Il martirio dell’Istria e della Dalmazia

Non è sufficiente riscoprire un orgoglio nazionale di comodo, espresso magari sfilando con le bandiere statunitensi, non basta ergersi a difensori degli oppressi e delle vittime del terrorismo che tutti condanniamo senza attenuanti qualunque sia il colore e la sua etnia, quando si continua ad ignorare spudoratamente sino al punto di non menzionarlo nei libri di scuola, il martirio di ventimila fratelli istriani torturati nella maniera più barbara e vile e poi gettati nelle foibe carsiche. Il cittadino dell’Italia “ democratica” e “ antifascista “ sa ben poco e ancor meno sembra voglia sapere, della “ pulizia etnica”, del genocidio, dell’atroce martirio inflitto in Istria e Dalmazia a gli italiani. Cerchiamo di sintetizzare al massimo almeno i tempi e le modalità del massacro.

La guerra 1915-1918 fu combattuta dall’Italia come ultima guerra del Risorgimento per riportare tutte le popolazioni italiane nei confini della Patria. Gli istriani e i dalmati, pur essendo saggiamente amministrati dall’Impero Asburgico, anelavano a ricongiungersi alla Patria Italiana e aderirono alla corrente interventista moderata. Come è noto gli “ alleati “ franco-anglo-americani non gradivano l’espandersi dell’Italia verso est e la Vittoria fu, come ebbe a dire D’Annunzio, “ mutilata “ giacché l’Italia non ebbe le italianissimi terre dell’adriatico. Dopo l’impresa d’annunziana, la presa di Fiume, la Reggenza del Carnaro e la repressione con il Natale di sangue, il nuovo Governo Fascista ratificava nel 1927 a Roma il Trattato di Rapallo stipulato nel 1920 e all’Italia veniva assegnata l’Istria, la Dalmazia, Zara e le isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosta.

Dopo la fine della prima guerra mondiale la regione aveva subito una dura crisi economica dovuta al fatto che l’Istria era divenuta una regione periferica del Regno d’Italia e non più il fiorente e naturale sbocco al mare dell’Impero Asburgico, in sostanza dell’Europa. Con l’avvento del fascismo, Mussolini diede anche l’avvio al rilancio dell’economia istriano-dalmata. In pochi anni la Venezia Giulia divenne un’isola felice dove la disoccupazione era pressoché inesistente. Solo piccoli gruppi di sloveni e croati, che verranno poi utilizzati dal partito comunista jugoslavo, diedero qualche problema. Alla fine della prima GM, la diplomazia europea aveva creato a tavolino la Jugoslavia-terra dei slavi del Sud- uno stato “ mosaico “ composto da numerosi popoli di origine slava, ma nettamente diversi tra loro.

Questa nazione era chiamata il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni per non scatenare le velleità di sopraffazione di un etnia sull’altra. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Italia e Germania cercarono di attirare nella loro orbita il Regno di Jugoslavia, ma il Reggente Paolo, succeduto al Re Alessandro, di etnia serba, assassinato a Parigi nel 1934 da un croato, si avvicinò invece politicamente all’Inghilterra e comunque la Jugoslavia rimase neutrale. Non per molto però in quanto nel marzo del 1941 il Reggente Paolo con il patto di Vienna aderiva all’Asse, ma veniva immediatamente deposto e arrestato dai serbi che si schierarono con gli Alleati.

Germani ed Italia invasero l’intera Jugoslavia battendo l’esercito slavo e la smembrarono, incorporando territori e creando lo Stato di Croazia, sotto il regno di un Savoia e con un regime filofascista. Fin dai primi momenti della nuova situazione, si scatenarono gli odi delle etnie. Partigiani comunisti di Tito, partigiani monarchici serbi di Mihjlovic-i cetnici- e gli ustascia-miliziani fascisti croati-si scatenarono gli uni contro gli altri con inusitata ferocia. Il movimento monarchico dei cetnici prese inizialmente il sopravvento con l’appoggio degli angloamericani, raggiungendo il numero di 400.000 unità, mentre i comunisti di Tito erano numericamente assai scarsi e in difficoltà: successivamente su pressioni di Stalin gli angloamericani abbandonarono Mihajlovic e indirizzarono tutto il peso del loro aiuto a Tito che divenne l’arbrito assoluto della guerriglia. I cetnici in parte si unirono agli ustascia e il grosso riprese da solo la guerra contro tutti.

La tragedia dei nostri connazionali ha inizio l’otto settembre del 1943. Gli alleati non avevano sino alla sera dello stesso giorno reso pubblico l’avvenuto armistizio, ma ne avevano informato Tito il quale scatenò le bande partigiane comuniste nella notte tra l’otto e il nove, mentre il nostro esercito si sfaldava e varcato il confine, queste attaccarono i presidi e le caserme dei carabinieri e delle altre forze dell’ordine. Tutti gli italiani furono dichiarati fascisti, incarcerati, torturati e gettati in quelle tristemente ben note cavità carsiche che sono le foibe. Gli italiani nei primi giorni subirono una farsa di processo che si concludeva senza eccezioni con la condanna a morte, successivamente venivano direttamente torturati e uccisi. In questa prima tragica mattanza fecero le spese soprattutto i podestà, i segretari, i messi comunali, gli agenti delle forze di polizia, i vigili urbani, le levatrici, gli addetti al pubblico impiego, gli insegnanti e i proprietari terrieri.

Gli italiani venivano sempre atrocemente torturati, le donne violentate: venivano legati loro con filo spinato i polsi a gruppi di due o tre. Uno di loro veniva ucciso e trascinava nel baratro profondo anche 200 metri a forma d’imbuto della cavità carsica gli altri ancora vivi. Finito l’infoibamento, come macabro rituale, i comunisti slavi gettavano nelle foibe anche un cane nero vivo, affinché con i suoi latrati rendesse ancor più angosciosa l’agonia dei moribondi.

L’eccidio degli italiani in questa prima fase fu effettuato in tutta fretta in quanto che le divisioni germaniche, dopo il tradimento italiano dell’otto settembre e lo sfaldamento di quasi tutti i nostri reparti, puntavano rapidamente alla riconquista ed al controllo dell’intera Venezia Giulia. L’austriaco Friedrich Rainer venne nominato “ gaulaiter “ del Litorale Adriatico comprendente le provincia di Udine, Gorizia, Trieste, Pola ,Fiume, Lubiana e Zara, che venne annesso al Terzo Reich, con poteri militari, civili e giudiziari.

I raparti della Wermacht, delle SS e quelli della Repubblica Sociale Italiana, in pochi giorni riconquistarono tutta la regione e le truppe italiane ricostituirono capillarmente presidi in tutto il Litorale, pur passando agli ordini del Comando tedesco. Ritornata la calma e l’ordine nella regione si poté procedere alla terribile conta delle vittime e al recupero di molti corpi infoibati, mentre emergeva in tutta la sua tragicità il martirio della popolazione italiana. E la conta dei morti ed il recupero delle salme continuò ininterrotto sino al secondo e definitivo genocidio che si realizzò dopo il 2 maggio 1945, quando le bande criminali titine del XI Corpus dilagarono nelle provincie di Fiume,Pola, Trieste e Gorizia, mentre le truppe tedesche ripiegavano verso l’Austria e gli Alleati rallentavano volutamente l’avanzata e l’occupazione della Venezia Giulia, trattando con Tito che reclamava l’annessione alla Jugoslavia del territorio italiano sino al Tagliamento. Intanto i partigiani comunisti italiani, dopo avere eliminato le formazioni non comuniste come la “ Osoppo “, entravano a far parte organica dell’esercito jugoslavo, con le Brigate garibaldine “ Natisone “, “ Trieste “, e “ Fontanot “.

Unici in armi a difendere gli italiani in quel lembo di Patria dal nuovo imminente e definitivo massacro, furono i pochi reparti della RSI, i militi della Guardia Nazionale Repubblicana ed i marò della invitta X MAS, che su tutti i fronti avevano combattuto per l’Italia, privilegiando lo stile cavalleresco e militare a qualsiasi atto di sottomissione anche formale a chicchessia. Questi italiani in armi, prima di cadere sino all’ultimo uomo, avevano fatto proprio il motto scritto su una casermetta di un presidio friulano prima dello sterminio: Boia chi molla ! Sino all’arrivo delle truppe angloamericane, si ebbe il massacro sistematico degli italiani, prelevati dalle loro case, torturati, evirati, seviziati e avviati verso le foibe per essere uccisi con il solito metodo.

I cadaveri recuperati e contati furono circa 12.000, ma il sottosuolo carsico cela nei suoi inaccessibili anfratti un numero imprecisato di martiri italiani.

Dopo lo smembramento della Jugoslavia, né la Croazia, né la Slovenia, né l’attuale Jugoslavia composta da Serbia e Montenegro, hanno fatto il benché minimo formale gesto di ammenda per l’inaudito genocidio, né hanno reso onore agli italiani massacrati nelle foibe rimaste tutte, meno tre, in Slovenia e Croazia. Gli italiani sfuggiti all’eccidio, circa 360.000, furono protagonisti, per salvare le proprie vite, nel maggio-giugno 1945, di quel tragico esodo che, abbandonato tutto ciò che possedevano, li spinse a ricercare in Patria la salvezza. Ad Ancona, Venezia e Bologna i profughi italiani ebbero come accoglienza dai comunisti italiani e dalla plebaglia ignorante da essi manovrata, l’invettiva di fascisti, sputi e minacce! Nessun italiano degno di questo nomepuò ancora ignorare la storia del martirio di questi fratelli, del sacrosanto dovere di riportare una Croce ed una Bandiera sulle tombe dei massacrati, di restituire le case e gli averi ai fratelli Giuliano-Dalmati e di opporsi con fermezza a che le nazioni nate dalla ex-Jugoslavia, entrino a pieno titolo nella comunità europea, prima di aver reso conto del loro operato.

Si perseguono a distanza di mezzo secolo con zelo ed accanimento vecchi personaggi come Priebke per la rappresaglia all’attententato partigiano di via Rasella, fruttata la medaglia d’oro al VM agli autori, che non ebbero il coraggio di presentarsi per salvare gli ostaggi dalla prevista rappresaglia e non vengono condannati i responsabili del genocidio Giuliano-Dalmato, ben noto ai politici ed ai magistrati, alcuni dei quali percepiscono ancora dall’Italia una pensione per aver temporaneamente lavorato nell’Amministrazione statale italiana. E’ opportuno che gli italiani prima di piangere giustamente su tanti morti innocenti appartenenti alle etnie dei vincitori, si ricordino anche e soprattutto dei loro fratelli dell’Est e di tutti gli italiani barbaramente uccisi dall’odio comunista e dagli indiscriminati bombardamenti Alleati.

E’ doveroso che i morti abbiano una tomba su cui si possa pregare, che i vivi superstiti abbiano giustizia e possano riavere ciò che loro è stato tolto. Solo con tali principi di giustizia potrà nascere un Europa dei Valori e non un Europa dell’euro e dei banchieri. Con questo auspicio, con questo invito a non dimenticare chiediamo agli italiani di documentarsi, di studiare la nostra storia e segnaliamo due preziosi volumi: Una Croce , una Bandiera-appunti per non dimenticare. Ed. Ass.Nazionale Socioculturale Adriatica e “ 1944: Rasella-Ardeatine di Bruno Buozzi. Ed. Controrivoluzione.

La storia la scrivono i vincitori, solo l’ignoranza ottunde la mente dei vinti!

Generale Amos Spiazzi di Corte Regia

 

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