Trieste: le tragiche giornate del 5 e 6 novembre 1953

 

La polizia civile sparò i primi colpi di moschetto nel pomeriggio del 5 novembre, mirando sul folto della folla adunata all’ingresso della Chiesa di S. Antonio Taumaturgo per partecipare al rito della consacrazione del Tempio nel cui interno, al mattino, era stato sparso del sangue; un gruppo di cittadini vi aveva cercato scampo dalle indiscriminate scariche dei poliziotti.

 

Il giorno prima era stata festeggiata la ricorrenza del 4 novembre, celebrativa della vittoria di Vittorio Veneto. Treni speciali avevano portato, come consueto, migliaia di Triestini al Cimitero di Redipuglia, per rendere omaggio ai Caduti. La celebrazione aveva avuto un tono particolare, nuovo: si sapeva, dopo la dichiarazione anglo-americana dell’8 ottobre dello stesso anno, che Trieste sarebbe stata restituita all’Italia entro breve tempo e ogni ansia era quindi caduta. Stavano, davvero, per cessare gli anni di lotta.

 

Ma al ritorno da Redipuglia furono i comandanti inglesi della polizia civile a trasformare un’atmosfera priva di tensione in un incubo da stato d’assedio; dapprima, la sera dello stesso giorno, ordinando una carica contro un corteo di studenti che sventolava la bandiera tricolore; e l’indomani, 5 novembre, in occasione di uno sciopero proclamato in tutte le scuole, con atti di brutalità spropositata e mai conosciuta prima, sfociata nella carica del cosiddetto “gruppo mobile” fin all’interno della Chiesa di S. Antonio dove molti studenti e anche ignari passanti avevano cercato riparo; ma i poliziotti non esitarono a inseguirli e a colpirli fino ai piedi dell’altare, dopo un infruttuoso tentativo di penetrare in Chiesa con le Jeeps di servizio!

 

Nel pomeriggio dello stesso giorno, già all’inizio della cerimonia di riconsacrazione, svoltasi all’esterno della Chiesa, altre provocazioni, assalti e tafferugli fecero cadere al suolo le prime vittime, molti feriti e due morti, il ragazzo Pierino Addobbati e il marittimo Antonio Zavadil, un ignaro passante . . . . .

 

Nella tarda serata fu proclamato lo sciopero generale e la popolazione in segno di protesta fu invitata a non lasciare le proprie case. Le autorità cittadine, con alla testa il Vescovo, il Sindaco e il Consigliere politico italiano prof. De Castro, chiesero invano di entrare in contatto con le autorità inglesi, per venire ad un accordo che sarebbe valso a riportare la pace negli animi.

 

Al Vescovo fu anche impedito di rivolgere dalla radio la sua paterna esortazione alla calma, che il giorno successivo avrebbe impedito nuove manifestazioni di protesta e un nuovo cruento scontro in piazza dell’Unità, nel corso della quale vennero uccisi gli studenti Francesco Paglia, Nardino Manzi, Saverio Montano e il marittimo Erminio Bassa. Nei giorni della “tragedia di novembre” la città dette esempio ammirevole di compattezza, coraggio e senso di responsabilità; i triestini ricostituirono, in quelle buie giornate, una “comunità” di anime e di cuori decisa a non cedere. Certo, ne ebbero coscienza i comandi britannici, che si videro di fronte ad una città in preda ad una reazione popolare imprevista che, per essere disciplinata e contenuta, non era meno risoluta a difendere i suoi sacri diritti.

 

Da: “Italia ritorna” di Paolo Berti, Trieste 1959

 

 

 

Venerdì 6 novembre 1953 il “Giornale di Trieste” in prima pagina riportò il seguente titolo:

 

Una delle più drammatiche giornate della storia triestina

La polizia spara sulla folla inerme

Un ragazzo e un vecchio uccisi nella spietata reazione degli agenti davanti alla Chiesa di S.Antonio - Una cinquantina fra feriti e contusi nei tumulti.

Il comunicato del gen. Winterton ignora la inaudita profanazione del Tempio.

 

 

 

 

 

 

 

 

I Martiri di Trieste

 

Siamo nei primi anni 50. Trieste è sotto l'occupazione straniera ed imperversano le bande comuniste titine. I Camerati non mollano e nelle strade le manifestazioni per l'italianità di Trieste sono manifestazioni di popolo. Il 5 novembre 1953 il comportamento del generale Winterton suscita vasto risentimento fra la popolazione. Un gruppo di aderenti e militanti della Giovane Italia, che manifesta per l' Italia presso la chiesa di S. Antonio nuovo, subisce una violenta aggressione da parte della Polizia. La chiesa è invasa e diverse persone ferite. Cadono sotto il piombo della polizia titina il Piero Addobbati, Antonio Zavandil militanti della Giovane Italia. La reazione dei Camerati è decisa ed imponente. Il giorno dopo durante le manifestazioni la polizia uccide un altro Camerata Franco Paglia. Ma la mattanza non è finita e nello stesso giorno i comunisti agli ordini dell'invasore inglese uccidono Emilio Bassa sindacalista della nascente CISNAL, ed i Camerati  Nardino Manzi e  Saverio Montano.

 

Riportiamo l'intervento di un parlamentare del MSI in occasione delle dichiarazioni di voto per il trattato di Osimo.

 

On. Renzo De Vidovich: "Mi consenta, onorevole ministro degli affari esteri, di contestare anche sul piano storico, per aver vissuto in prima persona il dramma del 1953 con l' onorevole Petronio, allora tutti e due giovanissimi, ciò che ella ha affermato circa il ritorno di Trieste all' Italia. Io voglio ricordarle, onorevole ministro, che non è per l' azione del Governo italiano che Trieste è tornata all' Italia. Trieste è tornata all' Italia perché il 5 e 6 novembre 1953 noi, gioventù nazionale di Trieste, siamo scesi nelle piazze di Trieste e abbiamo avuto sei morti e centocinquantatrè feriti perché gli "alleati" inglesi e americani ci hanno sparato addosso senza tanti complimenti. Non c' erano comunisti insieme a noi a combattere gli yankees, non c' erano gli uomini di sinistra: eravamo solamente noi. Abbiamo sempre detto che con noi c' erano Italiani di tutti i partiti, anche se poi quando uno moriva o veniva colpito in tasca trovavano la tessera della Giovane Italia, della Goliardia Nazionale e del Movimento Sociale Italiano. Ma noi continuiamo a dire che in piazza c' erano tutti gli Italiani, anche se avevamo la sfortuna di cadere solo noi. Ricordo Pierino Addobbati, dalmata come me, che faceva parte del mio gruppo: era il più giovane e fu il primo che cadde; ricordo Francesco Paglia, segretario della Goliardia Nazionale, segretario della Giunta dell' Intesa studentesca di cui assunsi la responsabilità il 6 novembre 1953, dopo la sua morte. Ricordo Nardino Manzi, facente parte di uno dei gruppi degli attivisti più splendidi del Movimento Sociale Italiano; Erminio Bassa, lavoratore della nascente CISNAL, Saverio Montano, Antonio Zavadil e altri centocinquantatrè feriti. Fummo noi e me ne assumo la responsabilità - l' amico Petronio è presente e me ne può dare atto - che deliberatamente, sapendo che voi ci avreste negato le armi che pure avevate portato a Trieste ed erano dislocate in vari posti, facemmo la sortita contro il governo militare alleato; fummo noi che determinammo con il sangue il ritorno di Trieste all' Italia. E se il 26 ottobre dell' anno successivo vi affrettaste a firmare il memorandum d' intesa, fu perchè avevamo dato un anno di tempo e il 26 ottobre era ormai vicino a quel 4 novembre in cui saremmo insorti. Lo dicemmo responsabilmente: io ero così ingenuo che ne feci addirittura un manifesto firmato. Dicemmo chiaramente che i governi italiani non erano all' altezza della situazione - quelli di ieri non erano poi tanto diversi da quelli di oggi - noi saremmo scesi in piazza, avremmo cacciato gli americani e gli inglesi  e ci saremo conquistati quella libertà nazionale che era il simbolo e la continuazione del Risorgimento... Chiudo questo mio intervento dicendo quello che già avevamo scritto nel 1954 su un pezzo di Carso murato al confine di Muggia: A Muggia termina la Repubblica Italiana, ma l' Italia continua!".

 

www.carpre-diem.it