Tu non sei morto. La convulsa plebe

guarda ancora alla grande ombra serena;

squilla immortal sulle percosse glebe

la voce tua di giovinezza piena.

 

D'ogni schiera riebelle eri tu il duce,

d'ogni serva tirannide il terrore,

d'ogni piazza in tumulto eri l'ardore,

d'ogni attesa di popolo la luce.

 

Espresse te dal grembo dolorante

in un romano albor donna italiana?

O la millenne sofferenza uamana

vindice volle la sua forma errante?

 

Tu sfidavi col fermo occhio leale

la viltà congiurata dei potenti;

nè mai ebbero ai torvi anni opprimenti

le italiche galere ospite uguale

 

E ti seguia con impeti di pianto

e le parve men duro il suo giaciglio,

la folla che ti amò come un suo figlio,

travolta  tutta dal tuo fiero incanto.

 

Ma voleva il tuo fato altro portento

quando levò dal vortice profondo

la guerra il suo tedesco urlo nel vento

contro le sacre libertà del mondo.

 

O cavaliere giovinetto! E i baldi

anni alla sfida tragica tu desti,

tu che nel cuor di Spartaco chiudesti

i palpiti del cuor di Garibaldi.

 

Col sangue del tribuno e del soldato

 col tuo sangue! Ingemmasti la trincea:

per lei refulse, o cavaliere armato,

la commossa dei grandi evi epopea.

 

Per te, per te le giovinette fronti

levansi accese dal più sacro ardore:

sei l'Italia plebea che mai non muore,

sei l'ideale che non ha tramonti!
 

Ildebrando Cocconi

(in "L'Internazionale", 22 ottobre 1922)