![]() |
LA PRIMAVERA DI PRAGA: ANNO 1968 |
| LA TESTIMONIANZA | |
| JAN PALACH: MARTIRE DELLA RIVOLTA |
Trentacinque anni fa quattromila carri armati sovietici puntavano sulla capitale cecoslovacca per stroncare il tentativo di riforme di Dubcek. Nel silenzio e nelle critiche della stampa dell’Urss, il ricordo di quei giorni.
Praga 1968, l'invasione.
La radio divulgava un «manifesto» che metteva in discussione le fondamenta del
regime sovietico E intanto sulla «Pravda» si continuava a scrivere di sovranità
limitata.
Nella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968 quattromila carri armati sovietici,
varcata la frontiera con la Cecoslovacchia, puntavano su Praga per stroncare il
tentativo di Alexander Dubcek di riformare il sistema comunista ed instaurare,
come dicevano, un «socialismo dal volto umano». I corrispondenti occidentali a
Mosca, da ferragosto, erano quasi tutti in ferie. Dal mese di luglio, invero,
tirava un'aria brutta. Già la definizione di «socialismo dal volto umano»
supponeva che i socialismi sin qui realizzati sul modello e per imposizione
dello «Stato-guida», l'URSS, avevano facce disumane.
E poi sulla Pravda, le Izvestia e gli altri giornali sovietici le notizie da Praga erano poche mentre i giudizi critici sulla situazione cecoslovacca erano, invece, pressoché quotidiani. In particolare si rimproveravano i «compagni cecoslovacchi» di avere trascurato i criteri orientativi del marxismo leninismo perdendo, così, la «funzione dirigente del partito» di fronte ad una «controrivoluzione» alimentata dai «revanscisti» tedeschi. Gli amici russi rimettevano in circolo una nota storiella dissidente che giocava sul nome dei due grandi quotidiani ufficiali. Pravda che significa «verità», Izvestia che significa «notizie». Abbiamo la Pravda senza izvestia (notizie) e le Izvestia senza pravda (verità), sorridevano. Per raccogliere qualche informazione, a tarda sera, ascoltavamo Radio Praga che era diretta da un collega molto noto e stimato da quelle parti, Jiri Pelikan. Per più di un mese, tra notizie e verità ondeggianti, la radio divulgava il "manifesto delle duemila parole" sottoscritto da intellettuali che mettevano in discussione le fondamenta stesse del regime. Sulla "Pravda", invece, si ricordava che, nell'ambito dell'«internazionalismo proletario», ciascun paese socialista doveva essere conscio di avere una «sovranità limitata». Per chi aveva seguito, da cronista, l'invasione dell'Ungheria nel 1956, erano annunci di tempesta. Poi la notizia, in qualche modo rassic urante, che i sovietici con in testa Brejnev ed i cecoslovacchi, con in testa Svoboda (presidente della repubblica) e Dubcek (segretario del partito), si erano incontrati a Cierna Nad Tisou, una piccola stazione cecoslovacca alla frontiera con l'URSS.

Il comunicato finale parlava di franchezza, sincerità e mutua comprensione, il che non era del tutto consolante perché, nel linguaggio "fra compagni", franchezza e sincerità voleva dire che se l'erano dette di tutti i colori. E Brejnev, tutte le sere, riprendeva il treno per non dormire in territorio controrivoluzionario. Come che sia, con mia moglie, confidando in quella fase di distensione, decidemmo di prenderci qualche giorno di vacanza per visitare Leningrado dove c'era un nostro amico, Nikolai, segretario laico del Metropolita di San Pietroburgo Nicodemo. Nikolai frequentava la nostra casa, a Mosca, s'interessava dei documenti del Concilio e voleva sapere tutto su Paolo VI da quando gli avevo regalato il libro dei dialoghi di Jean Guitton. Chissà se mi vorrete ricevere ancora a casa, ci disse, temo che, fra poco, faremo cose brutte. Lo tranquillizzammo. Né tu, né il tuo metropolita farete mai cose brutte. Per il resto staremo a vedere. Tornammo a casa nella notte tra il 20 e il 21 agosto. «Ti ha cercato Emilio Rossi» ci dissero Angela e Francesco, i nostri figli che, per adempiere al dovere, non erano ancora andati a letto. Detti un'occhiata all'agenzia Tass che ticchettava, come al solito, in un angolo della cucina. Notizia urgente. L'ambasciatore della Mongolia ricevuto al Cremlino. Niente di grave. Avrei chiamato Emilio Rossi l'indomani di buona mattina. Poi uno scrupolo. La voce amica e severa di Emilio. «Che cosa ci puoi dire, da Mosca, dei carri armati sovietici che stanno raggiungendo Praga?». Niente, non posso dire niente. A Mosca la notizia «non c'è».
Vano un giro
notturno di telefonate. Nessuno sa niente. Anzi, per il Telegiornale, la notizia
è proprio questa. A Mosca non si sa niente. Verrò a sapere c he, per via della
solerzia di Emilio Rossi, ho saputo per primo la «cosa brutta» della
Cecoslovacchia. Persino prima di Luigi Longo, segretario del PCI, in vacanza da
qualche parte in Russia. Vani i tentativi dei colleghi de "L'Unità". «Il
compagno Longo ha una certa età, non possiamo svegliarlo a quest'ora di notte»
rispondono i custodi della privacy sovietica. Niente, naturalmente, sui giornali
dell'indomani. Niente per due giorni mentre tutto il mondo ne parla. Infine, il
terzo giorno, una motivazione: «Le forze del patto di Varsavia sono entrate in
Cecoslovacchia per recare un aiuto fraterno ai dirigenti comunisti cecoslovacchi
su loro richiesta». Chiedo al funzionario che tiene i rapporti con i
giornalisti. Quali sono i dirigenti cecoslovacchi che hanno chiesto l'aiuto
fraterno dei sovietici? Non lo posso dire, è una notizia riservata. Allora mi
diverto. «Se non mi date qualche nome, al prossimo telegiornale dirò che siete
intervenuti in base ad una lettera anonima». «Lei, come sa, è libero di dire
quel che vuole purché sia la verità», risponde. E mi accorgo che si diverte
anche lui. Ride, sotto sotto, anche l'arcigno censore. Così andavano le cose
trentacinque anni or sono.
Di Vittorio Citterich
Tratto da
www.db.avvenire.it
LA PRIMAVERA DI PRAGA: ANNO 1968
Alla fine della seconda guerra mondiale, la Cecoslovacchia entrò a far parte della sfera d’influenza dell’URSS. In passato era stata una reale democrazia parlamentare, con garanzie civili per le minoranze etniche che la componevano, come i tedeschi e gli ungheresi, contraddistinta inoltre da un’economia abbastanza forte. Dopo il “Colpo di Praga” del 1948, e dunque l’inserimento nel sistema sovietico, l’economia venne pianificata e centralizzata. Politicamente, cresce il ruolo del Partito Comunista Cecoslovacco (K.S.C.) a scapito delle opposizioni, anche le antiche libertà di stampa, con l’introduzione della censura e le garanzie alle minoranze etniche vengono abolite: si assiste all’espulsione di tedeschi ed ungheresi, nonché alla confisca delle loro proprietà.
Dalla metà degli anni ’60 si assiste all’inizio di un processo riformatore che indusse, ad esempio, alla riabilitazione delle vittime dei grandi processi e ad una maggiore autonomia sindacale. Manifestazioni d’autonomismo slovacco e dimostrazioni studentesche ponevano in difficoltà il leader del K.S.C. e Capo di Stato Novotny, che il 5 gennaio 1968 venne sostituito alla carica di segretario del partito da Alexander Dubcek e in aprile da Svoboda alla Presidenza della Repubblica. Il programma di Dubcek era quello di “liberalizzare” il Paese, creando una “via nuova” al comunismo, il cosiddetto “socialismo dal volto umano”. Si ridefiniva, il ruolo del partito, ammettendo anche la discussione al suo interno, e il ruolo dello Stato nella società cecoslovacca: l’ambizione era quella di creare un sistema comunista che rispettasse le libertà individuali, la storia e le tradizioni cecoslovacche. Si restaurava la libertà di stampa e veniva abolita censura; si garantivano alcune libertà fondamentali quali quelle religiose e quelle relative alle minoranze etniche; si garantivano libertà ai quattro partiti non-comunisti, pur non arrivando ad un sistema multi-partitico. Per fare accettare la rivoluzione interna, gli uomini della “Primavera” adottano una politica estera fedele al “Patto di Varsavia” del 14 maggio 1955, ed alle direttive estere dell’Unione Sovietica.
Tuttavia, questa fedeltà non convince i partners del “Patto
di Varsavia”. La stampa della Repubblica Democratica Tedesca e quella russa,
attaccano Dubcek, sostenendo che ci siano elementi anti-comunisti in
Cecoslovacchia. Si svolgono due vertici tra i leaders comunisti (Cierna e
Bratislava) che però non portarono alla soluzione del problema cecoslovacco,
nonostante i ripetuti ammonimenti verso Dubcek. Fu proprio a Bratislava il 3
agosto 1968, in una conferenza nella quale ufficialmente si dovevano analizzare
i problemi economici del COMECON, che fu presa la decisione d’invadere la
Cecoslovacchia: la proposta fu avanzata dal leader del partito comunista russo
Brehznev e venne accolta positivamente da tutti gli alleati, ad eccezione della
sola Romania. Il Paese venne invaso da circa 650.000 uomini, il presidium del
partito è fatto prigioniero, ma ha avuto il tempo di lanciare l’ordine di non
resistere militarmente e di restare nella legalità, Dubcek viene condotto,
insieme con altre figure politicamente rilevanti del Paese, in Unione Sovietica
come prigioniero. Il successo militare determina un “impasse” politica, poiché
l’intervento era finalizzato ad impedire la riunione del XIV congresso, previsto
per il 9 settembre, che invece si svolge clandestinamente in una fabbrica alla
periferia di Praga, il 22 agosto, e destituisce i dirigenti conservatori. Nella
riunione del 3 agosto tenutasi a Bratislava, venne recapitata a Brezhnev,
tramite un altro membro del “Politburo” sovietico, Pieotr Shelest, una lettera
con la quale si richiedeva l’intervento sovietico, firmata da militanti di
spicco del KSC, tra cui Indra e Bilak, segretaria del Partito Comunista
Slovacco.
Scritta in russo, la lettera, descriveva una situazione in Cecoslovacchia più
preoccupante di come in realtà fosse: prospettava l’ipotesi di una
“controrivoluzione” che metteva in pericolo:> Secondo questi esponenti era in
atto, in Cecoslovacchia, un’ondata di nazionalismo alimentata dai mass media in
mano a forze di destra vicine ad “ambienti occidentali”, che avevano influenzato
l’opinione pubblica, creando una psicosi anti-comunista. La leaderschip del
partito non era più in grado di fermare questi elementi e di difendere il
socialismo. I firmatari della lettera si appellavano a Brezhnev affinchè, come
capo del più importante partito comunista al mondo, utilizzasse:>, inclusa la
forza militare, per :>. Lo scopo iniziale di Bilak e Indra era quello di
sostituire al vertice del KSC, Dubcek, come anche i comunisti russi avevano
inizialmente pensato. In effetti, i due avevano dato assicurazione a Mosca di
poter contare, nel consiglio del KSC, sulla maggioranza dei voti contro Dubcek,
e poter così costituire una maggioranza anti-riformista che approvasse
l’intervento delle truppe del “Patto di Varsavia”. Il consiglio, invece appoggiò
Dubcek e si oppose all’intervento. La lettera dunque, finì per essere
considerata un pretesto formale dell’intervento che rispondeva all’aiuto
richiesto dai “fratelli cecoslovacchi”. Possono essere diversi i motivi che
portarono alla decisione di intervenire. Innanzitutto l’esperimento cecoslovacco
era pericolo per l’URSS. L’onda riformatrice e di liberalizzazione che si
registrava a Praga, era un’anomalia nel sistema del “Patto di Varsavia”. Per
l’URSS questa era una minaccia, sia sul piano interno che su quello esterno. Non
si poteva tollerare una via diversa dal comunismo sovietico, perché ciò avrebbe
significato che il regime di costrizione presente in URSS, che prevede la
censura e la negazione dei diritti delle minoranze etniche, poteva essere
evitata.
L’URSS non sarebbe stata considerata come un modello per gli altri paesi, le sue
costituzioni avrebbero scricchiolato. La presenza di una alternativa tangibile
proprio al centro del blocco, al confine con due stati instabili nella
coalizione socialista (l’Ucraina e la Polonia), non poteva essere tollerato a
Mosca. Il giornale russo “Pravda”, il 26 settembre 1968, pubblicò subito dopo
l’invasione un articolo di Brezhnev, con il quale esprimeva, per la prima volta
la sua tesi sulla “Sovranità limitata” o “Dottrina Brezhnev” come la
battezzarono i giornalisti occidentali, che servì come giustificazione
all’invasione. Il principio affermava che era “diritto e nei doveri del PCUS
usare il potere per difendere la causa del socialismo e la classe operaia”. In
pratica l’articolo teorizzava il diritto sovietico d’intervenire se un altro
governo comunista, avesse adottato misure e decisioni ritenute dannose per gli
interessi vitali degli altri Paesi comunisti o per lo stesso socialismo. Tutti i
governi comunisti alleati, dovevano rispettare le linee guida imposte da Mosca,
senza alcuna possibilità di cercare vie alternative al centralismo sovietico e
nemmeno poterle contrattare. Tutto questo era necessario all’URSS per poter
presentare davanti ai Paesi della NATO un blocco compatto e unito, che al
momento di un eventuale periodo di crisi, non avrebbe presentato defezioni.
Inoltre la Cecoslovacchia all’interno dei Paesi aderenti al “Patto di Varsavia”
non aveva truppe sovietiche permanenti nel proprio territorio, (al contrario
della Germania orientale, della Polonia e dell’Ungheria):questa situazione
impediva la preparazione militare contro la NATO. Le richieste russe per porre
fine a questa mancanza, erano state respinte dal governo cecoslovacco in diverse
occasioni; l’invasione poteva essere il momento giusto per stabilire forze
sovietiche nel territorio. Agli inizi degli anni ’60, la Cecoslovacchia, la
Polonia e la Repubblica Democratica Tedesca (e in seguito l’Ungheria e la
Bulgaria ) iniziarono a ricevere armi nucleari dall’URSS.
Ufficialmente queste armi erano descritte come componenti del “Patto di
Varsavia”, in realtà rimanevano sotto il diretto controllo dell’Unione
Sovietica, sia in tempo di pace che, soprattutto, in un’eventuale guerra. La
carenza di truppe sovietiche in Cecoslovacchia, significava che l?URSS non
sarebbe stata in grado di utilizzare le armi e si sarebbe venuta a creare una
situazione di debolezza proprio al centro del sistema di difesa, situazione
questa, estremamente vantaggiosa per la NATO. Nonostante ci fossero degli
accordi fra l’ URSS e la Cecoslovacchia, che obbligavano alla collaborazione
delle forze militari dei due Paesi nella costruzione e nella protezione di tre
nuove testate nucleari in Boemia, gli ufficiali sovietici non si fidavano della
politica militare cecoslovacca durante la primavera di Praga. C’era la
possibilità di una diminuzione della spesa statale relativa alla difesa e la
richiesta di una politica militare indipendente da Mosca. Dubcek però non
voleva allontanarsi dalla politica generale del “Patto di Varsavia” e quando nel
luglio del 1968 il generale Prchlik reclamò una revisione del Patto. Venne
sconfessato e destituito. La giustificazione dell’invasione venne fatta, oltre
che per soccorrere i “fratelli cecoslovacchi”, anche per evitare complotto dei
circoli guerrafondai di Boemia (Zukov, capo delle forze armate russe). Dal punto
di vista sovietico, si temeva che la “Primavera di Praga” non fosse frutto di
un’evoluzione interna, ma determinata da influenze occidentali, che avrebbero
potuto modificare gli assetti dell’Europa orientale. I giornali sovietici
ritenevano che, soprattutto gli Stati Uniti, avessero preso parte ai recenti
eventi verificatisi in Cecoslovacchia, al fine di destabilizzare il blocco di
Varsavia,
In effetti la posizione di Washington sulla crisi cecoslovacca risentiva della
situazione politica internazionale e degli equilibri della guerra fredda: stava
iniziando proprio in quel periodo la prima fase della “Distensione” con
l’URSS,che portò all’accordo “SALT1” relativo al controllo degli armamenti
atomici. Per gli USA, era importante mantenere questa fase di distensione,
innanzitutto perché le spese per gli armamenti continuavano a crescere nel
bilancio statale, fatto che scontentava l’opinione pubblica americana, inoltre
perché era necessaria l’accordo con Mosca per la “sistemazione” del medio
oriente e del Vietnam.
Secondo il memorandum del sottosegretario di stato per gli affari politici,
Rostow, al segretario di stato Rusk, gli Stati Uniti avrebbero dovuto tenere un
comportamento il più possibile neutrale: senza spingere né verso azioni di
forza, ma nemmeno porre in essere delle azioni deterrenti. Se ci fosse stata
l’invasione e i ceki avessero chiesto l’intervento della NATO, questo avrebbe
posto gli USA in una situazione di imbarazzo: come si poteva giustificare
l’intervento in difesa del popolo vietnamita e non a quello ceco? In questo
caso, si sarebbe trattato di un intervento in una riconosciuta zona di influenza
sovietica, per cui le conseguenze sarebbero state imprevedibili. Gli USA, non
volevano la “prova di forza” con l’URSS. Durante il corso della crisi, furono
costanti i rapporti sulla situazione ceca, ma la posizione statunitense non
cambiò di molto. Si cercò di sfruttare la crisi e l’invasione per
rinforzare la NATO e i rapporti con gli alleati. Questa era l’occasione per
creare una nuova politica comune sull’Europa orientale e rafforzare il ruolo dei
paesi occidentali. A causa della mancata istituzione di un regime
filo-comunista, dopo il rifiuto dell’opinione pubblica cecoslovacca e del
presidente Svoboda, l’URSS dovette arrivare ad un compromesso consistente in un
negoziato che si aprì a Mosca il 23 agosto 1968, con la partecipazione di Dubcek
e Svoboda.
Negli accordi del 25 agosto, veniva reintrodotta la censura, si ribadiva il
ruolo centrale del KSC e veniva annullato il congresso clandestino del 22
agosto; in cambio i Sovietici si rassegnano a mantenere intatta la direzione del
partito cecoslovacco; il 18 ottobre, il Parlamento ratifica il trattato sulla
presenza di truppe sovietiche. Il 16 gennaio 1969, in seguito al suicidio dello
studente Jan Palach, si riaccende l’opposizione, l’opinione pubblica esprime
nuovamente il proprio sostegno alle riforme; tuttavia i conservatori tornano ad
assumere la guida del partito, e l’assemblea plenaria del 25 settembre allontana
i riformisti dal comitato centrale e dagli organi dirigenti, Dubcek è costretto
ad abbandonare anche le cariche che aveva al parlamento. Dall’autunno del 1969,
inizia la politica di normalizzazione che si attua attraverso l’epurazione.
Questa riguarda dapprima il partito, un membro su cinque viene eliminato, gli
aderenti scendono a poco più di un milione. Inoltre i Sovietici pretendono la
giustificazione a posteriori dell’invasione; la dichiarazione congiunta di
Sovietici e Cecoslovacchi del 30 ottobre1969, considera l’intervento: “un atto
di solidarietà internazionalista che ha permesso di sbarrare la strada alle
forze controrivoluzionarie e antisocialiste”.
Tratto da
www.azionegiovani.org
JAN PALACH: MARTIRE DELLA RIVOLTA
Jan Palach si appiccò il fuoco, dopo essersi cosparso di benzina, il 16 gennaio 1969, in piazza San Venceslao a Praga. Da quel giorno Jan Palach è diventato il simbolo della "Rivoluzione di Praga" soffocata dai carri armati dell'allora Unione Sovietica. Nel pomeriggio ormai tardo la luce si smorzava già, col freddo invernale, sulle mura gotiche del castello di Hradcany e su quelle barocche del quartiere di Mala Strana.
Praga viveva il quinto mese d'occupazione sovietica (di
"aiuto fraterno" secondo la versione ufficiale del regime comunista), e il
numero degli esuli cresceva insieme alla rassegnazione. C'era poco da aspettarsi
da un "paese di deboli", dalla patria del Buon Soldato Svejk, che usa la
simulazione dell'idiozia come forma di resistenza. La furbizia genialmente
cretina di Svejk poteva anche essere "epica" sul piano letterario, non lo era in
quella realtà umiliante.
C'era una forte differenza tra la burocratica Cacania austro-ungarica, contro la
quale armeggia con le sue astuzie il buffo, pacifico eroe ceco sulle pagine del
romanzo di Hasek, e l'Unione Sovietica intervenuta con i carri armati per
cancellare la Primavera di Praga, estremo e vano tentativo di democratizzare il
socialismo reale. Il gesto dello studente in quel giovedì di trent'anni fa fu
l'esatto opposto dello stile di Svejk: fu lineare, diretto, senza furbizie. Fu
un'azione coraggiosa. Certo la giovinezza di chi lo compì suscitò rimpianto.
Oggi Jan Palach è l'eroe anti Svejk. Ha da tempo detronizzato la fama del buon soldato di Hasek. Il gesto di Jan Palach era contro questa situazione stagnante e affliggente. Non era un suicidio per disperazione, non era una resa definitiva, portata alle estreme conseguenze: era un'azione offensiva. Insomma era il gesto di un soldato che si sacrifica per gli altri, esortandoli a combattere.Non fu neppure una sbagliata rinuncia a quel dono di Dio che è la vita, riconobbe il Vaticano. Un suicida in certi casi non scende all'inferno. La lettera che Jan Palach temeva bruciasse con i suoi abiti e la sua carne, fu letta subito dopo la sua morte. Era, insieme ai documenti, nel sacco che Jan aveva lasciato cadere qualche metro più in là, prima di accendere il fiammifero. Era scritta su un quaderno a righe da scolaro: "Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo.
Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d'occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà." La lettera manifesto era firmata: la torcia numero uno. Le calunnie postume non intaccarono il ricordo di Jan Palach. Altri s'immolarono poi come lui, almeno sette in Cecoslovacchia, ma la censura fu più efficace e si ebbero scarse notizie.