nazionalista, non solo in
terra di Francia, ma anche negli altri paesi d’Europa, Italia compresa. Le
ragioni profonde della tragedia algerina non furono comprese dai militanti
anti-gollisti che lottavano per un’Algeria francese. Non avevano capito quali
erano le implicazioni geopolitiche di tale avvenimento e non compresero che le
potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, in primo luogo gli Stati
Uniti, intendevano ridistribuire le carte a loro vantaggio. Quanti di questi
militanti dell’Algeria francese compresero allora qual’era il NEMICO PRINCIPALE
della Francia e dell’Europa? Quanti di questi uomini capirono intuitivamente
che, sul piano storico, la perdita dell’Algeria, preceduta dalla perdita dell’Indocina,
erano le conseguenze dirette della disfatta europea del 1945? In effetti non fu
solo una sconfitta della Germania e dell’Italia, ma dell’EUROPA INTERA, Gran
Bretagna e Francia compresa. Non una sola colonia del vecchio sistema coloniale
fu risparmiata dall’assoggettamento ad una nuova forma, più moderna e sottile,
di imperialismo neo-coloniale. Meditando sugli avvenimenti di Suez (1956) e
d’Algeria, i “nazional-rivoluzionari”, come si solevano chiamare loro stessi,
finirono con il formulare diverse considerazioni ed analisi sulle conseguenze di
questi due tragici avvenimenti: considerazioni ed analisi che li differenziavano
sempre più dalla "destra classica” del nostro dopo guerra, animata da un
anti-comunismo viscerale e dallo slogan della difesa dell’Occidente, bianco e
cristiano, contro l’assalto congiunto del comunismo sovietico e dei movimenti di
liberazione nazionali dei popoli di colore del Terzo Mondo. In un certo senso,
lo choc culturale e politico dell’Algeria può essere comparato a ciò che fu, per
la sinistra, l’insieme degli avvenimenti d’Indocina, prima e dopo il 1975. La
vecchia visione della politica internazionale era perfettamente integrata alla
strategia mondiale, economica e geopolitica della talassocrazia americana che,
con la Guerra Fredda, era riuscita a riciclare le diverse destre europee, i
fascisti come i post-fascisti, in funzione del suo progetto geostrategico di
dominio mondiale. Il tutto per arrivare oggigiorno al “Nuovo Ordine Mondiale”,
già parzialmente abortito e che sembra essere la caricatura capovolta e satanica
dell’”Ordine Nuovo” eurocentrico di hitleriana memoria. La Nuova Destra
francese, per fare un esempio, cominciò il suo cammino nel periodo della rivolta
d’Algeria per intraprendere una lunga marcia di revisione politica ed
ideologica, che ha portato al recente viaggio di Alain de Benoist a Mosca, tappa
obbligata per tutti gli oppositori rivoluzionari d’Europa al Sistema
Mondialista. L’apertura è quindi stata fatta da De Benoist, a dispetto delle sue
ricadute e ulteriori rinnegamenti, appoggiati da qualcuno dei suoi più stretti
collaboratori, i quali non hanno ancora evidentemente capito pienamente la
portata reale di questi incontri tra Europei occidentali e Russi a livello
planetario e preferiscono perdersi in sterili querelle di basso profilo, che non
trovano altro che motivazioni personali, le quali rilevano piccoli odi e rancori
idiosincratici. In questo campo come in altri, Thiriart aveva già dato
l’esempio, opponendo alle differenze naturali esistenti tra gli uomini e le loro
scuole di pensiero, l’interesse supremo della lotta contro l’imperialismo
americano e sionista. Per tornare all’Italia, dobbiamo ricordarci la situazione
che regnava in quel lontano 1965, quando prese forma l’opera di Thiriart: le
forze nazional-rivoluzionarie, ancora integrate nel Movimento Sociale Italiano,
erano allora vittime di un PROVINCIALISMO vetero-fascista cinicamente utilizzato
dalle gerarchie politiche del MSI, completamente asservite alle strategie degli
Stati Uniti e della NATO (linea politica che sarà seguita con fedeltà, anche nel
corso della breve parentesi gestionale “rautiana”, che appoggiò l’intervento
delle truppe italiane in Irak a fianco degli USA). I capi di questa destra
collaborazionista utilizzarono i gruppi rivoluzionari di base, composti
essenzialmente da giovani, per creare delle concentrazioni militanti destinate,
in ultima istanza, a procacciare i voti necessari per mandare in parlamento dei
deputati che avrebbero poi appoggiato esternamente governi reazionari di
centro-destra. Tutto questo poi, non nell’interesse dell’Italia o dell’Europa,
ma solamente di quello della potenza occupante, gli Stati Uniti. Una volta
ancora siamo di fronte ad un piccolo nazionalismo centralizzatore e sciovinista,
utilizzato con profitto per interessi stranieri e cosmopoliti! Era anche il
periodo nel quale l’estrema destra era ancora in grado di mobilitare sulle
piazze d’Italia migliaia di giovani per manifestare "l’Italianità eterna di
Trento e Trieste" o per commemorare ogni anno i caduti d’Ungheria del 1956! Il
Maggio ‘68 era ancora lontano, sembrava ancora distante anni luce! La destra
italiana, nelle sue prospettive, non vedeva altro che questa “rivoluzione”. In
un tal contesto umano e politico, vetero-nazionalista, provinciale ed, in
pratica, filo-americano (che sboccherà in seguito nella farsa pseudo-golpista
del 1970, che avrà per conseguenza, nel corso di tutto il decennio, i tristi
“anni di piombo”, con il loro seguito di crimini), l’opera di Jean Thiriart fu
per un grande numero di nazionalisti una vera e propria bomba; un elettro-choc
salutare che mise l’estremismo nazionalista davanti a problematiche, che pur non
essendo nuove, erano state dimenticate o erano cadute in disuso. Oggi, non
possiamo non tenere conto degli effetti politici prodotti dal pensiero di
Thiriart, anche se questi stessi effetti, in un primo tempo, furono alquanto
modesti. Diciamo che a partire dalla pubblicazione del libro di Thiriart, la
tematica europea è divenuta poco a poco il patrimonio ideale di tutta una sfera
politica che, negli anni seguenti, svilupperà le tematiche antimondialiste
attuali. Possiamo quindi affermare senza esagerazioni, che fu in quest’epoca che
si svilupparono i temi dell’EUROPA-NAZIONE, di una lotta antimperialista che non
fosse solo di “sinistra”, dell’alleanza geostrategica con i rivoluzionari del
Terzo Mondo. L’adozione di queste tematiche è molto più sorprendente e
significativa quando si pensi che l’avventura di JEUNE EUROPE cominciò dalla
lotta contro il FLN algerino. Thiriart, su questo tema aveva cambiato
completamente campo, senza per altro cambiare sostanzialmente la sua visione del
mondo, lui che, qualche decennio prima, aveva lasciato i ranghi dell’estrema
sinistra belga per aderire alla collaborazione col III° Reich, senza per altro
perdere di vista il fattore URSS. Queste acrobazie politico-ideologiche gli
valsero accuse di essere un “agente-doppio”, sempre al soldo di Mosca. In
Italia, la sezione italiana di JEUNE EUROPE (Giovane Europa) fu rapidamente
costituita. Malgrado l’origine politica della maggior parte dei militanti,
Giovane Europa non aveva alcun punto di contatto con Giovane Italia,
organizzazione studentesca del MSI (copiata a sua volta dalla ottocentesca
Giovine Italia di Mazzini); al contrario Giovane Europa ne fu praticamente
l’antitesi, l’alternativa. Anche se, una volta terminata l’esperienza militante
di Giovane Europa la maggior parte dei suoi militanti si ritrovò dentro il
Movimento Politico Ordine Nuovo (MPON), che si oppose alla linea politica tesa
all'inserimento parlamentaristico, come sostenevano i partigiani di Rauti
rientrati nei ranghi del MSI di Almirante. Se dobbiamo tenere conto del ruolo
UNICO che ha giocato in Italia il pensiero di Julius Evola sul piano culturale
ed ideologico, non si deve dimenticare che Jean Thiriart ha da parte sua, dato
impulso, in quegli anni e per gli anni a venire, ad un tentativo originale di
rinnovamento delle forze nazionali. Anche un Giorgio Freda riconobbe il valore e
la portata del pensatore e militante belga. Altro aspetto particolare ed
estremamente importante del libro Un impero di 400 milioni di uomini, l’Europa,
è di aver anticipato di parecchi anni, una tematica fondamentale ritornata
d’attualità in particolare in Russia, grazie alle iniziative di Alexandr Dugin e
della rivista Dyen, ed in Italia grazie a riviste quali ORION e AURORA: la
GEOPOLITICA. La prima frase del libro di Thiriart, nella versione italiana, è
dedicata proprio a questa scienza essenziale che ha per oggetto i popoli e i
loro governi, scienza che ha dovuto subire nel nostro dopoguerra un lungo
ostracismo, sotto il pretesto di esser stata lo strumento dell’espansionismo
nazista! Accusa per lo meno incoerente quando si sa che a Yalta i vincitori si
sono spartiti le spoglie dell’Europa e del resto del mondo attraverso
considerazioni prettamente geopolitiche e geostrategiche. Thiriart ne era
perfettamente consapevole, e quando scrisse il primo capitolo del suo libro, lo
intitolò significativamente “Da Brest a Bucarest. Cancelliamo Yalta!”. Così
scrisse Thiriart : “Nel contesto geopolitico e di una comune civiltà, come sarà
dimostrato in tempi a venire, l’Europa, unitaria e Comunitarista si deve
intendere da Brest a Bucarest”. Scrivendo questa frase, Thiriart pose dei limiti
geografici e ideali alla sua Europa, ma presto, passerà questi limiti, per
arrivare ad una concezione unitaria del grande spazio geopolitico che è l’EURASIA.
Ancora una volta, Thiriart dimostrò di essere un anticipatore lucido dei temi
politici che presso i suoi lettori maturavano molto lentamente. Congiuntamente
al grande ideale dell’EUROPA-NAZIONE e alla riscoperta della Geopolitica, il
lettore è obbligato a gettare uno sguardo nuovo sui grandi spazi del pianeta. Un
altro merito di Thiriart fu di aver superato il trauma europeo dell’era della
decolonizzazione e di aver cercato, per il nazionalismo europeo, un'alleanza
strategica mondiale con i governi del Terzo Mondo, non asserviti quindi agli
imperialismi, in particolare nella zona araba e islamica, in Africa
Settentrionale e nel Medio Oriente. Vero è che chi scopre la Geopolitica non può
vedere gli avvenimenti del mondo intiero sotto un’ottica globale. Ed è in questo
contesto, per esempio, che bisogna interpretare i numerosi viaggi di Thiriart in
Egitto, in Romania, oltre che i suoi incontri con Chu En Lai e Ceausescu o con i
leaders palestinesi. Dove fosse possibile farlo, Thiriart cercò di tessere una
rete d’informazioni e d’alleanze planetarie in una prospettiva anti-imperialista.
Dobbiamo dire che la rivoluzione cubana, per la sua originalità, esercitò a sua
volta una grande influenza. Con il suo stile sintetico, quasi telegrafico,
Thiriart tracciò lui stesso le linee essenziali della politica estera della
futura Europa unita: “Le linee direttive dell’Europa unita:
insieme all’Africa: simbiosi
con l’America Latina: alleanza
col mondo arabo: amicizia
con gli Stati Uniti: rapporti basati sull’uguaglianza”.
A parte l’utopia della sua speranza di poter aver rapporti paritari con gli
Stati Uniti, si noterà che la sua visione geopolitica era particolarmente
chiara: Thiriart avrebbe voluto dei grandi blocchi continentali ed era
estremamente lontano dalla visione di un piccola Europa “occidentale ed
atlantica” che, come quella di oggi, non è che l’appendice orientale della
talassocrazia yankee, avente per baricentro l’Oceano Atlantico, ridotto alla
funzione di “lago interno” degli Stati Uniti. Certamente, oggi, dopo l’avventura
politica di Thiriart, alcune di queste opzioni geopolitiche, negli ambienti
nazionalisti, potrebbero apparire per alcuni scontate e quasi banali,
semplicistiche ed integrabili per altri. Ma a parte il fatto che tutto questo
non è molto chiaro per l’insieme dei “nazionalisti” (è sufficiente pensare a
certe tesi razziste/biologiche e anti-islamiche di uno pseudo neo-nazismo,
utilizzato strumentalmente per la propaganda americana e sionista in chiave
anti-europea), non ci stancheremo di ripetere che, trent’anni fa, questa opzione
puramente geopolitica di Thiriart, vergine da qualsiasi connotazione razzista,
fu molto originale e coraggiosa in un mondo bipolare che opponeva in apparenza
due blocchi ideologici e militari antagonisti, in una prospettiva di
conflittualità “orizzontale” tra Est ed Ovest, sotto la continua minaccia di
reciproco annientamento nucleare. Oggi possiamo quindi affermare che se un buon
numero tra noi in Italia è giunto finalmente a superare progressivamente questa
falsa visione dicotomica della conflittualità planetaria, e questo ben prima
della caduta dell’URSS e del blocco sovietico, tutto ciò è dovuto al fascino che
esercitarono le tesi di Thiriart ed alle sue geniali intuizioni. Effettivamente,
possiamo parlare di genialità nella politica come in altri campi del sapere
umano, quando si PREVEDONO e si EX-PONGONO (dal latino exponere, mettere in
luce, mettere in evidenza) dei fatti o degli avvenimenti che sono ancora
occulti, sconosciuti, poco chiari ai più e che si libereranno della loro
oscurità solo gradualmente, per venire alla luce in un futuro più o meno
lontano. Su questo punto, vogliamo solamente ricordare le asserzioni di Thiriart
relative alla dimensione geopolitica del futuro Stato Europeo, espresse nel
capitolo 10 intitolato “Le dimensioni dello Stato Europeo. L’Europa da Brest a
Valdivostock” (da pag. 28 a 31 nell’edizione francese): “L’Europa giunta ad una
grande maturità storica, ormai conosce la vanità delle crociate e delle guerre
di conquista all’Est. Dopo Carlo XII, Bonaparte e Hitler, abbiamo potuto
misurare i rischi di queste imprese ed il loro prezzo. Se l’URSS vuole
conservare la Siberia, deve fare la pace con l’Europa, un’Europa, ripeto, da
Brest a Bucaret! L’URSS non ha ed in futuro avrà ancora meno forza per
conservare Varsavia e Budapest da una parte, Chita e Khabarovsk dall’altra.
Dovrà scegliere o rischiare di perdere tutto”. E più avanti nel testo: “La
nostra politica non è quella del generale De Gaulle perché egli ha commesso o
commette tre errori: far finire la frontiera d’Europa a Marsiglia e non ad
Algeri – far passare la frontiera del blocco URSS/Europa agli Urali anziché in
Siberia – voler trattare con Mosca prima della liberazione di Bucarest” (pag.
31). Leggendo questi due brevi estratti dal testo, non si può più dire che Jean
Thiriart mancasse di perspicacia e di preveggenza! Queste frasi furono scritte –
ripetiamolo – in un’epoca in cui i militanti realmente europeisti, anche i più
audaci, arrivavano appena a concepire un’unità europea da Brest a Bucarest, e
cioè un’Europa limitata alla piattaforma peninsulare occidentale dell’Eurasia;
per Thiriart, questo rappresentava solo una prima tappa, un trampolino di
lancio, per un progetto più vasto, quello dell’unità imperiale continentale. Che
non si parli più dunque delle destre nazionaliste, comprese quelle d’oggigiorno,
che non fanno altro che ripetere all’infinito il loro provincialismo, sotto
l’occhio vigile del loro padrone americano. Già trent’anni fa Thiriart andò
molto oltre: denunciò l’assurdità geopolitica del progetto gollista (De Gaulle
essendo stato un altro responsabile diretto della sconfitta d’Europa, nel nome
dello sciovinismo vetero-nazionalista dell’Esagono) di un’Europa che si
stendesse dall’Atlantico agli Urali, facendo sua, allo stesso tempo, quest’assurda
visione continentale tipica dei professori di geografia che tracciano sulle
carte una frontiera immaginaria sulle alture dei Monti Urali, che nella storia
non hanno mai fermato nessuno, né gli Unni né i Mongoli e tantomeno i Russi.
L’Europa si difende sui fiumi Amuri e Ussuri; l’Eurasia, e cioè l’Europa + la
Russia, ha un destino chiaramente disegnato dalla Storia e dalla Geografia in
Oriente, in Siberia, nel “Far East” della cultura europea, e questo destino la
oppone quindi al “West”, all’Occidente della civilizzazione americana della
Bibbia e del Business. Quanto alla storia degli incontri/scontri tra i popoli
europei, tutto ciò non è nient’altro che GEOPOLITICA IN ATTO, come la
Geopolitica non è altro che il destino storico dei popoli, delle nazioni, delle
etnie, degli imperi, delle religioni IN POTENZA. Inoltre dobbiamo aggiungere che
la concezione di Jean Thiriart era finalmente più Imperiale che Imperialista,
per quanto ancora legata a modelli nazionalisti d'influenza francese
rivoluzionaria. Egli ha sempre rifiutato, fino alla fine, l’egemonia definitiva
di un popolo sugli altri. L’Eurasia di domani non sarà più russa di quanto non
sia mongola, turca, francese o tedesca: poiché quando ognuno di questi popoli ha
voluto cercare da solo l’egemonia sugli altri la storia ci insegna che è stato
sempre sconfitto dagli altri: uno scacco che dovrebbe esserci servito da
insegnamento. Chi avrebbe potuto, trent’anni fa, prevedere con tanta precisione
la debolezza intrinseca al colosso militar-industriale che fu l’URSS, che
sembrava all’epoca lanciato alla conquista di sempre nuovi spazi, su tutti i
continenti, in aperta competizione con gli Stati Uniti che volevano superare?
Col tempo, tutto ciò si è alla fine dimostrato un gigantesco bluff, un miraggio
storico probabilmente fabbricato dalle forze mondialista dell’Occidente per
assoggettare i popoli con un costante ricatto terroristico. Tutto questo per
manipolare i popoli e le nazioni della Terra a beneficio del supremo interesse
strategico, supremo, unico, imposto come sola “verità”: quello della
superpotenza planetaria che sono oggi gli Stati Uniti, base territoriale armata
del progetto mondialista. In fin dei conti, per dirla con il linguaggio della
geopolitica, è la “politica dell’anaconda che ha prevalso”, come la definiva
ieri il geopolitico tedesco Haushofer e come la definiscono oggi i geopolitici
russi, alla testa dei quali si pone il colonnello Morozov; gli Americani ed i
mondialisti cercano sempre di allontanare il centro territoriale d’Eurasia dai
suoi sbocchi potenziali sui mari caldi, prima di grattare poco a poco il
territorio della “tellucrazia” russa. Punto di partenza di questa strategia di
erosione: l’Afghanistan. Nel suo libro del 1965, Jean Thiriart aveva già messo
in luce le ragioni nude e crude che animavano la politica internazionale. Non è
un azzardo dire che uno dei suoi modelli ispiratori fu Macchiavelli, autore del
“Il Principe”. Certo, ci diranno i pessimisti, se il Thiriart analista di
politica ha saputo anticipare e prevedere, il Thiriart militante, organizzatore
e capo politico di un primo modello d’organizzazione transnazionale europea, ha
fallito. Sia perché la situazione internazionale d’allora non era ancora
sufficientemente matura, o marcia, come invece lo constatiamo oggi, sia perché
non c’erano dei “santuari di partenza”, come Thiriart aveva considerato
indispensabile. In effetti mancò a Jeune-Europe un territorio libero, uno stato
completamente alieno ai condizionamenti imposti dalle superpotenze, che avrebbe
potuto servire da base, da rifugio, da fonte d’approvvigionamento per i
militanti europei del futuro. Un po’ come fu il Piemonte per l’Italia. Tutti gli
incontri internazionali fatti da Thiriart a livello internazionale ricercavano
questo obiettivo. Tutto è stato vano. Realista, Thiriart rinunciò allo scontro
politico, per poter riprendere il suo discorso politico nell’attesa che si
presentasse l’occasione, anche migliore di quella, di avere un grande paese a
disposizione a cui poter proporre la sua visione strategica: la Russia. Il
destino di questo cittadino belga di nascita ma Europeo di vocazione fu alquanto
strano: è stato sempre “fuori dal tempo”, superato dagli avvenimenti. Li ha
sempre previsti ma è stato sempre sorpassato da questi ultimi. La sua concezione
della geopolitica eurasiatica, la sua visione che designa GLOBALMENTE gli Stati
Uniti come il Nemico OGGETTIVO assoluto, può essere vista come l’indice di un
“visionario” illuminato, frenato solo da uno spirito razionale cartesiano. Il
suo materialismo storico e biologico, il suo nazionalismo europeo
centralizzatore e totalizzante, la sua chiusura sulle tematiche ecologiste e
animaliste, le sue posizione personali davanti alle specificità etno-culturali,
la sua ostilità ai principi religiosi, la sua ignoranza di tutta una dimensione
metapolitico, la sua ammirazione per il giacobinismo della Rivoluzione francese,
pietre angolari per buona parte degli antimondialisti francofoni: tutte queste
attitudini costituiscono dei limiti al suo pensiero e dei residui di concezioni
vetero-materialiste, progressiste e darwiniane, che si allontanano sempre più
dalle scelte culturali, religiose e politiche contemporanee degli uomini e dei
popoli impegnati, in tutta l’Eurasia e nel mondo intero, nella lotta contro il
Mondialismo. Le idee “razionaliste” che Thiriart fece sue, al contrario, sono
state l’humus culturale e politico sul quale il Mondialismo è germinato nel
corso del secolo passato. Questi aspetti del pensiero di Thiriart ci hanno
rivelato i loro limiti, durante gli ultimi mesi della sua vita, in particolare
durante i colloqui e le conversazioni di Mosca nell’agosto del 1992. Il suo
sviluppo intellettuale sembrava essersi definitivamente fermato all’epoca dello
storicismo lineare e progressista, con la mitologia di un “avvenire radioso per
l’umanità”. Una tale visione razionalista non gli permise di comprendere dei
fenomeni altrettanto importanti come il risveglio islamico e il rinnovato
“misticismo” eurasista-russo, ed in particolare i loro progetti politici di un
livello altamente rivoluzionario e anti-mondialista. Senza parlare dell’impatto
delle visioni tradizionaliste di un Evola o di un Guenon. Thiriart veicolò
quest’handicap “culturale”, cosa che non ci ha impedito di ritrovarci a Mosca
nell’Agosto del 1992, dove abbiamo colto al volo queste sue incontestabili
intuizioni politiche. Alcune di queste intuizione hanno fatto sì che egli si
ritrovasse al fianco dei giovani militanti europeisti per andare ad incontrare i
protagonisti dell’avanguardia “eurasista” del Fronte di Salvezza Nazionale
russo, raccolto attorno alla rivista Dyen e al movimento da cui prende il nome.
Abbiamo così scoperto nell’ex-capitale dell’impero sovietico, che egli era
considerato dai russi come un pensatore d’avanguardia. Gli insegnamenti
geopolitici di Thiriart sono germinati in Russia quando, e questo è indubbio, in
Occidente sono ai più ancora sconosciuti. Thiriart ha avuto quindi un impatto
lontano, nell’immensità dei ghiacci della Russia/Siberia, nel cuore del Vecchio
Mondo, vicino al centro della Tellurocrazia Eurasiatica. E’ un’ironia della
storia delle dottrine politiche che si manifesta al momento della loro
attuazione pratica, ma è ancora valido l’antico adagio secondo il quale “nessuno
è profeta in patria”. Il lungo “esilio interiore” di Thiriart sembrava dunque
terminato; si era ritirato dalla politica attiva per sempre e aveva superato
questo ritiro che all’inizio era stato una grossa perdita. Ci inondò di
documenti scritti e resoconti d’interventi orali. Il flusso sembrava non doversi
mai fermare! Come se volesse recuperare il tempo perduto nel suo silenzio
disdegnoso. Guidato da un entusiasmo giovanile, a volte eccessivo ed
angosciante, Thiriart si rimise a dare lezioni di storia e di geopolitica, di
diritto e di politologia e di tutte le discipline immaginabili, ai generali e ai
giornalisti, ai parlamentari e ai segretari, ai politici dell’ex-URSS e ai
militanti islamici del CEI, e anche, ovviamente, a noi, gli Italiani che
avevano, assieme a lui, conosciuto dei cambiamenti d’opinione in apparenza
inattesi. Tutto questo accade nella Russia d’oggi, dove tutto è oramai possibile
e niente è certo; abbiamo quindi davanti una Russia sospesa tra un glorioso
passato ed un futuro tenebroso, ma con potenzialità inimmaginabili. E’ qui che
Jean Thiriart ha ritrovato una nuova giovinezza. In una città come Mosca che
sopravvive giorno dopo giorno tra l’apatia e l'attesa febbrile, che sembra
aspettare “qualcosa” di cui non si conosce ancora né il nome né il volto; una
città dove succede di tutto o dove tutto può succedere sospeso in una dimensione
speciale, tra cielo e terra. Dalla terra russa tutto ed il contrario di tutto
può scaturire: la salute e l’estrema perdizione, la rinascita e la decadenza,
una nuova potenza o la disintegrazione totale di un popolo che fu imperiale ed è
diventato, oggi, miserabile. Infine, è là e solamente là che si gioca il destino
di tutti i popoli europei e in definitiva di tutto il pianeta Terra.
L’alternativa è chiara; o avremo un nuovo impero eurasiatico che ci guiderà
nella lotta di liberazione di TUTTI i popoli del globo o assisteremo al trionfo
del mondialismo, dell’egemonia americana per il prossimo millennio. E’ là che lo
scrittore e uomo politico Jean Thiriart aveva ritrovato la SPERANZA di poter
mettere in pratica le sue passate intuizioni, questa volta in una scala ben più
vasta. In questa terra di Russia, da dove può sorgere il messia dei popoli d’Eurasia,
novello Avatar di un ciclo di civilizzazione o Anticristo delle profezie
giovannee, avremo spazio per tutte le alchimie e le esperienze politiche,
inconcepibili se guardate con gli occhi di un Occidentale. La Russia attuale è
un immenso laboratorio, una terra politicamente vergine che si potrà fecondare
con idee venute da lontano, una terra vergine dove la LIBERTA’ e la POTENZA si
cercano per unirsi nella ricerca di nuove sintesi: come sottolinea Jean Thiriart
nel suo libro fondamentale “il cammino della libertà passa per quello della
potenza: non si dovrà mai dimenticare, e si dovrà insegnare a coloro che lo
ignorano. La libertà dei deboli è un mito vetusto, una ingenuità usata a scopi
demagogici o elettoralistici. I deboli non sono mai stati liberi e mai lo
saranno. Esiste solo la libertà dei forti. Colui che vuole essere libero deve
aumentare la propria potenza. Colui che vuole essere libero deve esser capace di
fermare altre libertà, poiché la libertà è invadente e ha la tendenza a
sconfinare su quella dei vicini più deboli”. Ancora: “E’ criminale dal punto di
vista dell’educazione politica tollerare che le masse possano essere intossicate
da menzogne tendenti ad indebolire il tessuto sociale come quelle che consistono
nel “dichiarare la pace” ai vicini immaginando così di poter conservare la
libertà. Ogni nostra libertà è stata conquistata a seguito di ripetuti
combattimenti sanguinosi e alcune di queste libertà potranno esser mantenute
solo se faremo sfoggio di una forza tale da scoraggiare coloro che vorrebbero
privarcene. Che siano a livello individuale o a livello di nazione, noi
conosciamo l’essenza della libertà, la potenza. Se vogliamo conservare la prima,
dobbiamo coltivare la seconda. Esse sono inseparabili” (pag. 301-302). Ecco una
pagina che già da sola potrebbe assicurare al suo autore un posto in una
qualsiasi facoltà di storia delle scienze politiche. Quando finalmente tutto
sembrava di nuovo possibile e quando i giochi delle grandi strategie politiche
ritornavano in primo piano, su una scacchiera grande come il mondo, quando
Thiriart intravedeva la possibilità di dar vita alla sua grande idea di Unità,
ecco realizzarsi l’ultimo scherzo del destino: la Morte. A dispetto della sua
ineluttabilità, essa è un avvenimento che ci sorprende sempre, che ci lascia con
un sentimento di dispiacere e di incompletezza. Nel caso di Thiriart, la morte
fa vagabondare lo spirito e ci immaginiamo tutto quello che quest’uomo d’elite
avrebbe ancora potuto apportare, tutto quello che avrebbe potuto insegnare a
coloro che parteggiano per la nostra causa, fosse anche solo con semplici scambi
di opinioni o formulando proposte su materie culturali e politiche. Infine,
dobbiamo sottolineare quanto sia completa l’opera di Thiriart. Più di altri,
egli aveva reso sistematico il suo pensiero politico, restando sempre pienamente
coerente con le sue idee, rimanendo fedele allo stile di vita scelto. A lui,
meno di chiunque altro, non si potrà far dire post mortem cose che non siano
state realmente dette, né adattare i suoi testi e le sue tesi alle esigenze
politiche del momento. Resta il fatto che senza Jean Thiriart noi non avremmo
potuto essere quello che siamo diventati. Siamo in effetti suoi eredi sul piano
delle idee, che lo si sia conosciuto personalmente o attraverso i suoi scritti.
Siamo stati, in un momento o l’altro della nostra vita politica, debitori delle
sue analisi politiche e delle sue intuizioni folgoranti. Oggi, ci sentiamo tutti
un po’ orfani. Vogliamo in questo momento ricordarci di uno scrittore politico,
di un uomo semplicemente passionale, impetuoso, di una vitalità debordante, il
viso sempre illuminato da un sorriso giovane con l’anima agitata da una passione
divorante, la stessa che brucia in noi, senza vacillare, senza la minima
insicurezza o la minima debolezza. Il caso Jean Thiriart? E’ l’incarnazione
vivente, vitale, di un uomo d’elite che porta lo sguardo oltre l’orizzonte, che
vede dall’alto, al di là delle contingenze del presente dove le masse restano
prigioniere. Ho voluto tracciare il profilo di un PROFETA MILITANTE.
Traduzione dal francese a cura di Alessio
Jean Thiriart
L'EUROPA COME STATO
E L'EUROPA COME NAZIONE
SI FARANNO CONTRO GLI USA
La costruzione europea nata dal Trattato di Roma (25 Marzo 1957) deve condurre
all'Europa come Stato. E’ una costruzione valida, indispensabile e non è il suo
carattere tecnico che dovrebbe farcela condannare in nome di un certo
sentimentalismo. L’Europa del Mercato Comune è una buona cosa. Ma essa è troppo
limitata nelle sue ambizioni. Essa mira alla realizzazione di strutture
statuali. È allo stesso tempo molto e poco. L’Europa sarà compiuta solo quando
essa sarà, insieme, Stato e nazione, vale a dire strutture e coscienza. Noi
siamo storicamente i primi, e i soli, ad aver espresso la volontà di realizzare
ciò. La nostra tendenza comunitarista è la fonte dalla quale scaturì per la
prima volta il concetto di nazionalismo europeo. Questo è essenzialmente
diverso, di fatto é diametralmente opposto, a quelli delle Europe egemoniche
(Europa francese di BONAPARTE o di DE GAULLE ed Europa germanica di HITLER) e a
quello dell’Europa delle patrie. La differenza tra l’Europa come Stato e
l’Europa come nazione è quella che esiste tra l’inorganico e l’organico, tra la
materia e la vita, tra la chimica e la biologia, tra l’atomo e la cellula.
IL TRADIMENTO DEI REGIMISTI
Tutti i governi europei occidentali sono usciti dai furgoni anglosassoni nel
1945. Sono i collaborazionisti degli occupanti, in via diretta o come
filiazione. Perciò le costruzioni politiche europee dei regimisti sono ipotecate
dai nostri occupanti. La prova di questa ipoteca, di questo tradimento dello
scopo, appare un po' dovunque, ma in modo esplicito e clamoroso in un documento
ufficiale del "Parlamento europeo" (sic): "L'Unione europea ha lo scopo di
promuovere l'unità dell'Europa...".Molto bene, perfetto. Ma poco oltre leggiamo:
"...l'adozione di una politica di difesa comune, nel quadro dell'Alleanza
Atlantica, che contribuisca al rafforzamento dell'Alleanza Atlantica". Ecco
dunque la confessione, ben evidente, ben esplicita. La confessione che questa
"Europa" è solo un'appendice dell'imperialismo americano, poiché l'Alleanza
Atlantica è il pescecane americano attorniato dagli sgombri europei regimisti.
L'Europa ufficiale non perviene a costituirsi poiché essa è impastoiata nella
contraddizione esplicita di fare una nazione che già in partenza si riconosce
essere alla dipendenza di un'altra. Oscenità, ipocrisia.
L'EUROPA DOVRÀ FARSI CONTRO GLI AMERICANI
Una nazione si definisce specialmente per quanto la differenzia dalle altre, per
il suo carattere, per i suoi intendimenti, per i suoi interessi. Quelli che
affermano di fare l'Europa e che nello stesso tempo trovano negli Stati Uniti il
modello perfetto di società, modello che si deve solo copiare, e che ritengono
che ogni guerra americana sia anche la nostra, sono in contraddizione con sé
stessi. Perché fare l'Europa se gli Stati Uniti sono perfetti? S'ingrandiscano
gli Stati Uniti, sarebbe più logico. La cricca dei pretesi "Europei" che ogni
sera recitano le loro preghiere prosternandosi verso Washington farebbe meglio a
proporci l'Inghilterra come cinquantunesimo Stato americano, la Germania come
cinquantaduesimo, l'Italia come cinquantatreesimo. Poiché quella è la realtà. Vi
è una contraddizione assoluta, esplicita, concettuale, tra il fatto di essere
Europei e il fatto di essere pro-americani. Chi si dice pro-americano si mette
al bando dell'Europa, che si tratti della socialdemocrazia o di qualche citrullo
d'estrema destra. Chi collabora con gli Americani è un traditore dell'Europa.
L'EUROPA SENZA RISCHI: IDIOZIA
Intellettuali candidi, talora benintenzionati, sperano di fare un'Europa con
mezzi pacifici, ragionevoli. È un sogno. La storia si svolge attraverso
convulsioni e battaglie, attraverso lo sforzo e il sacrificio. Una nazione si
fa, segnatamente, contro qualcosa, contro dei nemici. Non soltanto gli Stati
Uniti sono storicamente i nemici dell'Europa nascente sul piano oggettivo, essi
dovrebbero esserlo anche sul piano psicologico. Una nazione ha bisogno di nemici
per costituirsi, per conservarsi. Vivere col nemico di fronte crea l'unità, crea
la salute morale, sostenta la forza di carattere. Per noi non è questione di
chiedere l'Europa ma di prendere l'Europa. Oggettivamente mai alcuno Stato
egemonico (come gli USA in questo momento nei confronti dell'Europa) ha elargito
l'indipendenza ai suoi vassalli, ma tutt'al contrario è stato loro giocoforza
prendersi l'indipendenza. L'Italia si fece, insieme, contro gli Austriaci e
contro i Francesi. L'Europa si farà contro gli Americani. Una nazione si forgia
nella lotta e si tempra col sangue. I rischi sono grossi ma bisogna correrli. La
vita è rischio continuo. Il rischio dev'essere voluto, calcolato. Un'Europa
senza rischi è una chimera smentita da ogni esperienza storica.
LO SCUDO E IL CALENDARIO
Il grande argomento specioso dei filoamericani infami è quello dello "scudo
americano". Cos'è questo scudo? Esangue nel 1945, convalescente nel 1955,
l'Europa è oggi sul piano industriale ed economico una fucina traboccante di
salute. La protezione americana – contro l'assalto staliniano – era
indispensabile nel 1948, utile nel 1951 (nello spirito dell'epoca). Oggi non è
più la stessa cosa. Per fabbriche, per risorse economiche, per uomini, già la
sola Europa occidentale non ha più bisogno degli Americani. Che se ne vadano,
quindi. Nessuna gratitudine ci deve legare a loro, essi sono venuti in Europa
per i propri interessi e non per i nostri. Nel 1949 potevamo essere
filoamericani per ipocrisia e per interesse. Oggi non più. L'Europa occidentale
da sola è abbastanza potente da mettere in piedi molto facilmente una forza
militare in grado di respingere ogni potenziale avversario. Tutto sta nel
volerla, questa forza militare, quindi di volere l'unità politica dell'Europa.
Chi afferma che non si può fare a meno degli Americani non fa nulla perché se ne
possa fare a meno. Lo "scudo americano" è l'alibi dei vili, è l'alibi degli
infingardi, è l'alibi degli impotenti. L'ipocrita costruzione americana è la
seguente: essi dicono, a fior di labbra, che se ne andranno dall'Europa quando
saremo abbastanza forti per difenderci da soli (lo dicono ma non lo pensano), e
allo stesso tempo fanno di tutto affinché noi non siamo mai abbastanza forti da
soli. Lì sta la chiave di questa sfrontata menzogna. Gli Stati Uniti non
vogliono venderci gli armamenti atomici né affidarceli nel quadro della NATO. La
NATO è dunque una truffa (il pescecane e gli sgombri – vedi sopra), poiché vi si
trovano alleati di prima classe (gli USA) e alleati di seconda classe (i piccoli
paesi europei), avendo diritto alla bomba i primi e i secondi non avendone
diritto. Gli Americani sono sufficientemente realisti per sapere che la fine
della loro occupazione militare in Europa sarebbe seguita in capo a sei mesi
dalla fine del loro dominio politico. Perciò gli Americani non possono
sinceramente considerare la propria partenza. Gli Americani, a buona ragione,
non hanno fiducia in una libera associazione Europa-USA su basi di parità. Essi
sanno bene che un'Europa forte, indipendente, NON sarà un'alleata degli USA.
Perciò gli Americani faranno di tutto per restare sempre militarmente
indispensabili in Europa. La tesi dei collaborazionisti pro-americani secondo la
quale noi non possiamo fare a meno degli Americani è ipocrita, farebbero meglio
infatti a confessarci di non volerne fare a meno. L'argomento dello "scudo
americano" sarebbe valido solo a due espresse condizioni:
- Accesso immediato a tutte le armi atomiche per gli Europei della NATO
- Calendario preciso del cambio delle truppe americane con le truppe europee
Nessuno dei due punti è rispettato, né lo sarà. Andrò anzi più in là di questo
piano prudente. Dirò anzi che è augurabile che le truppe americane levino il
campo anche prima che il calendario sia fissato. Quando l'Europa avrà paura essa
ritornerà padrona di sé. Attualmente l'Europa è pigramente vile al riparo dello
"scudo americano". Per accelerare la presa di coscienza dell'Europa bisogna
deliberatamente desiderare un pericolo. Sono la necessità, l'urgenza,
l'imminenza che desteranno l'Europa. Occorre quindi accettare e auspicare i
rischi di un cambiamento precoce, di un cambiamento pericoloso. Per cementare
l'Europa, occorrerà metterla parzialmente in pericolo. Questo non è sfuggito ai
capi della Francia nel 1792.... Non si crea una nazione con discorsi, con pie
intenzioni e con banchetti. Una nazione si crea con fucili, con martiri, con
pericoli vissuti in comune. Nei fatti i filo-americani sono dei cialtroni, della
gente che non ha voglia di battersi nemmeno all'occorrenza. Essi accettano
l'umiliazione dell'occupazione americana per non doversi battere essi stessi. È
la stessa condizione di spirito della borghesia francese sotto l'occupazione
germanica nel 1942. Costoro si credevano molto scaltri nel dire "i tedeschi
crepano sul fronte russo per proteggere le nostre casseforti". Si credevano
molto scaltri e non si accorgevano di essere dei grandi vigliacchi. Una simile
tradizione non si abbandona. La medesima ignobile borghesia che si faceva
proteggere dallo "scudo germanico" nel 1942 accetta oggi, compiacendosene, di
farsi proteggere dallo "scudo americano". Dacché i loro dividendi sono protetti,
essi sono soddisfatti. Ma se questa gente ha la paura fisica della partenza
degli Americani, è perché allora essi dovrebbero far da soli; noi, non abbiamo
paura. Qui sta il fossato che ci separa dalla cricca dei collaborazionisti
filoyankee.
LE SOLUZIONI GARIBALDINE
L'unità italiana si fece con l'apporto di differenti fattori: l'idealismo e la
magnifica preveggenza di MAZZINI, l'epopea d'azione di GARIBALDI, i calcoli di
CAVOUR. Un complesso inseparabile. Sul piano puramente militare l'azione
garibaldina fu insignificante. Sul piano storico essa fu essenziale,
determinante. Fu grazie a GARIBALDI che il sangue fu versato. E quando il sangue
è stato versato un fossato si scava tra l'occupante e l'occupato. Un fossato che
obbliga tutti a prendere chiaramente partito a favore dell'occupante o contro.
Dopo i primi morti non vi è più posto per i "sì, ma", i "forse". Il fenomeno si
è verificato in Algeria fra il 1954 e il 1962. Nel 1954 numerosi Algerini
potevano ancora difendere, a buon diritto, la tesi dell'occupazione francese
come "male minore". Nel 1960 nessun Algerino poteva farlo più. Il fossato era
stato scavato dai morti. Che lo sia stato artificiosamente, deliberatamente, non
cambia nulla. Durante l'occupazione germanica i comunisti si comportarono in tal
modo. Uccisero soldati germanici del tutto innocenti, con una palla nella
schiena. Le autorità occupanti caddero nella trappola: fucilarono dei francesi a
loro volta del tutto innocenti. La macchina a quel punto si era messa in moto,
l'irrimediabile era accaduto. Ciò non poteva trovar fine se non con la
distruzione totale dell'uno o dell'altro. Si poteva essere attendisti nel 1940,
non più nel gennaio 1945. Quando GARIBALDI ebbe avuto i suoi primi cento morti
nelle fila dei soldati irregolari, l'Italia iniziava a sentirsi in obbligo di
chiudere la faccenda a cannonate. Fu ciò che fece. Anche l'Europa dovrà farsi
contro i suoi occupanti. Se il "ricatto" è ben fatto ciò si realizzerà senza
troppo sangue o addirittura senza violenze. Ma è probabile che il "ricatto" per
la partenza dei nostri occupanti sarà spaventosamente rafforzato da "azioni
garibaldine". Attraverso una duplicità patriottica molto politica, come quella
di GARIBALDI e CAVOUR, noi faremo partire gli occupanti. Un rivoluzionario
europeo deve quindi fin d'ora contemplare come un'ipotesi di lavoro un'eventuale
lotta armata insurrezionale contro l'occupante americano. Colui al quale questa
ipotesi fa paura non è un rivoluzionario. Non è neanche un nazionalista europeo.
Quando si vuole il fine si vogliono i mezzi. Quando si vuole l'Europa si
vogliono tutti i mezzi per farla.