GUGLIEMO OBERDAN

(pubblichiamo solo un estratto, il resto lo potete trovare sul libro edito dalla SEB)

 

"Quando a Roma nel 1878 mi trovavo a Villa Glori per onorare la memoria dei Cairoli e dei loro compagni, un giovane biondo e bello, pallido e fremente ricordava alla folla che altre terre domandavano ancor sangue d'eroi liberatori e pronunciava con voce squillante i nomi di Trento e Trieste. La bionda chioma acarezzata dalla brezza che scendeva dai Monti Parioli, l'occhio riflettente la bontà dell'animo suo, occhio dalla tinta del glauco Quarnaro, la svelta e gentile figura artisticamente poggiata sul mandorlo, una delle mani stringente nervosamente un ramo, uno di quei rami fatti sacri dal sangue dei martiri; la voce vibrante, simpatica, acclamante le gesta dei fratelli Cairoli, invidiante quei nobili eroi precursori dell'impari pugna di Mentana". E' Guglielmo Oberdan che così viene ritratto da uno dei suoi biografi.

 

Il 1878. Era l'anno in cui l'Italia si era fatta giocare al Congresso di Berlino ed in cui all'Austria era stata affidata la missione di "pacificare" le insorte popolazioni della Bosnia e dell'Erzegovina, ribellatesi al giogo turco. la causa di questi popoli era stata abbracciata da tutta l'Europa libera, onde fu accolta con viva esecrazione la novella che all'Austria reazionaria e clericale toccava il compito di dominare l'insurrezione serba. In Italia poi l'indignazione contro il governo fu enorme. Correva per tutte le bocche la voce di tradimento. La stampa di ogni colore chiedeva che il Ministero fosse posto in stato d'accusa ed i repubblicani urlavano a gran voce che si strappasse il fatto inverecondo di Berlino e che, attraverso l'Istria riconquistata, si stendesse mano ai serbi eroici, che avevano scacciato i turchi e si apparecchiavano ad usare ugual trattamento agli Austriaci.

 

L'agitazione, dall'Italia, si propagò nelle terre irredente. Tutti i giovani che avevano in cuore profondo l'odio contro gli oppressori e squisito il senso di libertà, giurarono di ribellarsi all'ordine di mobilitazione e di scappare in Italia o di congiungersi con gli insorti delle due province serbe.

 

Garibaldi aveva lanciato ad essi un proclama incendiario: "Ai monti! Ai monti! Trentini, triestini, istriani, goriziani! Ai monti e non vi lasciate condurre contro gli eroici nostri fratelli dell'Erzegovina, che liberarono l'Europa da un impero orribile. La gioventù italiana non vi lascerà soli...!"

 

Oberdan studiava a Vienna. Giuntogli l'ordine di mobilitazione fu costretto a ritornare a Trieste ove fu insaccato in una divisa austriaca. Da un giorno all'altro poteva essere inviato al fronte. E questa possibilità lo terrorizzava. Il Delfino ritrae meravigliosamente lo stato di Oberdan in quei momenti terribili: "Malediceva il destino che l'obbligava a servire una bandiera odiata. Prorompeva in slanci impetuosi contro la progettata impresa di Bosnia. io non andrò mai, gridava, a combattere contro un popolo che pugna per la mia libertà; non potrò mai essere complice di siffatto assassinio. E piangeva di rabbia contro l'ingiustizia, contro la prepotenza che impera sovrana nel mondo. Era bello in queste esplosioni dell'animo suo: gli occhi scintillavano, le guance, per solito pallide, gli si infiammavano, e levandosi la blusa militare la gettava a terra, la calpestava e l'insultava ferocemente".

 

Disertò. Si fermò qualche giorno ad Ancona, nella speranza che qualche spedizione si progettasse contro l'Austria, poi si recò a Roma.

 

Visse una vita miserrima. S'iscrisse alla scuola di applicazione degli ingegneri, trovò da poi qualche lavoro di disegno che gli fruttava ben poco, ed accettò, insieme a tanti altri profughi, un sussidio di un franco al giorno con cui riusciva a non morire di fame. Ma egli sopportò i giorni della disdetta con baldo stoicismo, incoraggiando i compagni di sventura "con l'esempio della fortezza e con la fede in giorni migliori".

 

Intanto Trieste e l'Istria vivevano in preda al terrore. La polizia inferociva più che mai. Ogni parola, anche la più innocente, poteva essere interpretata come un'offesa ai poteri costituiti e dar luogo a processi per lato tradimento con il corollario di mesi e mesi di carcere duro. Le tristi condizioni delle terre irredente esasperarono i repubblicani e tutti coloro che avevano dato il sangue per la libertà d'Italia. Imbriani, il generale Avezzana, Saffi ed altri progettarono invasioni, allo scopo di trascinare l'Italia nella guerra liberatrice. Ma tutto cadde nel vuoto. Sembrava che i venti uomini d'azione avessero isterilito ogni spirito d'iniziativa.

 

I giovani non osavano far da loro. Come i tempi si rassomigliavano, ahimè.

 

Oberdan era al corrente di tutti quei progetti ed assisteva al loro sistematico svenimento con la morte nel cuore. L'impotenza degli uomini per cui nutriva tanto affetto, lo spinse alla esasperazione e lo persuase della necessità di tentare un gesto, un gran gesto, di cui egli sarebbe stato artefice ed espiatore e che sarebbe valso se non altro a scuotere i tardi e gli indolenti ed a schiaffeggiare i vili. Egli ripeteva quotidianamente che la libertà della sua terra esigeva altro sangue di martiri. e si offriva in olocausto, ostia purissima. Offriva i suoi vent'anni ardenti, l'animo, la vita.

 

1882. Trieste austriacante festeggia il quinto centenario della sua dedizione all'impero degli Asburgo. Esposizioni, cortei, discorsi, venuta dell'imperatore. Gli uomini liberi si erano racchiusi nel più dimostrativo silenzio e, tra il tripudiare dei servi, ostentavano il lutto del loro cuore italiano.

 

Oberdan si preparava al sacrificio. Qualcuno doveva guastare la festa. E parve che egli lovolesse annunciare ai suoi mortali nemici il giorno in cui a Roma, nei funerali di Garibaldi, vedendo sui balconi del palazzo Fiano l'ambasciatore austriaco, levò la bandiera di Trieste e la scosse minacciosamente in atto di sfida.

 

Siamo al 2 agosto 1882. I veterani austriaci muovono con la musica lungo il Corso per rendere omaggio all'Arciduca Carlo. Una bomba esplode e parecchi lacchè di casa d'Austria rendono l'animo al Dio del loro imperatore. La bomba dell'Orsini era stata lanciata da Oberdan. Ma egli voleva colpire più in alto, più in alto. Il 17 settembre doveva arrivare a Trieste la famiglia imperiale. L'imperatore degli impiccati voleva compensare con la sua augusta presenza lo zelo degli austricanti e delle spie dell'italianissima.

 

L'animo di Oberdan era teso come un arco pronto a scoccare la saetta. Bisognava agire. Agesilao Milano, Orsini, Bruto chiedevano un compagno, un nuovo purissimo tirannicida. Oberdan aprì il cuore ad un amico dei momenti supremi, il Ragosa, e lo associò alla disperata impresa. Ma avent'anni, non si sa, non si può tacere. Quando l'animo è pieno di un grande segreto esso trafuga da tutti i pori. La polizia seppe? Vi fu un Boccheciampe? Fatto sì che l'arresto fu così sicuro che tutto dà a pensare che il piano di Oberdan fosse in possesso dei segugi di casa d'Austria.

 

Ragosa fa piangere quando racconta le ultime ore che precedettero l'arresto: "Non potemmo chiudere gli occhi, tanto la febbre dell'anima ci agitava...Sul far del giorno ci preparammo a prtire ma prima ci giurammo di morire da forti se lo straniero ci avesse presi, senza domandare grazia a nessuno, senza piegare a nessun affetto, a nessuna paura".

 

Oberdan fu arrestato a Ronchi. Ragosa scampò per miracolo. La sera del 17, mentre le regie imperiali spie urlavano a più non posso per dare a Francesco Giuseppe l'illusione che la cittadinanza lo acclamasse, Oberdan, mani e piedi legati, fu tradotto a Trieste.

 

Il processo fu sommario e la condanna fu di "morte mediante capestro, perdita delle armi e pagamento della taglia di 24 fiorini spettanti in parti uguali alle cinque persone che lo arrestarono".

 

E fin qui il  tragico si mescola al grottesco ma quello che è odioso e infame è il fatto che la mamma del giustiziato fu condannata a pagare 200 corone per le spese del capestro, corda, sapone, ecc. Ed i neutralisti dicono che tutti i governi si rassomigliano...!

 

L'iniqua condanna indignò l'umanità. Victor Hugo telegrafò all'imperatore: "L'imperatore d'Austria ha una grazia da fare. la firmi e sarà grande".

 

Ma colui che aveva ordinato senza batter ciglio la morte di Tito Speri, Tazzoli, Fortunato Calvi, Amatore Sciesa e tanti altri, non poteva perdonare. Lo sentiva il Carducci, nella sua prosa fremente: "No, l'imperatore non grazierà. No- perdoni il grande poeta - l'imperatore d'Austria, non che fare cosa grande, non farà mai cosa giusta. La giovane vita di Gugliemo Oberdan, sarà rotta per la forca - e allora, ancora una volta, sia maledetto l'imperatore!".

 

E poi perchè il coronato di Vienna doveva essere più pietoso del cugino di Roma? O che erano forse sparite dal Castello Sforzesco le rosse tracce del sangue colato dalla squarciato petto di Barsanti? Oh fosse giunto finalmente il dies irae, marmaglia coronata d'Europa!

 

20 dicembre 1882. Son le cinque di mattina. La forca è rizzata. Per delle ore le orecchie del condannato furono lacerate da lugubre martellate. Un prete gli insidiò la coscenza in nome di quel Dio degli impiccatori, con fermezza lo allontana dicendo: "Son matematico e libero pensatore, nè credo all'immortalità dell'anima". Rifiutò di vedere i congiunti per serbare tutta l'energia alla gran prova.

 

Alle 6:45 fu condotto dinanzi al patibolo. Un magistrato gli lesse di nuovo la sentenza di morte sulla forza: Zum Tod durch den Strang. Oberdan, fissandolo fieramente in volto, rispose "Si, Signore!". Si collocò quindi sotto il patibolo, spogliatosi della giubba che gettò con atto sdegnoso lungi da sè e poi, rivolto al boia, gridò: "Fa presto!". Eran le 7. Il boia si mise all'opera. Sei minuti il misero corpo di dibattè nell'agonia; credevansi fosse già cadavere, quando nuove scosse convulse rivelarono ancora un guizzo di vita. la scena fu così terrificante, che parecchi militari caddero in deliquio ed ebbero perciò delle punizioni. Alle 7:30 il cadavere fu staccato dalla forca e portato nella cella. Consumatum est.

 

Oggi a 32 anni di distanza, l'Austria agonizza ed il vecchio impiccatore è dannato a sopravvivere al suo impero. Che la figura di Oberdan sia l'incubo delle sue notti insonni!

 

Ho voluto, su queste colonne, esaltare la figura dell'eroe triestino, per far illividire la coniglieria sovversiva italiana che è contro la guerra e non sa fare la rivoluzione.

 

In ginocchio dinanzi a Oberdan, o gelidi affettatori di salame cooperativo! E ricordatevi che un'idea che non dà più martiri è bocciata dalla storia.