
Léon Degrelle
Léon Degrelle è nato a Bouillon, nel belgio francofono, il 15 giugno 1906.
Subito dopo la Grande Guerra, giovanissimo uomo politico, Degrelle dà vita a Rex,
un partito che si ispira contemporaneamente a Maurras, l’animatore dell’ Action
Française e al giovane fascismo.Agisce mettendo in risalto tutte le corruzioni
della classe politica. “Contro tutti i partiti, contro tutti i corrotti !” è uno
degli slogan principali di Rex.“Rex è un movimento, ovvero una forza attiva che
traina una corrente d’idee. Rex è un movimento rivoluzionario. Rex è un
movimento popolare”.In contrasto acceso con i comunisti e i socialisti, Rex
predilige però la lotta ai capitalisti e ai pescicani.Si deve a Degrelle il
primo sciopero generale belga in difesa dei diritti dei lavoratori. La riuscita
dello sciopero venne assicurata dalla collaborazione tra classi e tra città e
campagne. I figli degli scioperanti furono infatti accolti e nutriti nelle
fattorie e nelle case borghesi mentre i padri, privi del ricatto quotidiano,
poterono continuare la battaglia fino alla vittoria.Il grande successo
elettorale di Rex provocò la santa alleanza fra monarchia, clero, sindacati,
partiti socialisti e comunisti, capitalisti.In questo quadro iniziava frattanto
la Seconda Guerra mondiale. Degrelle, in quanto simpatizzante dell’asse, fu
arrestato arbitrariamente e consegnato ai francesi che lo internarono nel
medesimo campo di concentramento nel quale si trovavano i reduci repubblicani
della guerra civile spagnola (anarchici e comunisti). In mezzo a questi nemici
naturali nessuno poteva scommettere un centesimo sull’incolumità del giovane
capo belga. Invece i prigionieri spagnoli solidarizzarono con lui.
Il Belgio occupato dai Tedeschi era destinato a scomparire nella Nuova Europa.
Per farlo sopravvivere Degrelle, liberato dal comando germanico, propose
l’entrata in guerra, sul fronte dell’est di una legione volontaria belga in
crociata contro il comunismo.Uomo d’azione più ancora che di apparato, Degrelle
parte volontario sul fronte come soldato semplice nella Divisione da lui creata,
la Waffen SS Wallonie, per la quale ottiene da Himmler il privilegio inconsueto
di un cappellano militare.
Sul fronte dell’est Degrelle si guadagna i gradi ascendendo fino a quello di
generale, ottenuto nella primavera del ‘45.
Guerriero di razza, Degrelle, in un solo drammatico giorno, nella radura di
Tcherkassi intraprende ben 17 corpi a corpo venendo ferito 3 volte. Hitler,
ammirato da tanto coraggio, lo fa prelevare da un aereo e lo ospita al Berghoff
per la convalescenza.“Se avessi un figlio vorrei che fosse come lei” gli dirà. A
guerra perduta Degrelle ripara in Spagna planando rovinosamente sulla spiaggia
basca per mancanza di carburante. Condannato a morte dal nuovo regime belga (che
gli assassina padre, madre e un fratello), Degrelle ottiene asilo politico in
Spagna. La sua richiesta alle autorità belghe di riaprire il processo, di
trasmetterlo pubblicamente e di consentirgli di presenziarvi in divisa di
generale SS viene rigettata. La sua condanna venuta in prescrizione, i Belgi la
riconfermano incostituzionalmente inventando un’apposita legge detta Lex
Degrelliana.
In tutto il dopoguerra Degrelle compie un’incessante azione di testimonianza non
nostalgica ma volta al futuro. Muore quasi novantenne il Venerdì Santo del 1994
in Spagna.
APPELLO AI GIOVANI EUROPEI
In esilio, l’8 agosto ‘92
Contro i buffoni democratici Anche noi avemmo l’età di 20 anni. Quei giorni non rinverdiranno più, pur vibrando i nostri animi ed i nostri cuori finora delle idee e degli slanci spirituali che ancora infiammano, indubbiamente, anche voi, giovani camerati nostri europei d’oggigiorno. Ferventi nazionalisti, noi sconvolgemmo – fin nel più intimo della sua coscienza – l’animo della nostra Patria, volendo recuperarla dai pantani politici, in cui stava soffocando, restituirle fiducia nella sua missione, rimettere ordine nelle sue istituzioni, ristabilire la giustizia sociale nel quadro di un’indissolubile collaborazione delle classi e realizzare soprattutto la rivoluzione degli animi che avrebbe liberato gli uomini del materialismo assillante. Nel giugno ‘41, poi, echeggiando le scampanate da un campanile all’altro, schioccò l’ora delle grandi possibilità europee. Soldato semplice prima, in seguito – caporale, sergente, ufficiale e poi Comandante la 28a Divisione Waffen SS Vallonia, come centinaia di migliaia di volontari del vecchio continente nostro, contribuii, sul fronte Est, alla creazione – inizialmente poco compresa, pur essendo inevitabile – d’un’Europa che avrebbe federato delle forze diverse, eppure reciprocamente complementari delle nostre Patrie, minacciate allora di morte dal comunismo sovietico, il quale sin dal 1917 accanitamente aspirava a far passare sotto il suo knut tutti i popoli del mondo intero.
Dapprima, certo, noi tutti, combattenti non tedeschi, eravamo molto differenti da un Paese all’altro: spagnoli, norvegesi, francesi, bosniaci, neerlandesi, estoni; le dure prove e le sofferenze sostenute, però, ci ravvicinarono rapidamente a vicenda, sigillando poi la nostra unità. Amicizia, ma diversità. L’Europa respirava in noi, e, passata la bufera, ciascuna delle nostre Patrie, fiera dell’onore riscosso dalle sue armi e del sacrificio offerto dai suoi morti, fece risplendere e magnificò la personalità del proprio popolo nel fascio delle nostre civilizzazioni riunite. Sconfitti e drappeggiando i tamburi, noi quell’Europa nostra nascente del ‘42, la vedemmo dopo il ‘45 raggrinzarsi nella banalità e mediocrità ed abbandonarsi perdutamente ad un furioso bisogno del godere, senza neanche indovinarne l’effimera fragilità. E ciò le offuscò l’animo, decomponendone le caratteristiche morali e spirituali. Domani va ricostituito il tutto. Questa devozione alle nostre Patrie e all’Europa che le federava, noi, vostri predecessori della Seconda Guerra Mondiale, la pagammo terribilmente cara: fummo trattati con le forche, incassammo mille colpi e conoscemmo i ruscelli d’amarezza; ci si mescolò col fango, si assassinò le persone a noi più care, ci si braccò ovunque con una rabbia demoniaca. Eppure la nostra fede è rimasta integra, e non solo: resistendo a tutto, non rimpiangiamo nulla. Malgrado che i nostri corpi siano invecchiati, se ritornasse l’occasione di rialzare le nostre bandiere, ripartiremmo senz’indugio, ubbidendo al richiamo del dovere con lo stesso vigore, lo stesso piacere e la stessa risoluzione mai sgretolati. Al presente, se ancora bisogna che morsichiamo le redini nel profondo d’un esilio tanto interminabile, quanto crudele, noi rimaniamo e rimarremo, cari camerati d’Europa, vostri compagni fino all’ultimo respiro nostro.
A dire il vero, neanche voi avete oggi la vita facile. In tutti i paesi,
infatti, i giudici indaffarati e servili, schiamazzanti e gloglottanti, vi
trottano alle calcagna – tutt’uno sventolio di sottogonne,– reinventando
quotidianamente il Codice civile e quello penale per scoprire –
democraticamente, ben certo! – dei nuovi pretesti che consentano d’ingabbiarvi
nei loro ergastoli e sopprimere con le ammende aggrovigliate coloro che non
accettino di baciare la pianta dei piedi di quella virago sacrosanta che è la
loro «democrazia» da minchioni. Tutto il sistema delle acrobazie del
parlamentarismo poggia, effettivamente, sul mantenimento dei rispettivi riti, e
centinaia di deputati in quella ladroneria dei minestrai elettorali vengono
eletti o rieletti, solo se appoggiati da una rastrellata preliminare di milioni,
centinaia di milioni, e a volte persino di miliardi, che assicurano la
sopravvivenza e l’imballaggio finanziario della loro macchineria elettorale. Le
folle ben sazie dell’andazzo credono sempre meno in tali pantalonate, in cui per
avere un uovo si deve dare un bue. Scovati nella loro tana, le greggi dei
politicanti, visibili dappertutto, sono ridotte allo stremo, dibattendosi sui
pruni. E si vota sempre meno, perché non ci si crede più da nessuna parte a
quelle strepitose promozioni con agganci giusti. Non si raglia più assieme ai
somari. Nei nuovi stati liberati dell’Est, in Polonia, p. es., la quale dovrebbe
ancora provare meraviglia per il regaluccio «democratico» del tutto recente, il
65% dell’elettorato non vi si è presentato per votare! Idem in Ungheria! Quanto
al Libano, gli elettori ci si sono dichiarati in sciopero! Nella Francia del ‘92
l’assetto ufficiale del governo è costituito solo dal 18% dei votanti, dai
socialisti, cioè.
Tali fratonzoli luminai buoni a nulla e dallo spirito a tracolla difendono con
un furore pressoché ridicolo il loro potere sempre più traballante. Ma osar
rinfacciargli direttamente nel muso, che le loro compagini governative sono
foderate di fatture fasulle e nutrite di estorsioni con la copertura del sangue
di emofiliaci e che nel Belgio, in particolare, un ex primo ministro socialista
di nome COOLS e dalle mani rapaci è stato fatto secco dal sicario d’uno dei suoi
colleghi ministeriali specializzato nei racket, vi costa seduta stante esser
considerato «criminale fascista». Far notare che i 9 decimi dei parlamentari,
ignoti e incapaci, non servono assolutamente a niente, se non ad intascare i
lauti guiderdoni, vi trasforma in un intollerabile guastafeste! Agli oppositori,
che denunciano la sterilità delle fandonie prodotte dalle assemblee di 300, 400
oppure 500 crani (il più spesso – vuoti!), gli s’impedisce ogni accesso
costruttivo alla TV, così come ai comizi di massa, ove potrebbero fornir lumi al
popolo fregato. Per difendere di fronte alle sciocche folle la propria verginità
democratica, i meschini intrigantelli del regime rivestono pomposamente i loro
tripponi con la sciarpa ufficiale rossa bianca e blu e radunano le orde dei
parassiti multirazziali e multicolore, affluiti alla rinfusa dai loro deserti
bruciacchiati!
E ovunque: negli ambiti politico, sociale, economico e morale,– c’è pandemonio;
stando alle ultime inchieste giornalistiche, infatti, il 68% dei francesi si
dichiarano schifati. Ogni paese è oppresso da imposte folli che smorzano
qualsiasi voglia di creare il nuovo. 20mila funzionari irresponsabili e
altezzosi, mai eletti da nessuno, incoronano della loro impotenza mezz’Europa –
quella tremolante e quella del Mercato Comune autocratico, sballottato nelle
crisi a ripetizione e soffocato per giunta dai reucci sindacali, i quali stanno
a maneggiare solo le petarde demagogiche. Non ci si produrrà mai altro che uova
covate. Da spaccamontagne, il Mercato Comune trascina pietosamente dietro alle
sue scemenze 16 milioni di disoccupati irrecuperabili. Voi, giovani ragazzi e
ragazze dell’Europa reale, volete sostituire questo sperpero e furfanteria
rovinosa con un’unione di stati sani sotto l’autorità d’un vero capo benamato,
rispettato e liberamente scelto dal popolo. Tale unione sarà socialmente giusta
e razzialmente protetta. Essa sola porrà fine alla dominazione arbitraria, agli
assalti da dragoni e battibecchi degli usurpatori, che non meritano neppure
l’acqua che bevono e che hanno approfittato della disfatta del ‘45 per fare i
rodomonti, mentire ogni giorno, inebetire i popoli e addomesticarli.
Ma toccare l’onnipotenza dei pascià «democratici», rimestando gli intrighi nei
loro panieri di chiocciole, vuol dire maneggiare la dinamite. E spesse volte ne
avrete piene le tasche, dovendo sfidare tanti scrocconi e parassiti. Ma ciò non
è d’ostacolo, bisogna esserci pronti, munirsi d’una costanza incrollabile e mai
commettere azioni riprovevoli. Il popolo ha da sapere, che i princípi della
nostra dottrina: responsabilità, tenacia, purezza e competenza d’un potere
forte, cooperazione intelligente delle classi, esaltazione delle virtù
fondamentali della società,– sono indispensabili. La vita vale, solo se è tesa
verso la perfezione e la grandezza. Noi crediamo nello splendore delle stelle.
La caccia all’uomo, che subite alla fine del nostro secolo, e le mordacchie, che
vi occorre mandar giù, noi – vostri predecessori – le abbiamo conosciute come
voi, o, può darsi, persino più di voi. Parecchie volte pure noi siamo stati
privati d’ogni uso delle libertà pubbliche, e il nostro coraggio poteva perdere
vigore. Così, mentre che un milione di belgi, p. es., sceglieva il rexismo, e
nel ‘36 sotto la mia bandiera 33 deputati e senatori venivano democraticamente
eletti al sufraggio universale, dal ‘36 al ‘40 noi non potemmo mai utilizzare
neanche una volta la radio ufficiale che era però a disposizione di tutti i
partiti, i quali bazzicavano la baraccaccia parlamentare! Sin da prima della
Seconda Guerra Mondiale tale era l’intolleranza imbecille e il lavaggio dei
cervelli nelle «democrazie»! E da allora eravamo degli appestati, in quanto
volevamo sostituire un regime corrotto, anarchico e rovinoso con uno stato
pulito, forte e popolare. Ed anche perché – oh massimo reato! – rifiutavamo
d’essere complici nello scatenare la Seconda Guerra Mondiale «inutile e
imbecille» (come lo diceva SPAAK), che i guerrafondai del marxismo e
dell’ebraismo mondiale, sostenuti da un ipercapitalismo apolide dagli appetiti
canini, imposero – per odio e fifa – all’Europa del settembre ‘39.
Quell’enorme guerra civile, dovemmo affrontarla soprattutto, quando, risoluto di
trasformarsi l’Europa insanguinata del ‘40–‘41 in un pasticcio prima scelta, il
comunismo si mosse verso i nostri paesi occidentali. Lottammo tenacemente,
offrendo – durante quegli anni terribili – la nostra giovinezza ed il nostro
sangue; conoscemmo il freddo, la fame e le interminabili sofferenze nelle
immense distese ghiacciate del fronte Est. Parecchi milioni dei nostri compagni
d’armi caddero, e migliaia degli altri – dopo tanti sacrifici – resistettero per
lunghi anni agli orrori delle prigioni in propria Patria. I farabutti della
birbantocrazia cosiddetta «democratica» parlano spesso ai creduloni delle
crudeltà di allora, prendendo, però, una grande cura di addossarle ai propri
avversari! Quanto alle crudeltà, è proprio l’URSS, alleata carinissima, che –
battendo tutti i primati – le perpetrò sin dal 1917 nei confronti di decine di
milioni di persone sul suo proprio territorio Gli inglesi, i primi arrivati al
di là dell’Oceano Atlantico, ed i nuovi americani venutici su – negli USA nuovi
fiammanti – vi ci fecero la mano, massacrando più di 4 milioni d’indiani
d’America (200mila sopravvissuti sui 5 milioni) al fine di estirpare quella
razza tramite un genocidio così enorme; e bollarono per giunta parecchi milioni
di neri, stampigliando sulla loro carne il marchio di schiavitù. Sempre loro in
Europa e Asia inaugurarono fra il ‘41 e il ‘45 la loro unica tattica della
guerra nel XXÿ secolo – terrorismo,– sterminando centinaia di migliaia di civili
coi propri bombardamenti elefantiaci di Amburgo, Colonia, Berlino, Dresda e poi
Hiroshima e Nagasaki. Erano sempre loro quelli che dopo l’8 maggio ‘45
consegnarono alla tirannide dei Soviet – per circa 50 anni – i 100 milioni dei
nostri compatrioti dell’Est! E ancora una volta furono proprio loro che fra il
‘45 e il ‘46 fecero perire di miseria e fame – nei propri campi nel terzo Reich
e in Francia – un milione di prigionieri tedeschi, mentre i depositi
statunitensi straripavano dei viveri lasciati deliberatamente inutilizzati. Sono
loro, infine, che dopo la guerra permisero che parecchi milioni di civili in
fuga – prussiani, slesiani, tedeschi, svedesi – fossero sterminati nel corso
d’una «purga razziale» terribilmente selvaggia! Gli statunitensi, gli inglesi e
i loro amici russi – recentemente rimbiancati con la lavatrice! – ben possono
denunciare il razzismo dei serbi che assassinano le popolazioni civili della
Croazia e della Bosnia per poter possedere dei nuovi territori «razzialmente
purgati»: ciò non è che una ripetizione matematica degli stermini perpetrati
dalle «democrazie» nel quadro del genocidio di oltre 4 milioni d’indiani in
America e poi – dopo la Seconda Guerra Mondiale – sui territori confiscati allo
stato tedesco! Al presente si sanno le orribili cifre: circa 2 milioni e 280mila
rifugiati del terzo Reich perirono sulle strade dell’esilio, morendo di fame o
assassinati dai sovietici e dai loro luogotenenti; altri 80mila furono dispersi;
più d’un milione di sopravvissuti furono deportati in Siberia. Questi fatti
abominevoli sono dettagliatamente descritti dallo storico Jacques de LAUNAY nel
suo celebre libro «Il gran crollo» /«La Grande Débâcle»/. E’ comprensibile che
nel ‘92 in Croazia e in Bosnia gli statunitensi e gli inglesi – intanto che i
russi stavano proprio rimpicciolendosi! – si sono opposti ai conquistatori
jugoslavi, ricorrendo a sole palinodie. E’ quello che facevano gli stessi serbi
e avevano fatto o lasciato fare i loro cari alleati sovietici – a parecchie
riprese e su vastissima scala! Quelle lacrime ipocrite, le versavano dei vecchi
coccodrilli. I serbi nel ‘92, svuotando della popolazione civile le terre da
loro invase, altro non erano che imitatori modesti! I loro maestri sono stati
STALIN, CHURCHILL e ROOSEVELT – maestri sterminatori della prima metà del XXÿ
secolo.
Guerre terroristiche e l’imperialismo statunitense E ancora, se le truppe
della Seconda Guerra Mondiale consistessero non di soli omicidi occasionali! Ma
dal ‘45 in poi si ha visto incessantemente riprodursi la tattica devastante
della guerra terroristica, dovunque l’imperialismo statunitense abbia voluto
imporsi. Così era nel Vietnam, con delle orde di donne e bambini, i quali, tutti
nudi e bruciati vivi col napalm, fuggivano lungo le autostrade! Oppure in Iraq,
ove 100mila o ben 200mila (non si sa, in effetti, quanti con esattezza!) civili
sono stati sistematicamente e senza rischio alcuno falciati dalle mostruose
raffiche terroristiche dei missili USA comandati dai computer! Come mai?... Per
conservare intatti tanto la macchineria medievale e razzista del paese barile
fabbricato poco fa dagli inglesi – il Kuwait, quanto gli emiri leccapiedi,
rapaci quanto grifoni, foderati di miliardi di dollari USA e detentori ufficiali
dei pozzi petroliferi sì cari ai gangster dell’ipercapitalismo statunitense –
carnefici e spillagrana eterni! Saddam HUSSEIN, capo incontestabilmente popolare
dell’Iraq, volendo recuperare quella provincia perduta dell’antica Mesopotamia e
gestendo, anzitutto, uno stato solido in una regione straricca di petrolio, agli
occhi dei capocci statunitensi era un seccatore da stanare, da sgozzare, da
tirar giù dalla pertica! Le provocazioni iniziavano in primavera ‘89.
Occorreva, poi, riuscire a raggirare Saddam HUSSEIN, spingendolo ad un
intervento che avrebbe fornito una parvenza di scusa per un’offensiva militare.
Certo che la creazione artificiale e di freschissima data (‘62) dello stato di
Kuwait fu inventata del tutto appositamente per mantenere sotto il controllo
angloamericano i pozzi petroliferi, da cui in quella regione il petrolio sgorga
in sovrabbondanza. La formazione di quel Kuwait fu escogitata altrettanto per
sbarrare l’accesso principale al petrolio iracheno dalla parte del golfo
Persico, dato che l’isola di Bouliban – principale ostacolo per le esportazioni
del petrolio iracheno – è posseduta appunto dal Kuwait. Nel ‘69 il Kuwait
accordò la cessione di quest’isola all’Iraq per 99 anni, ma un anno dopo il
Kuwait, ripreso dagli statunitensi e dagli inglesi ed in preda al timore, ne
fece disdetta. Conversando di questi problemi con Saddam HUSSEIN il 25 luglio
‘90 l’ambasciatore statunitense April GLAPPI appariva comprensibilissimo, come
se il ritorno iracheno nel Kuwait gli sembrasse assai normale, e Saddam HUSSEIN
allora credette che la tremenda campagna propagandistica mendace condotta in USA
contro di lui nei mesi precedenti, fosse stata smontata, ed è così che cadde nel
tranello diplomatico.
Sicché il 2 agosto seguente egli recuperava quasi liscio liscio senz’intoppo il Kuwait, il cui Emiro s’era gloriosamente messo i piedi in capo alla prima rotolata dei carri armati iracheni! Il caso, cioè, era abbastanza banale e simile a decine di quelli altri, accaduti precedentemente in terre arabe: nel Libano, parzialmente occupato dalle truppe israeliane, senza che nessuno le ricacciasse nel loro covo; in Giordania, alla Mecca, nello Yemen e pure in Siria, di cui erano state invase le Alture di Golan; senza scordare le terre degli Hashimiti! Ma stavolta Washington, trovando l’occasione tanto sognata di affermare in Oriente la propria supremazia, sbalordiva l’universo mondo con le stridenti urla. I barili di petrolio furono tenuti ben celati in retroscena: si sarebbe trattato, invece, di salvare la Libertà! il Diritto! la Civilizzazione! E chi è che non vi ci si sarebbe precipitato, udendo risuonare gli appelli di tanta virtù?... Ognuno su questa terra fu invitato a quell’hallalì, a cui accorsero i ficcanasi benintenzionati da tutte le latitudini, essendone i più zelanti proprio i rivali arabi – nella speranza di poter subentrare a Saddam HUSSEIN... in cambio dei dollari USA, beninteso! Nell’Egitto, affrettatosi d’accettare tal invito, BUSH annunciava la promessa di passare la spugna sui 7 milioni di dollari, dovuti agli USA da quel paese, se esso li avesse seguiti nell’impresa! Si correva l’estremo pericolo – delucidava Washington, intanto che a firma di W.SAFIRE l’«International Herald Tribune» arrivava persino ad affermare che da un momento all’altro su Nuova York, ci poteva cascare una bomba atomica di Saddam HUSSEIN!... Portataci nientemeno che dal diavolo stesso, sicurissimamente! Ed il 15 gennaio ‘92, allorché tutti erano pronti, si scatenò la carneficina della guerra: in alcuni giorni le spaventose armi del Sig. BUSH, mille volte superiori a quelle che avrebbe potuto mai procurarsi Saddam HUSSEIN, sterminarono migliaia di civili dappertutto in Iraq; il Kuwait fu ripreso quasi subito e senza ricorrere ai grandi combattimenti. Eppure, solo a malapena il Re d’Arabia Saudita ottenne allora dal suo compare statunitense nella ventura, che si fermasse il massacro, giacché era raggiunto l’obiettivo ufficiale ipocritamente proclamato in precedenza da BUSH sull’«International Herald Tribune», e cioè: «Il nostro scopo non è la conquista dell’Iraq, bensì la liberazione del Kuwait.
Tale liberazione rimise il Kuwait sotto la dominazione petrolifera degli USA,
lasciando quello stato fantasma impegolato nel Medioevo vero e proprio, come
prima. Ed essa fu ottenuta con una caterva d’armi terroristiche fornite dagli
USA in un’abbondanza inaudita, e solo per via di fare le folle bere le fregnacce
da sballo. La notizia menzognera più nefanda e abominevole spacciata agli
statunitensi era quella della balla dei bebè kuwaitiani. Su mille giornali fu
lanciata la comunicazione, destinata a sconvolgere migliaia di persone: in
Kuwait 300 bebè sarebbero stati tirati fuori dalle incubatrici ed assassinati!
Il 17 gennaio ‘91 la rete TV statunitense CNN /Cable News Network/ ne fece la
sua delizia; e tutta la stampa distillò la nuova in 7 milioni di copie: «La
descrizione delle truppe irachene che tirano fuori i bebè prematuri dalle
incubatrici ha disgustato la coscienza della comunità mondiale.» Esatto, e per
attribuirci un carattere ancora più mostruoso, BUSH ripeteva la storia dei
bambini belgi, a cui i tedeschi avrebbero troncato le mani durante la Prima
Guerra Mondiale. Dopo la vittoria degli alleati nel 1918 non si poté mai
dimostrare al pubblico pervaso dall’indignazione alcuna di tali presunte
vittime. – Per l’eccellente ragione che non ne era esistita una sola!
Nient’altro che lavaggio di cervello! BUSH confirmò la frottola, corredandola
persino di fronzoli in una nuova versione, sicchè la grande rivista francese «Identité»
– su cui abbondano i professori universitari ed i maestri della Sorbonne – dava
spazio a questa truffa nel suo N 16 del ‘92: «Lo stesso George BUSH ha dovuto
far eco al barbaro atto, dichiarando in Arabia Saudita: “I bebè venivano
strappati dalle incubatrici e scagliati per terra come legna da ardere”!»
Immagini terribili, destinate a preparare l’opinione pubblica occidentale alla
grande crociata a venire. Questo fatto che indignò «l’opinione pubblica
internazionale» servì pure di trama per un film e fu oggetto d’un rapporto dell’Amnesty
international.
Terminata la guerra, si ha appreso da una
missione dell’Organizzazione Mondiale della Salute guidata dal Dott.David CHIU,
che si trattasse d’una montatura orchestrata dalla ditta statunitense «HILL &
KNOWTON» di relazioni pubbliche ed ordinata dall’Emirato del Kuwait – contro un
ammontare di 60 milioni di franchi francesi! Come mai i bebè? – Siccome
bisognava «ottenere un effetto emozionale tale, che la gente approvasse le
risoluzioni dell’ONU». E furono fatti comparire anche i testimoni falsi e le
biografie fasulle, in particolare – la testimonianza straziante di una ragazza,
presentata come rifugiata e che in realtà era, invece, figlia dell’ambasciatore
del Kuwait negli USA! Qui si raggiungono i colmi dell’ignominia! (ved. «Identité»,
N __ del ‘92).
E furon fertili di risultati, tali prese per i fondelli, sicché Saddam HUSSEIN
fu battuto, ma solo parzialmente, al gran dispiacere del Sig. BUSH, il quale nel
novembre ‘92 senza avere scalpato il Sig. Saddam HUSSEIN, come se si trattasse
d’un SIOUX dei tempi beati, in cui i gloriosi antenati procedevano alle purghe
razziali in USA, non poteva mica presentarsi agli elettori statunitensi ancora
frastornati dal ricordo dei «300 bebè strappati dalle incubatrici» e «scagliati
per terra come legna da ardere». Facendo quaresima, il presidente statunitense
BUSH non si sognò sin dal ‘91, che di rifarsi del brutto affare. E nel ‘92 – di
nuovo – moltiplicò, cinicamente, i pretesti mirati a provocare un altro
conflitto. Dapprima innondò l’Iraq d’inquisitori delegati dell’ONU, i quali
pretendevano di far emergere da ogni buco quelle armi d’una potenza fantastica,
che venivano ascritte a Saddam HUSSEIN (mentre ne straripano gli USA!). BUSH
esigeva addirittura di scavarle negli scantinati del Ministero di Agricoltura
iracheno, e i reperti videro la luce del sole, ma erano solo cavoli e patate! Le
centinaia di schizzinosi inquirenti dell’ONU conclusero, alla fine, le ben 14
ispezioni draconiane, affirmando ufficialmente nel rapporto finale da loro
redatto, che le ricerche non avevano reso nulla e che non gli risultava
esistente alcuna prova di installazioni militari. E neanche rintracciarono il
famoso cannone lungo 2 chilometri e destinato, senz’ombra di dubbio, a far
stornare al Sig. BUSH le palle da golf o sbalestrare il suo monopattino
fuoristrada. Rimasta la bichilometrica bombarda occulta agli occhi del mondo
dopo un anno di inchieste accanite, al Sig. BUSH, gli occorreva escogitare
un’altra scusa, e lo divenne l’affare degli sciiti...
Tali sciiti appartengono a un clan religioso, diverso dai sunniti, i quali sono
musulmani ortodossi. Il tutto, d’altronde, è intricatissimo, scomponendosi gli
sciiti in 6 sette differenti e i sunniti – in 4. A 10mila chilometri di
distanza, gretto, meschino e ignaro completamente delle traversie
politico–religiose degli iracheni, BUSH ritenne scaltrissimo da parte sua
inviare dai curdi nell’Iraq Settentrionale e dagli sciiti nell’Iraq Meridionale
– alla vigilia della guerra del Kuwait – gli agenti CIA per sobillare queste
minorità contro il sunnita Saddam HUSSEIN, intendendo di rovesciare quest’ultimo
in quattro e quattr’otto e spezzarne il paese in 3 semistaterelli. Sin dal
lancio del suo primo missile nel ‘91 BUSH aspettò, dunque, una rivolta
simultanea. In realtà, invece, i curdi e gli sciiti s’agitarono pochissimo. In
barba alla doppia trappola e alla distruzione del suo territorio, Saddam HUSSEIN
da una barca di guai così neri, se la cavò benone. I curdi del Nord rimasero con
un palmo di naso di fronte ai turchi – i loro nemici mortali, ben decisi di
stritolarli un bel giorno; e quanto agli sciiti del Sud scatenati dagli agenti
provocatori yankee, erano di nuovo impantanati, sguazzando da soli nelle
spugnose paludi di Bassorah.
In piena guerra questo duplice tradimento doveva avere, evidentemente, delle
conseguenze sul terreno: furono, infatti, arrestati alcuni capoccioni sciiti;
uno di loro – si affermava – sarebbe stato impiccato. Triste, ma abbastanza
comprensibile. Era ad ogni modo affare politico–religioso interno di uno stato,
e riguardava solo il medesimo. Comunque, se sevizie ci furono, eran 100 volte
meno severe del trattamento che i finti vincitori francesi e belgi – alleati
degli statunitensi – fecero subire nel ‘44 e nel ‘45 a centinaia di migliaia di
«collaboratori» trucidati in massa o interminabilmente incarcerati (a Bruxelles
il mio Capo dello Stato Maggiore della Divisione Wallonie, ufficiale d’una
correttezza esemplare, figlio e nipote dei Ministri della Guerra, languì in
galera per 17 anni!). Nell’Iraq Meridionale durante la Guerra del Golfo
l’ayatollah Abolkassem KHOEI – per istigazione degli emissari statunitensi – ci
costituì un Consiglio provvisorio che avrebbe dovuto sostituire
l’Amministrazione centrale, e alla resa dei conti la propria collaborazione, la
poté ripagare con la fune di canapa che gli orlò la barba arrossata all’henna.
Ma aveva 92 anni, si ritrovò meramente dentro una «residenza sorvegliata» e non
gli doverono mancare cure o premure speciali: gli si procurò addirittura uno
stimolatore cardiaco! Saziatosi degli anni, il sant’uomo ha finito poco fa col
rendere tranquillamente all’Iddio di Maometto la sua bell’anima particolarmente
pugnace e battagliera. A paragonare ciò con l’ignominia che nel ‘45 in Francia
conobbe il suo equivalente, glorioso Maresciallo d’Armata PÉTAIN, diventato –
sull’isola del Re – il più vecchio ergastolano del mondo all’età di 95 anni! Chi
mai sentì parlare, all’epoca, d’una qualsiasi portaerei statunitense che
minacciosamente venisse ad incrociare in prossimità di quell’ergastolo francese?
E a bersagliare con raffiche dei suoi aerei il carcere del più illustre
vincitore della Prima Guerra Mondiale? Ahimè, sciita non fu il Maresciallo
d’Armata PÉTAIN! Da mezzosecolo oramai il corpo suo è in attesa d’essere
trasferito in terra di Verdun – fra i suoi soldati. Ma guarda caso, a Bassorah,
non ci schizza mica fuori il petrolio dell’isola del Re!
Piantati in asso nel ‘91, quegli sciiti, dunque, sarebbero dovuti risuscitare
nel ‘92. Per mesi e mesi la stampa e la radiotelevisione ne avevano parlato
pochissimo, e neanche si sapeva che fine mai avessero fatto, ma poi di botto
furon fatti rispuntare a colpi di titoloni in bellissima vista.
Dopo che nel ‘91 aveva fatto cilecca la conquista finale dell’Iraq, e nella primavera e nell’estate ‘92, poi, l’orco Saddam HUSSEIN, presunto occultatore del bichilometrico cannone, fu messo al bando, tutto d’un tratto riemersero a galla i turbanti sciiti, agitati in un batter d’occhio sia in America che in Europa dai cacciabubbole che subissarono di sprecati fuochi d’artificio gli schermi blu mondiali. In effetti, al Sig. BUSH, gli premeva, costi quel che costa, migliorare la propria misera graduatoria elettorale, riesumando il malfattore HUSSEIN ora ridipinto per l’occasione da antisciita! Ed in pochi giorni il Sig. BUSH si rivelò ardente alfiere e paladino dei suoi amiconi sciiti di vecchia data, tanto speditamente mandati nel dimenticatoio nel ‘91! Perché mai, gran Dio, lanciarsi in quella bolgia? Ed intanto che neppure uno statunitense su mille avrebbe potuto fare i nomi delle sette in opposizione ai sunniti e agli sciiti! Poc’importa! A fine agosto ‘92 in alcuni giorni la portaerei statunitense «Independance», fu fiondata in fretta e furia nel profondo del golfo Persico – coi suoi 70 aerei da bombardamento, i quali scorrazzarono per lungo e per traverso l’Iraq sciita e furono poco dopo sostituiti coi Mirage 2000 e Tornados inviati con urgenza dai francesi e inglesi, i vassalli più docili di tutti. Che pagliacciata! Ci s’immaginerebbe, forse, una flotta aerea statunitense sorvolare la Francia repubblicana ai tempi, in cui il Sig. COMBES scacciava dal suo paese migliaia di religiosi e religiose cattolici indigesti al suo anticlericalismo? Ma nell’Iraq del ‘92 – in nome della sacrosanta protezione d’una setta quasi a tutti ignota – gli aerei statunitensi, inglesi e francesi sfrecciavano incessantemente nel cielo, andando in cerca d’un qualche incidente militare che avrebbe consentito di scatenare un nuovo eccidio terroristico! Volevano ad ogni prezzo stanare quell’eretico di Saddam HUSSEIN dal suo covo e falciargli l’erba sotto i piedi! Ansiosi anche di strozzare definitivamente l’Iraq, tagliandogli ogni accesso petrolifero al golfo Persico, feudo oramai degli USA. E Saddam HUSSEIN, ben conscio del fatto, che la lotta sarebbe stata impari e le sue truppe e il suo popolo sarebbero stati stritolati, si mordeva la lingua e dava il tempo al tempo. Ma che pensare, invece, d’un capo di stato, il quale, accorgendosi che l’elettorato sta abbandonandolo, si scaglia in un’insana smargiassata terroristica nell’Iraq Meridionale per poter barattare le consistenti cataste di cadaveri arabi contro qualche magro voto in più a Chicago o Arkansas? Ecco chi è colui che a tal fine risuscita le furiose guerre religiose del XVIÿ secolo punteggiato dai Carli IX e Caterine de’ Medici con un ammiraglio De COLIGNY che rispunta campeggiando sormontato dal turbante sciita! E ciò a rischio di scandalizzare fino all’esasperazione centinaia di milioni di sunniti in Asia e in Africa, o far insorgere – non si sa mai – un conflitto internazionale di un’ampiezza ancor più grande, spingendo gli arabi devoti alla propria fede di nuovo dalla parte dei loro fratelli spirituali dell’Iraq, da cui si distaccarono momentaneamente nel ‘91 sotto le pressioni di BUSH e compagnia bella!
Giusto al contrario, nel ‘92 in piena Europa, quando bisognava por fine alle
liquidazioni razziste di parecchi milioni di bosniaci diseredati, per scalogna,
di nafta: «Neanche un casco blu statunitense,– rifaceva il Sig. BUSH con
un’impassibilità da beccamorti! – sarebbe inviato in soccorso di Sarajevo» –
come se i caschi blu ad altro non sarebbero serviti, che a proteggere i percorsi
degli autocarri della Croce Rossa carichi di approvvigionamenti umanitari! Col
materiale terroristico unico al mondo in possesso agli statunitensi, gli
agressori serbi – tanto falsi leoni, quanto miseri di armi sofisticate –
sarebbero stati probabilissimamente spazzati via in men che non si dica. Da non
scordare che nel maggio ‘41 coi mezzi di gran lunga più scarsi HITLER mandò a
fondo l’intera Jugoslavia in soli 10 giorni, dopo che il figlio di CHURCHILL e
la spia statunitense DONOVAN avevano ordito contro di lui a Belgrado un colpo di
stato particolarmente perfido (a quell’epoca là gli USA non erano neanche in
guerra!). Ma stavolta – davanti al dramma bosniaco – il Sig. BUSH, con una
sufficienza pressoché ostentata, diceva seccamente: No! La Bosnia non è
interessante né dal punto di vista finanziario, né da quello elettorale.
Risultato: la si ha condannata a morire. Ed essa non se la caverà. Al contrario,
i cadaveri iracheni e, soprattutto, la liquidazione fisica di Saddam HUSSEIN
avrebbero aiutato di molto la propaganda elettorale – e la sciabola fu súbito
sguainata! Facendo lo spaccone e gonfiando le piume, impugnato il ferro della
vendetta, il Sig. BUSH colmava l’aria delle strombettate! Da fine agosto ‘92 i
bombardieri volavano attraverso tutto l’Iraq del Sud a getto continuo 24 ore su
24! «Magari – diceva BUSH tra sé e sé – Saddam HUSSEIN opponesse resistenza! E
che si potesse colpire forte di nuovo! Un tantinello di sangue iracheno sulle
schede elettorali non farebbe affatto male nelle malsicure elezioni novembrine!»
Mai nella storia dell’universo si conobbe un’ipocrisia dalle smorfiacce simili.
Nel ‘92 da Sarajevo a Bassorah, in spire terroristiche ci si sarebbe dispiegato
tutt’un giuoco maligno di rinunce algidamente interessate e dei più marci
compromessi spudoratamente religioso–petroliferi!.
Ci siamo: qui la putredine del mondo attuale. Prima legge: il volgare
profitto materiale. Poi il disordine, l’impotenza e l’ipocrisia degli stati. – E
se sia immorale! L’orizzonte dell’economia è ovunque invaso da ondate d’incubi
neri. Sul piano internazionale le fregature s’accoppiano ai ragionacchiamenti
sornioni. 20 «Trattati di pace» finti sono stati violati – ogni volta – la
stessa identica sera del giorno della stipulazione! Centinaia di scrocconi
diplomatici che dilapidano milioni in favolose spese di rappresentanza e ci si
pavoneggiano davanti ai fiutoni della TV, con milioni di spettatori impotenti
che – di fronte a questi rigiri striscianti – stralunano gli occhi grandi come
saliere. Neppure l’ombra d’un programma per ripescare 300 milioni di russi in
perdizione! Di fronte all’insolenza sicura degli aggressori serbi l’impantanarsi
dell’Europa che va sguazzando nel fango è totale. I caschi blu si dánno da fare,
convogliando i camion con le vettovaglie e, a volte, dandosela a gambe! Ognuno
sa perfettamente che la Bosnia è spacciata e che i tre quarti ne sono già
occupati dai serbi, i quali la svuoteranno dei suoi abitanti e non cederanno mai
una spanna del terreno conquistato e «razzialmente purgato»! Perché mai ci
s’arrabatterebbero? Lo sanno che, se le democrazie si turbano di tempo in tempo
– è unicamente per salvare le apparenze e rassicurare i babbei! E si riuniranno
solennemente 100 volte, dandosi appuntamenti per le trattative, di cui si sa
benissimo che non ne uscirà fuori assolutamene nulla. E firmeranno dei papiri
pesanti e pretenziosi, annullati prima ancora che siano levati i cappucci delle
stilografiche. Questo è tutto, e nell’esecuzione di quel pietoso carnevale, non
ci si andrà oltre. E’ proprio così. Quello che vi si ha costruito nel ‘45, è
codesto mondo odierno, ipocrita, impotente e buffonesco in mezzo alla vera
tragedia; è proprio esso, trasudante l’inutilità e nocivo, che voi, giovani
europei d’oggigiorno, siete in punto di dover abbattere.
Europa nella meschinità La democrazia, il cui sfacelo vediamo a occhio, è
anarchia, sono strade malridotte e con buche, è filibusteria.
Centinaia di avventurieri, retori, dementi infestati di ignoranza, appollaiatisi sugli strapuntini parlamentari e ministeriali, fanno coccodè e la ruota, agitando il vento. Gli stati se la sbarcano, trascinandosi di una bufera in un’altra. I bilanci precipitano a rotoloni in fondo ai baratri spalancati come crateri vulcanici. I debiti nazionali non si calcolano più in milioni, bensì in miliardi, portati via come i granelli di sabbia che segnano i margini dei mari immensi. Pure il crollo dei princípi è del tutto impressionante: l’uomo non ci crede più in un bel niente, tranne che nel quattrino e in null’altro che in quattrino – il Buddha, a cui tutto torna e da cui tutto dipende. L’ideale non è, che uno scherzo! ¡Quiero vivir! – commentano gli spagnoli. Desidero vivere! In effetti, sul suolo che si sgretola ovunque, non ci si vedon più che gambe all’aria. Lo strombazzamento dei sassofoni sta ritmando il crollo, crollo delle nazioni, crollo della morale, crollo del divino e dell’umano. E il tutto – in un’euforia che ciascuno considera reale. La vita – lo sentite voi – fa il bum! E la società! E gli stati ci hanno il naso che sciaguatta nella meschinità.
In mezzo a questo casino, l’Europa amministrativa, detta Mercato Comune, sulle
zampettine di tartaruga è subentrata all’Europa unificata dalle nostre battaglie
e s’è accampata a Bruxelles. Priva di faccia, è, anzitutto, un conglomerato,
un’accozzaglia di circa 20mila funzionari onnipotenti, bilancivori variopinti
dai privilegi materiali crescenti a getto continuo. Non li ha eletti alcuna
comunità popolare. E’ un congresso di capi ufficio. In tutto quest’affare la
democrazia non è che una bolla incolore e inconsistente che alla minima corrente
d’aria si spegne e svanisce. Una volta divinizzata, la Democrazia in questo fine
secolo ventesimo altro non è, che uno specchietto per le allodole. I partiti
politici – rossi, bianchi, gialli o verdi, di sinistra, centristi o di destra
che siano – sono tutti uguali e identici nella propria strepitosa inutilità.
Erano persino incapaci – dovunque fosse – di stroncare o meramente attenuare la
disoccupazione – problema sociale elementare. Al contrario, l’hanno accresciuta
favolosamente. Nella loro Europa nana del Mercato Comune ogni anno un milione, 2
milioni di disoccupati in più – sopratutto giovani – agganciano la loro miseria
agli attaccapanni dell’economia in fallimento. Gli stati schiacciano le
popolazioni – quelle che ancora lavorano! – con le stangate fiscali da
sterminio, divorando coi loro sperperi la metà – o più d’una metà – dei frutti
della fatica d’ogni artefice audace. Gli stessi partiti cosiddetti
«democratici», i quali avrebbero dovuto elaborare una soluzione economica per
combattere la miseria in quel terzo mondo che loro medesimi nella loro
liberazione bacchettata del ‘45 progettarono come un sacco della spazzatura,
sono stati ugualmente impotenti d’affrontare l’invasione multirazziale di massa
d’enormi contingenti cenciosi delle popolazioni straniere che per colpa propria
hanno perso la bussola, straripando ora tutti i parapetti sociali.
E per soprammercato, codesti liquidatori politici sono tremendamente corrotti –
sia per necessità elettorale (in fase nazionale un’elezione – con tutto il suo
schiamazzo pubblicitario – costa delle fortune!), sia per bulimia personale o
familiare (le consorti, uscite spesse volte da un bel niente e rapidamente
abituatesi alle automobili di servizio e ai viaggi gratis et amore a Los Angeles
e Tokyo, non vorrebbero mica tornare a far le portinaie o domestiche a
giornata!). Anche i politici sguazzano nei marci maneggi, fatture di gentilezza
e bustarelle, spillando gli interessi da rapina su contratti di stato, forniture
ufficiali, opere pubbliche e su tutte le operazioni, alle quali gli
intrallazzoni d’influenza possono allacciarci le loro venali pompe di
aspirazione. Sicchè negli elettori – lo possono constatare tutti – i politici
altro non suscitano, che un’estenuazione da morire, e in parecchi – una
crescente ripugnanza addirittura. Sorgesse domani, in Europa o nelle sterminate
distese russe, un riformatore d’ingegno, il quale, scopa in pugno, sapesse
proporre alle masse un vero e proprio programma economico–sociale di salute
popolare! Allora le mafie pseudodemocratiche vedrebbero spazzare speditamente
via il loro pullulamento viscoso di onischi sazi! A quest’ora la democrazia sta
sopravvivendo ancora se stessa – valga quel che vale,– solo perché al momento
c’è penuria di becchini!.
Dal ‘45 a questa parte lo scacco dato alla democrazia è stato totale: in
politica, economia, morale e in vita sociale. E tutto ciò – giusto nel momento,
in cui, mezzorovinata e strozzata dalle ambizioni mondiali degli statunitensi
che sono pazzi della loro riuscita momentanea, l’Europa sotto pena di perire
dovrà far fronte su tutti i campi ad impegni ineluttabili. Il mondo comunista,
insensato sin dall’inizio (nel 1917), in quanto basato sulla lotta suicida delle
classi, con una selvatichezza delirante ha fatto massacrare decine di milioni di
ricalcitranti. Per fortuna, dal ‘42 a questa parte l’ordine europeo ha sempre
messo in fuga i Soviet – dal Golfo Finnico fino alle vette dei picchi caucasici.
Da allora ben 20 popoli dell’Est sono riusciti a farsi salvare senza
l’imbecillità criminale degli americani di ROOSEVELT che subissavano STALIN di
materiale bellico altamente distruttivo. Le bande alleate, infatti, non solo
consentirono a questo tiranno di vincere la Seconda Guerra Mondiale, ma da
regalo inaudito gli consegnarono per giunta – nel maggio ‘45 – tutt’Europa Est,
e bisognò attendere pressoché un mezzosecolo affinché gli schiavi di Varsavia,
Praga, Bucarest, Sofia e dietro a loro in seguito tutti i popoli della Russia
riuscissero da sé stessi ad ottenere libertà, senza che un solo governo
«democratico» dell’Ovest li avesse aiutati in checchessia a far saltare le loro
garrotte.
Ed ora si tratta di ristabilire ordine in quel favoloso campo di rovine.
Soltanto per riassestare la Germania Est, fra l’89 e il ‘92 la Germania Ovest
s’è dissanguata dandosi fondo alle vene: da rifare era tutto, gli obsoleti
stabilimenti inquinanti l’ambiente ed allestiti dai Soviet, appestavano l’aria;
le loro macchine vetuste erano incapaci di sostenere alcuna concorrenza moderna.
Si ha dovuto demolire ogni cosa e trovare migliaia di ricostruttori privati non
sprovvisti d’audacia, mentre che nel frattempo le masse operaie, ridotte alla
disoccupazione nel corso degli anni della ricostruzione, ora potrebbero
sussistere fisicamente solo grazie alle indennità che raggiungono delle somme
astronomiche. Si badi soprattutto che l’operaio della Germania Est,
disinteressato lungo i 50 anni per ogni iniziativa personale e ucciso in nuce
dall’egualitarismo sovietico, ha perso quell’antico gusto di lavoro ben fatto
alla maniera tedesca che il lassismo comunista e l’assenza di qualsiasi
incentivazione avevano scioccamente dilapidato. E’ tutt’un tessuto sociale,
quello che andrebbe riordinato, come se prima non fosse mai esistito – un’opera
immane. La Germania Ovest, però, ridiventata opulentissima e intraprendentissima,
a quest’opera da giganti, ci ha dedicato tutte le proprie forze, facendo
valorosamente fronte alla prova molto, ma molto difficile, ragion per cui dovrà
ancora faticare per anni sudando sette camicie, prima che avrà reso vitalità e
dinamismo a quella Germania Est che è stata totalmente snaturata dopo il ‘45 per
l’aberrazione staliniana e che gli Alleati medesimi avevano messo su alla fine
delle ostilità.
Ciononostante, la Germania Est è stato il paese meno arretrato fra quelli
dominati dall’URSS, rappresentando, al tempo stesso, non appena una ventesima
parte di essi (19 milioni d’abitanti sui 400 milioni!). Chi, quando e come si
assumerà l’incarico di rimettere in piedi i restanti 19 ventesimi, completamente
scardinati ed in preda all’incoerenza? Quindi, se non li si salva rapidamente e
con un’efficienza tutt’esemplare, saranno sommersi dall’anarchia... Ed
allora?... Li ne tireranno fuori gli USA? Proprio coloro, cioè, che durante la
Seconda Guerra Mondiale in maniera così sostanziale aiutavano STALIN ad
affondarli?... Ma se loro stessi sono in piena crisi economica, e nello scarso
sforzo mondiale volto a prestar aiuto ai popoli della Russia nel ‘91 la
partecipazione statunitense ha inciso del solo 3%, il che é quasi
insignificante! Gli USA, costituendo la nazione più materializzata sulla Terra,
per assicurarsi le ricchezze petrolifere del Kuwait – sì che hanno mobilizzato
gli uomini e il denaro di tutt’il mondo, ma quello era un investimento, e mica
un’opera filantropica. Caso mai, li indurrebbe nella tentazione, forse, il
petrolio siberiano – nell’interesse dei megaprofitti del loro ipercapitalismo
USA dai denti di pescecane e per la massima gloria del loro nuovo «ordine
mondiale»? O che sarà così? Ad ogni modo, l’ex URSS non significa solo petrolio,
essendoci lì non unicamente dei barili da riempire, ma anche ben 300 milioni
d’esseri umani da sfamare e richiamare in vita.
Ed è, davvero, l’Europa, proprio quell’Europa vacillante d’oggigiorno, che avrà
da fare l’essenziale, lo voglia o no. Abbiamo, dunque, visto che il ristauro
dell’URSS in rovine rappresenterebbe uno sforzo almeno 20 volte superiore a
quello che attualmente sta facendo la Germania Occidentale. Quest’ultima a tal
fine ha dovuto svuotare le proprie casse. Potrà, forse, riempirle e rovesciarle
20 volte di più per risuscitare economicamente e industrialmente il gigantesco
spazio russo del tutto indispensabile per un’Europa forte? E al di fuori della
Germania, chi? La Francia diffidente – e ben la si capisce – è perennemente
attaccata ai propri quattrini, e già esita d’accogliere un pugno di rifugiati
croati e bosniaci, intanto che la Germania – malgrado tutte le sue
preoccupazioni – ne ha accolti, con una generosità criticata, più di 200mila!
Allora, ripescherebbe domani 300 milioni di bancarotti dell’Est?... Gli
inglesi?... Questi qui ci hanno le pieghe dei pantaloni impeccabili, gli
ombrelli rigidi come bastoni dei bovari e le loro donne portano i cappelli
infioccati di nastri e maestosi come i transatlantici. A parte ciò, i loro
portafogli sono gualdrappati di elastici! D’altronde, precipitano solennemente
rotolon rotoloni pure loro, dopo che CHURCHILL, sborniandosi e scoreggiando, ha
svenduto il loro impero nel ‘45... Chi altro, a prima vista, avrebbe voglia di
darsi da fare? sopratutto, di «sborsare»? Si moltiplicano le conferenze
schiamazzanti a più non posso, che non partoriscono mai altro che embrioni.
La collaborazione finanziaria coi russi frastornati è consistita tuttora solo in mancette, scucite obtorto collo dai rastrellaquattrini ad un GORBACIOV e un ELTSIN, i quali trottavano, frugando per vari Paesi, la scoppola nella mano tesa...
I miliardi della droga e il futuro della Russia E poi?... Viene da domandarsi,
se sarà il gigantesco consorzio della droga – uno dei più potenti al mondo –
quello che in fin dei conti prenderà in mano le enormi terre intorpidite dell’ex
URSS... Di primo acchito potrebbe sembrare bizzarro, però non lo è affatto. La
mafia mondiale degli stupefacenti possiede miliardi di dollari provenienti da
mille gigantesche frodi e stende i suoi tentacoli dappertutto. Se ne troncano
alcuni di qua e di là, ma senza ottenere risultati molto significanti.
Cionondimeno, attualmente sia in Occidente che in America la mafia si sente
braccata: si sorvegliano le banche, il lavaggio del denaro olezzante ed i
trafficanti che saltano un po’ troppo agli occhi. Non si ha impedito,
sicuramente, che la droga diventi una delle industrie più ricche e fruttuose
dell’universo mondo, né che tale industria abbia fatto guadagnare, quest’anno,
più denaro di non importa quale gruppo industriale. Eppure, dopo assestato un
certo numero di colpi contro di essa in Occidente e negli USA, nell’ambito
europeo dei marci maneggi della droga, ci s’è imposta una certa prudenza. E’
allora, esattamente, che la mafia degli stupefacenti ha scoperto le immense
possibilità nuove nella Russia devastata. La legge del libero mercato, concessa
ai russi, ha facilitato il traffico delle droghe, dette «leggere», di cui i
raccolti vi coprono 35 volte più spazio che nel Marocco, il quale, però, da solo
e in maniera pericolosissima rifornisce l’intera Europa. I confini della nuova
unità russa passano vicino a tutt’una serie di paesi produttori di droghe
pesanti, particolarmente – presso l’Afghanistan, che ne è il più importante
fornitore nel mondo. Essendo stati una volta tali traffici più o meno
sorvegliati, ora invece le frontiere orientali altro non sono, che un colabrodo,
e permettono la penetrazione all’interno della Russia – vuol dire verso la mafia
– degli stock di droghe pesanti di una mole inimmaginabile mai prima. La mafia
internazionale che non sapeva più dove investire ancora le proprie montagne di
miliardi ha così in un anno individuato il paese della cuccagna, il quale –
contro i suoi angelici, anzi archiangelici assegni – le forniva
contemporaneamente un campo di manovre, la mercanzia e le reti nuove di zecca
per espandersi verso l’Occidente.
In tal modo, quei marci capitali sono in punto di provvedere l’ex URSS di una
parte sostanziale dei miliardi che la sua risurrezione esige e che tutte le
democrazie le rifiutano – gentilmente, beninteso,– ma con un egoismo e una
mancanza di visione politica sorprendenti. Codesta fase è oramai superata. Di
recente, solo alcuni mesi fa, la mafia s’è resa conto che questo rifugio immenso
e quasi invulnerabile potrebbe consentirle di fabbricare oltre alle droghe
naturali, pure quelle chimiche, di gran lunga più mortifere. Numerosi
stabilimenti sovietici sono dismessi, e migliaia di ingegneri e scienziati,
avendo perso la loro condizione precedente ed essendo cacciati nella miseria più
nera, dovevano lasciarsi tentare. Gli si offrivano delle laute ricompense – a
coloro, cioè, che nel miglior dei casi mai guadagnavano più dell’equivalente di
7 dollari USA al mese (nell’agosto ‘92 il rublo valse 205 volte meno d’un
dollaro USA), e parecchi si sono lasciati imbrogliare e ci han ceduto. In Russia
l’industria delle droghe chimiche sta per assumere delle dimensioni favolose.
Essa vizia la gioventù russa che viene già sospinta dalla miseria verso le
evasioni pericolose e che la TV alla moda nuova, piena zeppa dei film
statunitensi imperniati sulla violenza e sulla droga sta intossicando
tragicamente. Il traffico è andato molto più lontano – verso la Polonia, ove
contaminava già gravemente la popolazione, e verso la Cechia. Da lì, in un anno
o due, è passato in Germania, e poi – in tutt’Europa. Quest’ultima nutriva una
vaga speranza di poter contenere le masse degli stupefacenti provenienti
dall’America e dall’Africa, malgrado che la mafia impiegasse tutti i sotterfugi
per camuffarli, presentandoli alle frontiere persino sotto forma di finti legumi
secchi color naturale. Ma i democratici occidentali – e gli USA – forniscono per
niente alla mafia un formidabile trampolino nuovo, lasciandola sostituirsi –
nell’ambito finanziario – all’Europa in Russia, ed in tal modo le droghe di
origine vegetale e chimica provenienti dall’Est potranno prossimamente
sommergerli tutti.
Un particolare supplementare: approfittandosi dell’abandono in cui permangono le
vaste distese intorno alla Centrale elettronucleare di Cernobyl, pure là le
piantagioni di papavero hanno alzato i loro fiori della morte, essendo, però,
smisuratamente enormi, simili ai grandi garofani allargati che s’innalzano sugli
steli alti un metro e mezzo.
Si badi, che questi terreni danneggiati da emanazioni d’origine nucleare sono impregnate delle sostanze radioattive, le quali favoriscono in maniera sensazionale la crescita di tali garofani di papavero dalle misure del tutto abnormi! Ho visto le foto di queste piante gigantesche. E’ tremendo. La droga arrivata da Cernobyl produrrebbe nel mondo le scelleratezze supplementari che andranno ad aggiungersi a tutte le altre? Si conosce la mafia mondiale degli stupefacenti, le sue possibilità pressoché illimitate, la forza della sua organizzazione segreta e il cinismo dei suoi crimini. E voi, giovani d’Europa, n’eravate la preda, già attesa in agguato da quei trafficanti di sciagure, i quali in seguito al fallimento comunista stanno per disporre d’un potenziale produttivo straordinario. Un domani la Russia e il suo prolungamento – l’Europa – sono sul punto di conoscere un boia nuovo che succederà a LENIN e a STALIN appena rovesciati. Chi – fra tutti i nostri paesi stremati – avrebbe mai supposto l’apparizione di un tale concorrente: la Russia, addirittura, che ha subíto uno scacco ed è affamata e pronta a tutto? Invece è qui, mentre altri concorrenti non ci sono. Tale è la verità e la minaccia terribile per il futuro prossimo – una in più...
Aspettando senza decidere niente, l’Europa si disonora, impantanata com’è da 2
anni a questa parte e sguazzando nel fango della putrefazione russa e sui
Balcani convulsi, e sia nel primo che nel secondo caso è riuscita a fare una
pietosa cagata. Gli USA agganciano i propri missili alle stive degli aerei spia
dell’«Independance» e schierano centinaia di cacciabombardieri in Arabia Saudita
nella ferma intenzione d’ottenere – costi quel che costa – una risposta che gli
consentirebbe di concludere vittoriosamente la loro guerra terroristica nel
golfo Persico! Da non scordare che, spingendo forzatamente la via del petrolio
fino a Bassorah, BUSH renderà un giorno o un altro accessibili al integralismo
isdraeliano i vasti spazi del Nilo–Eufrate, a cui i loro profeti hanno sempre
sognato, sicché quest’avventura di Bassorah risulta estremamente allettante. Per
cattivarsi definitivamente – oltre all’elettorato avverso a Saddam HUSSEIN –
pure quell’ebraico, talvolta reticente, BUSH non ha esitato a prorogare un
avallo finanziario fantastico di 10 miliardi di dollari USA all’Israele, nel
contempo più d’una volta condannata dall’ONU per le sue spedizioni brigantesche
in Palestina, a Jaffa, nel Libano e in Siria. Già prima dell’avallo recente dei
10 miliardi di dollari USA un israeliano riceveva ogni anno dagli Stati Uniti un
sussidio 300 volte superiore a quello d’un africano! C’è da domandarsi, di quale
paese sarebbe presidente il Sig. BUSH in futuro: quello degli USA? Dell’Israele?
O di tuttedue insieme?...
I bosniaci e i croati vengono sterminati a mitragliate dai serbi. 2 milioni e
500mila uomini, donne e bambini sono scacciati dal loro suol natio. L’Israele,
invece, è grossa e grassa, luccicante come un vitello d’oro: per le lobbies
ebraiche negli USA, gli conta solo quello! Gli ebrei della Russia vogliono
sfuggire l’ex URSS, prendendo rotta verso la messianica Israele. Nel ‘92 si sono
visti stanziare dagli USA 10 volte più dollari USA che non ne hanno ricevuti i
400 milioni di abitanti dei vari popoli della Russia e dell’Est messi insieme!
Questi ultimi, invece, aspetteranno in vano che nel quadro dell’«ordine
mondiale» del Sig. BUSH s’intraprenda a tirarli fuori dal disastro! Costui ha
altre gatte da pelare, altri bidoni di petrolio da riempire e altri ebrei da
coccolare. Nella Casa Bianca, allo sportello degli iracheni e dei bosniaci, c’è
attaccato un gran cartello: «CLOSED»! Chiuso! Voler penetrare oltre vuol dire
avere la certezza di farsi rompere il naso. Europei, non insistete: qui l’affare
è regolato una volta per tutte.
La potenza dell’Asia e il dramma dell’Africa Completamente sprofondati
nella gran bassezza da noi descritta, i mestieranti dell’Europa Est e di quella
Ovest, così come i predatori degli USA (continuasse o meno quella zucca del Sig.
BUSH a rigirare per la Casa Bianca come in un vaso d’aceto) sin da ora hanno da
affrontare all’estero le consistenti forze nuove che con molta probabilità
daranno loro un fastidio mortale nel corso del prossimo secolo. In effetti, il
XXIÿ sarà, anzitutto, il secolo dell’Oceano Pacifico. E non solo quello del
Giappone, Corea, Taiwan, Hong–Kong e Singapore, fertili di espedienti e già in
piena fioritura, bensì pure il secolo d’un milione e mezzo di cinesi operosi e
sobri, portatori – nel proprio intelletto – della sintesi di parechi millenni
d’anni di altissima civilizzazione. Sviati sotto MAO per 50 anni di marxismo, i
cinesi hanno ricominciato molto saggiamente, riscuotendo successi dapprima nella
loro modernizzazione economica, invece di fare stoltamente – come dei GORBACIOV
e degli ELTSIN – una rivoluzione politica, automaticamente condannata al fiasco,
in quanto era già svanita l’essenza stessa di questi paesi e poiché in
sostituzione del comunismo si offrivano loro soltanto dei modelli desueti,
corrotti e falliti già dappertutto. I cinesi hanno agito al contrario di Mosca,
ricostruendo l’economia prima di giocare ai riformatori politici, inventando dei
metodi avanzati, come l’avevan fatto i giapponesi, e creando – come questi
ultimi – una solidarietà sociale che raddoppia tanto il rendimento del
lavoratore, quanto quello dell’industriale. Risultato: una volta
ristrutturatisi, i cinesi entro 25 anni potranno raggiungere con le proprie
vaste schiere la massa dei 2 miliardi degli asiatici tenaci e in possesso della
tecnica più avanzata del mondo. E tutti insieme faranno sorgere la loro
ricchissima unità di fronte ad un’Europa delle «democrazie», scarsamente
congiunta oppure disgiunta e cinque volte meno numerosa, dal sangue depravato
dall’AIDS e incancrenita da milioni di insoliti neoarrivati che fuggono
dall’Africa o s’infiltrano dall’Est. Tale Europa sarà svuotata per giunta del
senso morale, d’un ideale sociale e di confidenza in sé stessa. E non avrà più
peso.
Malgrado tutto, non possiamo mica impigrirci
scioccamente nel nostro vermicaio europeo; dobbiamo trarre le lezioni: quelle
della digestione pertinace, delle scoperte tecniche e dei modi sociali tanto
efficienti del mondo giallo. E il tutto – sotto pena di perire...politicamente
squilibrati?
Slittando nella propria stridente bulimia, gli USA (pure essi, finalmente,
dissanguati smorti dai deficit astronomici) regali, non ne faranno, se i
medesimi non frutteranno. Ma che cosa mai potrebbero fruttare? Lasceranno alle
ex colonie alcuni scarti agricoli comunemente invendibili – tutte storie per
salvare le apparenze,– e subito dopo il rubinetto si richiuderà. Presa per la
gola dai suoi propri problemi, l’Europa non fuorvierà esageratamente – essa non
più – su quelle distese immense, prossimamente desolate. La Croce Rossa, i
medici volontari e quelle poche forniture caotiche di ranci da sopravvivenza per
il 2 o il 3% degli africani bisognosi non saranno che dei miseri pannicelli
caldi somministrati sulle ossa sezionate. Ed in ciò di nuovo si vede, quale è
stata la follia dei vincitori nel ‘45, che alla cieca gettavano un quarto
dell’umanità nell’abisso. Russia, Asia ed Africa: problemi giganteschi, che il
6% degli europei dovrà affrontare durante tutto il secolo prossimo.
Il passato e la felicità Il passato è stato liquidato sotto i nostri
propri occhi. anni fa il mondo operaio, pur malpagato, godeva d’una certa
stabilità. Non c’erano splendide banche ad ogni 30 metri delle viuzze popolari,
ma le modeste economie di carattere quasi generale assicuravano parecchia
serenità. In quanto al contadino, col suo grano, cavoli, olive, carote e maiali
più o meno se la cavava benone e si recava al suo campo, canterellando un antico
ritornello, in groppa al suo ciuccio dalle orecchie drizzate come megafoni. Fu
l’Europa dei campi, di quelli puri e semplici, nido e sussistenza della vita.
Nella Prima Guerra Mondiale più della metà dei morti «caduti per la Francia» o
«caduti per la Germania» furono contadini. E ciò non è quasi più credibile.
Eppure era proprio così: più del 50%. Attualmente nelle campagne, i villani
rimanenti ci fanno il 7% della popolazione. E anche questo è provvisorio: fra
poco in tutt’Europa non ce ne sarà più del 5% o del 4%. E saranno minacciati per
giunta d’essere sommersi di immense eccedenze statunitensi a prezzi ribassati.
Le popolazioni rurali rappresentando un peso sempre crescente per gli stati, non
potranno più sussistere in Europa, che a colpi di sovvenzioni, le quali incidono
soltanto del 60% degli aiuti accordati dai cassieri del Mercato Comune. Gli
agricoltori fanno oggi negli Stati Uniti solo il 3% della popolazione.
E si tratta, inoltre, di un ceto contadino incrinato che s’è industrializzato quasi del tutto e ce la fa a tirare avanti materialmente unicamente a forza di tostare, macinare, triturare o surgelare i prodotti, i quali vengono ottenuti in fretta dalle catene di produzione e per via della speculazione, hanno perso il loro sapore e sono imballati in plastica bell’e luccicante, buona solo ad adescare gli acquirenti. Prima della Seconda Guerra Mondiale il mondo dell’agricoltura costituiva l’essenza stessa dei popoli europei, i quali curavano con uno zelo geloso la bellezza e la qualità dei podotti dei loro raccolti – dei veri capolvori di pazienza, intanto che a ora, invece, si sentono sommersi dal mercantilismo statunitense. Dal canto suo, il lavoratore delle città è stato trasformato in un complemento imperfetto della macchina che lavora meglio di lui, più veloce di lui e prende spesso il suo posto. Acquistare una macchina supermoderna significa poter impiegare il 50% di operai in meno, vuol dire creare il 50% di disoccupati in più. La macchina sarà l’inumana padrona del XXIÿ secolo.
Prevedendo un licenziamento sempre possibile del lavoratore, in migliaia di
focolari familiari è stato necessario raddoppiare la capacità di sopravvivenza,
mettendo all’opera la donna, perché il suo salario serva di compensazione nel
caso, se quello dell’uomo venisse un giorno a mancare. Da qui il disordine nei
rapporti intimi: la stanchezza delle coppie, la noia di fronte ai lavori
domestici, scontri d’incomprensione fra i caratteri estenuati, divorzi e bambini
ogni volta meno numerosi ed affidati agli anonimi asili nido. Eppure a tutti i
piccini è necessaria la tenerezza – alimento insostituibile per l’equilibrio
infantile. Il costante utilizzo, d’altronde, dei supermercati, diventati un
indispensabile complemento dei focolari a doppio introito e dei bimbi
declassati, ha eliminato quell’essenziale elemento stabilizzante della società,
il quale è rappresentato dai milioni di imprese commerciali di modeste
dimensioni, annunciando la scomparsa delle classi medie. Lo stato è divenuto il
mostro finanziario del mondo contemporaneo che gratta a grandi rastrellate una
parte d’anno in anno maggiore degli utili famigliari, spesso artificiosi, ma
cionondimeno faticosamente acquisiti, anche se un qualunque sussulto economico
può improvvisamente spiaccicarli. L’umanità si crede libera; ma in che cosa lo
è? – L’ipercapitalismo domina la società. E’ una nuova forma di schiavitù, di
cui le dorature non celano per nulla la crudeltà. Un tempo un povero – se povero
era – poteva più o meno reggere al colpo, e ci bastava ben poco. Oggigiorno,
invece, l’implacabile asprezza della vita moderna coi suoi consumi esasperati e
spese in continuo incremento soggioga o soffoca un diseredato. L’uomo
intimamente onesto finisce per essere ritenuto un sempliciotto, prendendoci il
sopravvento colui che è il più maligno, il massimo faccendiere, il meno
scrupoloso. E se i soldi mancano, si prendono in prestito, ben al di là delle
proprie possibilità e col rischio di venir tiranneggiati – messo il coltello
alla gola – dai propri creditori. Per i 9 decimi delle famiglie le carte di
credito sono diventate dei passaporti falsi per il tranello teso dalla
ricchezza, la quale ci sfugge ogni volta, sicché si vuole sempre acchiapparla di
nuovo.
Un giovane non capisce neppure che un tempo si poteva vivere altrimenti.
Teoricamente la vita moderna è, ben certo, più agiata di una volta, ma – solo
per alcuni: essa respinge, infatti, all’inferno i popoli interi non evoluti.
Quanto alla maggioranza degli uomini e donne che lavorano sodo, sono ricchi solo
del denaro, il quale svanisce e gli scappa fra le dita, dileguandosi come
l’acqua sotto l’arena.L’uomo moderno si sposta dentro milioni di
automobili–ripostiglio che gli dánno l’illusione di evadere dalla realtà, ma le
vie così percorse ci traviano: le città più sovrappopolate sono appestate
dall’asfalto, mentre l’aria ci sporca i polmoni ed insozza il sangue, e nei
nostri viali rumorosi, gli ultimi uccellini ci fuggono dagli alberi pure
contraddistinti dal fogliame stinto. Dappertutto gli stabilimenti buttano in
alto i fumi nerastri inquinanti e sempre più asfissianti. Nel secolo prossimo,
poi, ci saranno delle fabbriche piazzate persino nei più slontanati campi di
riso o di manioca nel Laos, dai manciù e in Polinesia. L’immenso scompiglio
umano si sta precipitando da ogni parte, come un flusso acqueo puzzolente e
rancido, e la natura stessa è diventata rondine dalle ale floscie. Di fronte
alle difficoltà quasi sovrumane che attendono l’ingresso dell’Europa nel XXIÿ
secolo c’è da chiedersi, se esse saranno almeno alleviate dalle nuove scoperte,
le quali potrebbero offrire dei mezzi straordinari per reagirci?... – Quesito
capitale!.
Scoperte moderne O che salveranno tutto le scoperte moderne? I progressi
scientifici del mondo contemporaneo sono spesso veramente stupendi. Ma il loro
splendore non nasconderà mica le loro deficienze? Grazie alle trovate nei campi
genetico e farmaceutico delle ricerche scientifiche contemporanee e alla loro
diffusione su scala mondiale, si vive più a lungo. Le donne che – si sa – non
muoiono mai, adesso hanno superato l’età media di 80 anni. E adorano essere
prese per delle pastorelle irrequiete, il che è maraviglioso! Ma chi è che
pagherà le pensioni a codesti milioni di intrepide ottuagenarie? E quelle degli
uomini che fra poco vorranno far altrettanto? E i milioni di tonnellate di
medicamenti supplementari che questi paralitici, bronchitici e storpi, tutta
questa gente dalle voci tremanti reclameranno in coro presso la Previdenza
sociale?... E le migliaia di stabili, in cui alloggiare quelle vecchiaie
prolungate? E i divertimenti, i viaggi che occorrerà organizzare per poter
ornare di sogni romantici i cervelli indeboliti ed i corpi barcollanti?... In
futuro gli stati, schiacciati sotto i loro oneri attuali, dovranno affrontare i
detti pesi addizionali che raddoppieranno il fardello, sotto cui i governi
stanno già crollando. In carenza delle nascite, per alimentare tali fondi di
anzianità incessantemente prorogata, sfondati come la botte delle Danaidi, sarà
disponibile non più di’una metà dei lavoratori contribuenti alla Previdenza
sociale. Allora, ci risiamo: da dove mai gli stati attingeranno quei benedetti
miliardi per gli indistruttibili anziani e anziane?...
I ricercatori stanno a lambiccarsi il cervello, escogitando centinaia di altre
meraviglie e cospargendo di stelle l’ombra. E’ vero. Si è arrivati, p. es., a
raddoppiare la produzione del latte. Risultato: gli statunitensi lo gettano nei
fiumi! E gli europei hanno dovuto stoccare nei propri frigoriferi del Mercato
Comune un miliardo di chili di burro invendibile! Altrove, nel contempo,
centinaia di migliaia di donne e ragazzini muoiono di fame e sete – in un mondo,
in cui gli aerei giungono da Parigi a Tokyo in poche ore, ma un barattolo di
latte in polvere o una coppa di yogurt ci metteranno un anno per arrivare oppure
per non arrivare, addirittura, nei paesi che soffrono la fame! E sovente non ci
si ritrova più: in Russia si fa il caffè di mattoni, i quali nel Brasile si
fanno di caffè! Degli altri inventori hanno consentito di stimolare forzatamente
la crescita dell’onesto bestiame d’ogni specie in maniera tale da raggiungerne
il massimo sviluppo in tempi dimezzati. Risultato: non si sa più dove mai
cacciare tanta di quella carne sanguinolenta, e ci s’azzuffa alle frontiere per
dar assalto ed appiccare fuoco ai mezzimontoni e mezzimaiali, dei quali gli
inglesi e i danesi non sanno più che farne!
A forza di astuzie, intelligenza e passione per le novità s’è riusciti a fare
della TV una vera meraviglia. Risultato ancora: le folle rimangono incollate ai
piccoli schermi per 3 ore e mezzo giornalmente, finendo col perdere
completamente la bussola – alla mercé di non importa quali malelingue o
qualunque ciancicone. Le demenze più sconcertanti, loro, incantati, le bevono
tutte ed in linea con varie balle, cavolate ed affabulazioni così profuse
prendono decisioni in merito alle proprie sorti e a quelle altrui, incapaci più
di pensare e mai più essendo guidati dalle proprie idee, bensì dalle immagini,
reiterate, spesso allucinanti e quasi sempre deleterie per la personalità dello
spettatore. minuti della TV esercitano mille volte maggior impatto che cento
studi obiettivi di scienziati o esperti, i quali a gran fatica raggiungerebbero
2 o 3 migliaia di lettori, mentre un damerino sul piccolo schermo avrà
pacificamente 2 o 3 milioni di telespettatori beati e conquistati sin da prima
delle sue baggianate.
La TV è la grande avvelenatrice del secolo. Basta che certi annunciatori siano
sistemati ai posti chiave da alcune personalità politiche ben piazzate o dai
manipolatori della grana che fanno i giocolieri di miliardi, regolando
l’esistenza dei teleprogrmmi,– e codesti elargitori d’abbracci creano l’opinione
pubblica, dominandola e tormentandola. In virtù di quale diritto?... Che cosa
resta della «democrazia» alla fine d’una tale fregatura delle folle messe nel
sacco? Zero! I pasticcieri del microfono e quelli al di sopra di loro dettano
legge, l’unica legge, diventando questo spadroneggiamento di giorno in giorno
più soffocante.
Gli uomini schizzano come frecce verso la Luna, il Nettuno e il Giove – come se
si andasse a Lourdes o a Sestrières. L’energia nucleare è capace di sviluppare
migliaia di bolidi di fuoco scintillanti e lampeggianti – fra i deserti
dell’Arizona, i ghiacci della Siberia e le sabbie petrolifere del Kuweit! Mille
scoperte sbalorditive pongono così il mondo, gli affari e i focolari familiari a
portata d’ogni ricercatore o d’ogni molestatore.
E il bilancio?
Si va avanti?
Si è più felici?
Oppure la felicità sta degradando? Ultimamente al confine messico–statunitense
si ha constatato che in un solo anno 28 operaie d’una fabbrica di cosmetici
avevano partorito 28 neonati privi del cervello! Sarebbero dei fatti
occasionali? Contraccolpi d’invenzioni valutate male? Ad ogni modo, 28 madri
desolate hanno potuto per alcune ore cullare fra le braccia dei pupi amorfi, di
cui il cervello era stato risucchiato dalle invenzioni mostruose o prodigiose!
Senza dubbio alcuno, il mondo a venire poggerà su di un enorme punto
interrogativo.
Malgrado tutto, un giovane deve ammettere senza vani rincrescimenti questo mondo
nuovo così com’è: con le sue magagne, ma anche con ciò che si può ottenere di
entusiasmante – con questi orizzonti estesi all’infinito, questi sport spesso
distorti dall’uso delle droghe, ma ripristinati tramite le norme disciplinari e
gli sforzi armonici dell’emulazione, con queste possibilità di acquisire
cognizioni nuove grazie ai viaggi e – con la sua cultura più esatta e più
estesa, anche se a volte bofonchia nello scompiglio e nell’assurdo. I
riformatori d’ingegno s’arrampicheranno sul carro del XXIÿ secolo, senza
impedire, però, che gli enormi problemi d’ordine economico–sociale assillino il
mondo già sommerso dalle complicazioni politiche, sociali e razziali. Se
l’Europa vuol sopravvivere, dovrà superare queste complicazioni, costi quel che
costa: tale è la sfida d’oggigiorno, una sfida tutta cruda che spaventa i deboli
e deve stimolare, invece, i cuori dei forti. Una sfida che rileva non solo le
circostanze d’un giorno o d’un tempo, bensì s’estende a tutto ciò che è di più
intimo e di più costante in fondo all’essere umano, quale che esso sia. Se
HITLER riscendesse un domani nello Walhall e riapparisse sbadatamente nella
Cancelleria del terzo Reich, dovrebbe sicuramente ricorrere a concetti e metodi
nuovi, trasformando profondamente la propria opera creativa. Non riprenderebbe,
infatti, tutti i vecchi progetti insabbiatisi in mezzo alla strada, ma pur
mantenendo fermamente i suoi princípi, li modellerebbe secondo le necessità
dell’attualità. Le sue visioni sul problema dell’agricoltura, o sulla
collaborazione delle donne nell’ambito della vita pubblica, o sull’ecologia – di
cui egli fu il vero fondatore nel ‘33,– e sulla ripartizione razziale dei
popoli, e persino sul riordinamento planetario delle ricchezze subirebbero,
senza dubbio alcuno, dei ritocchi o persino delle realizzazioni diverse da
quelle che hanno marcato la prima metà del XXÿ secolo.
Rendere agli animi una vita spirituale Sarebbero poche le restanti
probabilità di salvare la posta in gioco europea?... Il gioco è incalzante,
esatto. Eppure sussistono cento motivi per lottare e sperare, e una ferrea
volontà val più di mille impotenze. Nel ‘40 un REYNAUD, primo ministro
chicchiriante della Francia «democratica», pavoneggiandosi, esclamava: «Noi
vinciamo, poiché siamo i più forti.» Un mese più tardi attraverso tutto
l’Occidente le democrazie al gran completo crollavano come i castelli di carte!
REYNAUD, imbarazzato, fuggiva (con 29 chili d’oro) fino ai Pirenei, ove ebbe un
incidente per colpa d’una roccia malcapitata! La vicenda era andata male! Il
buonuomo DEMOS rimase fuori combattimento! I suoi conti furono regolati in
qualche settimana. Si vede che tutto può cadere, ma un uomo di vero carattere è
capace di ripristinare tutto. Per operare l’innovazione dei tempi futuri, basta
solo che le volontà siano tese verso un potente sforzo dell’innovazione
materiale. E non è che sia malata unicamente l’economia mondiale o l’ordinamento
politico della società: è l’universo morale dei popoli che è colpito e
intossicato da una folle corsa verso le comodità, apparentemente piacevoli,
eppure spesso tragicamente devastanti. L’essere umano della nostra epoca s’è
lasciato sfuggire i mille anni del cristianesimo e di religiosità: ciascheduno
ha voluto «vivere» e godersi in sovrabbondanza gli agi e le piacevolezze, e
senza neanche rendersene conto, è diventato schiavo delle gioie mediocri,
limitate ad un benessere superficiale. E ci si muove soltanto radenti al suolo.
Come si fa a restituire una vita spirituale alle anime pressoché spente, in cui
la fiamma più non sale, smorzata com’è sotto le ceneri che poco a poco si rendon
fredde? Chi è che la rianimerà? Chi è che su codesti carboncelli, divenuti di
color terra, farà soffiarci l’ispirazione, da cui scaturirà il fuoco spirituale?
Senza di esso, invece, sarebbe perso tutto. Occorre che la donazione, la
generosità, l’amore per gli uomini, la volontà di dare e il sacro fervore di un
ideale straripante di verità rinnovino la vita interiore di ciascun essere. Il
cuore dell’uomo non è soltanto un ricettacolo per dei godimenti passeggeri: è un
giardino incantato coi suoi colori e profumi. Il cuore dell’uomo desidera
elevarsi attraverso il confuso sottobosco dell’esistenza. Rivoluzione politica?
– Sì! Rivoluzione tecnico–economica? – Sì! Quella sociale? – Sì! Ma dominando
l’esistenza dei suoi effluvi, e soprattutto – una rivoluzione delle anime! La
felicità non è che un sottoprodotto di discoteca. L’uomo deve ridiventare,
anzitutto, essere spirituale, teso verso tutto ciò che innalza e nobilita: se
no, quantunque gradevole sia la decorazione, la vita risulta solo una
mangiatoia, in cui ci si sazia e l’essenziale non esiste più.
Secolo delle élite .
L’anima c’è.
E c’è pure intelligenza. Una rivoluzione non si fa a colpi di spacconate, e meno
ancora a colpi di vacue ingiunzioni dal fracasso di latta. Qualsiasi rivoluzione
che arricchisce è frutto d’una lunga preparazione intellettuale. Quello futuro,
sarà più che mai un secolo delle élite e del coordinamento delle loro scoperte:
saranno i migliori, i più capaci – e solo loro – a coinvolgere, a dirigere e a
mutare la società. E’ finito il tempo, in cui l’essere umano poteva preparare il
proprio slancio nel lassismo, faciloneria, ignoranza e pigrizia. L’operaio dovrà
cessare lui stesso d’essere un manovale ignorante, come lo è stato troppo a
lungo. A forza del lavoro e della preparazione mentale dovrà trasformarsi in un
tecnico altamente qualificato. Le industrie moderne – e costosissime –
assumeranno soltanto dei collaboratori ben scelti. Domani non ci sarà più posto
per i mediocri, i quali andranno a raggiungere l’enorme lupanare degli
scansafatiche e parassiti spacciati, chiuso ad ogni avvenire. Nel secolo
prossimo, a forza di fatica, costanza, elasticità dello spirito e potenza del
carattere bisognerà che v’innalziate al livello intellettuale e alle conoscenze
tecniche che marcheranno con la loro indelebile impronta i futuri condottieri
d’uomini e di popoli. Che i giovani si mettano bene in testa che è proprio in
quella misura, in cui lavorerà il loro cervello e s’amplieranno le loro
cognizioni tecniche ed in cui loro stessi diventeranno parte organica
dell’élite, che potranno riuscire nell’innovazione della società.
I tempi nuovi prenderanno a zampillare a mano a mano che voi, giovani ragazzi e
ragazze del XXI° secolo, già accampati alle nostre porte, v’impegnerete – coi
metodi e idee nuove, ma anche con un ideale ardente, come quello dei vostri
predecessori dei tempi eroici,– ad adempiere il grandioso compito del
rinnovamento della società sbandata. Giovani camerati d’Europa, ora spetta a
voi. Siate pronti – materialmente, ben certo, ma soprattutto spiritualmente e
intellettualmente – agli scontri più duri, compiendo la vostra avanzata
illuminata dall’animo ed essendo disposti a tutti i sacrifici, coi cervelli
perfettamente nutriti e ordinati ed i corpi forti. Allora, quantunque aspra sia
la lotta, le solide braccia vostre potranno innalzare sui vostri scudi quella
vittoria che i deboloni hanno creduto oramai divenuta inaccessibile.
Solo coloro che hanno fede sfidano e rovesciano il destino! Credeteci! E
lottate!
Il mondo, lo si perde o lo si prende! Prendetelo!
Nel deserto umano, in cui belano tanti montoni, siateci leoni !
Forti come loro! E come loro intrepidi!
E che v’aiuti l’Iddio!
Salve, camerati!
Léon DEGRELLE
Agosto 1992.
TRATTO DA:
Asociación de Amigos de Léon Degrelle.
Asociación Cultural “Amigos de Léon Degrelle” Apartado de Correos n° 5.024 - 28080 Madrid - España. Presidenta de Honor: Dª Jenne Marie Brevet (viuda de Léon Degrelle) Presidente: D. José Luis Jerez Riesco. Autorización del ministerio de justicia n°160.621 del 22 Marzo 1996.
Difusiones Léon Degrelle 2000. email: degrelle2000@mixmail.com