DEDICATO AD ALBERTO GIAQUINTO
(1962-1979)
![]() |
|
…Mercoledì 10 gennaio 1979, è
passato un anno dalla strage di Acca
Larenzia, dove tre ragazzi di
vent’anni, militanti del Fronte della Gioventù venivano trucidati. Ad
un anno di distanza i colpevoli sono ancora liberi di colpire impunemente; è
contro questo stato di cose che il
FdG e il Fuan, le
organizzazioni giovanili del Movimento Sociale, hanno organizzato delle
manifestazioni di protesta in diversi punti della città; glia
nimi sono già caldi e la situazione è tesissima,
la polizia ha infatti vietato un corteo silenzioso nel centro di Roma.
Quartiere Centocelle. I palazzi fatiscenti rendono
la borgata ancora più cupa a triste. Nella zona c’è una sede della
D.C., è lì che giovani
missini hanno deciso di urlare la loro rabbia, trovando in quella sede il
simbolo di tante angherie e ingiustizie. Finita senza
incidenti la manifestazione i ragazzi cominciano ad
allontanarsi, solo Alberto ed un altro camerata si attardano; sopraggiunge nel
frattempo una macchina civile della polizia, una 128 bianca, dalla quale
scendono due poliziotti in borghese che cominciano a seguire per qualche metro
Alberto ed il suo amico. Improvvisamente uno dei due, Alessio Speranza, si
piega sulle ginocchia, come si fa al tiro a segno, tenendo la pistola a due
mani, puntando con calma, spara un colpo che raggiunge Alberto alla testa. Gli
assassini spostano la loro macchina, in modo
da proiettare i fari su Alberto
che sta morendo.
Appare chiaro ed evidente, a tuta la gente che accorre, che Alberto è disarmato. Dalle testimonianze i due assassini fanno allontanare tutti, facendo rimanere Alberto sull’asfalto per più di venti minuti, tremante e morente. Da subito la versione ufficiale è che il giovane Alberto Giaquinto era armato di una P38 e quindi ha provocato una legittima difesa, dopo la prima versione fatta miseramente cadere, arriva la seconda che afferma che la pistola non c’è, ma ci sono delle munizioni nella sua tasca. All’ospedale S.Giovanni dove viene trasportato con colpevole e fatale ritardo, Alberto ritrova nella breve ora che gli resta l’amore della famiglia accorsa in preda all’angoscia e all’incredulità. In quel letto di morte Alberto appare ancora più piccolo e indifeso, lui forte, aitante e autentico inno alla vita,com’era; amava dire che avrebbe avuto tempo per scendere a compromessi, adesso voleva solamente fare quello che sentiva giusto, servire il suo scomodo, pericoloso, difficile ideale.
Torna alla mente la sua cameretta con la libreria ordinata e la scrivania ancora piena di libri, la bandiera tricolore con il simbolo del MSI, in bella evidenza; gli amici e i camerati delle ore di impegno politico, con cui divideva anche i soldi per fare un volantinaggio o passare lunghi pomeriggi a discutere di problemi reali e attuali. Esattamente alle ore 20:30, due ore e 18 minuti dopo il ferimento, Alberto muore. Nello stesso istante in cui Alberto moriva, la sua casa veniva oltraggiata da una perquisizione senza un ordine scritto, effettuata da sgherri del sistema che mettevano a soqquadro la casa, cercando non si sa bene cosa; non contenti di ciò banchettarono con disinvoltura nel salone.
Attualmente il boia Alessio Speranza è in libertà, come lo è da ventidue anni. Il nostro fratello Alberto da ventidue lunghissimi anni ci ha lasciato. Aveva 17 anni.
“Abbiamo inteso la vita come un lungo, arduo percorso. Ad ogni battaglia un significato, ad ogni nome un ricordo, ad ogni lacrima la volontà di risorgere, insistere, credere. Abbiamo respirato, sofferto, gioito. Abbiamo essenzialmente vissuto assieme. Come oggi…tanti camerati in ricordo di Alberto. Quante volte abbiamo pensato a Lui…l’affissione del 10 gennaio, la Messa in suo onore, i fiori a Centocelle nel luogo dove Alberto cadde. E poi parole, immagini, ricordi…e quel sogno che nel suo nome si rinnova ogni giorno. Rivoluzione certo, parola grande, ardita, forte. Rivoluzione di stato, di uomini, di progetti. Tutto questo nel ricordo di Alberto. E di tanti Camerati caduti per un’Idea…una folle scelta…una strada di quel percorso che partito ieri, oggi arriva sino a noi. Vorremmo che questa presenza vincesse la retorica di un mondo che sovrasta spirito e materia. Vorremmo che oggi fossero smascherati i mercanti di ieri, i corrotti e chi compiacente ha voluto la sua morte. L’oblio del silenzio sovrasti costoro, chi attentò anche col vile silenzio all’esistenza della nostra gente, chi permise che un ragazzo di diciassette anni fosse colpito a morte da uno sciacallo di questo stato infame. Siamo qui Alberto…e che queste parole arrivino a te e alle orecchie dei potenti…arrivi la nostra sfida a chi, oggi come ieri, coprendosi con l’antifascismo ha versato nel mondo sangue purissimo, a chi dell’antifascismo ha fatto un valore di odio e di sopraffazione, a chi strisciando ha accettato tutto e in silenzio. Sappia il buio inghiottire le vostre anime vuote. In un anelito di vento la rabbia di sempre…un sospiro, un sorriso, una carezza…Alberto è qui.”
Queste righe sono state scritte più col cuore che con la mente, ci abbiamo messo molto di noi, dei nostri vent'anni, del nostro idealismo, di questa giovinezza vissuta come sfida estrema all'abbruttimento contemporaneo. potenza di un ricordo, l'immediatezza di mille e mille brividi che ci attraversano l'anima per darci quel senso di tenacia e volontà difficilmente riscontrabili nel quotidiano esistere. Parlare di Alberto a più di vent'anni dalla sua morte è per noi riflessione spirituale, ma è soprattutto speranza proiettata al domani, speranza di gente che immagina un mondo migliore. Un mondo dove il sole della tradizione scacci il grigiore dell'appiattimento culturale, della corsa sfrenata al potere, un mondo dove ci siano uomini anziché macchine nate solo per mangiare, procreare, lavorare e svilirsi in silenzio.
No. Tutto questo non basta.
Serve pensare all'uomo del
domani, al futuro delle nostre generazioni, alla convinzione di crescita intesa
come continuità di idee, valori, posizioni, ricordi.Momenti come questo
permettono le riflessioni, il fermare per un attimo le coscienze di ognuno,
giunte sin qui dalla voglia di commemorare un fratello. Quel Fratello caduto in
un'epoca di cui troppo poco si è parlato, di cui troppo poco si è capito. Lo
scontro generazionale Destra contro Sinistra, gli opposti estremismi come logica
di un potere corrotto che ha portato i giovani a vivere nella droga, nella
solitudine, nello svilimento di anime divorate dell'arrivismo. Per tutto ciò ha
valore ricordare perché il ricordo è testimonianza, viva, reale, inconfutabile.
Ma ricordo è anche accusa, accusa pesante e ferma per una schiera di persone che
hanno volutamente coperto l'infamia. L'infamia di chi ha armato la mano del tuo
carnefice , Alberto. Schiavo e sciacallo di questo Stato che nella sua massima
concezione "democratica", ha permesso il massacro di ragazzi pieni di tanti
sogni e ideali purissimi.
Tu sei stato l'eletto in una serie di meticci degradati che hanno subito in silenzio le scelte di giudici, politici, magistrati, avvocati, pseudo-rivoluzionari con in testa un mondo fatto solo di carta patinata. Alberto è sempre stato un ricordo in movimento, un pensiero continuo, un compagno di viaggio in quel sentiero che noi abbiamo bene a mente e che un giorno sarà baciato dal sole. Ci hanno insegnato ad essere felici e leali, ci hanno soprattutto indicato una strada nessuno può dirci se è quella giusta, ma l'abbiamo imboccata senza ripensamenti, fedeli all'antica battaglia.
Son passati più di vent'anni e molti di noi neppure conoscendoti ti sentiamo qui, probabilmente sarai nelle note dei concerti che organizziamo ogni anno in tuo onore, oppure attaccherai insieme a noi i manifesti simbolo della ribellione; oppure più semplicemente seguirai incuriosito il nostro indaffarato arrangiarsi in un coacervo di emozioni a tratti indescrivibili. Chissà se perdonerai questo slancio emotivo, questo credere che tutto abbia ancora un senso, questo voler vivere da camerati tra camerati, questo essere ancora irrazionali e irascibili. Vogliamo sentirci in dovere di provare a resistere ai richiami del buio, alle mille storie malate, vogliamo avere il coraggio di sottrarci alle inutilità, al banale, all'odio come sentimento, allo sfornare pensieri immorali, alla mancanza di rispetto.
Probabilmente ci commuoveremo di nuovo. Senza retorica, né vergogna.
Ricordando Alberto, ricordando il suo coraggio