ISTRIA, TRIESTE E ALTO ADIGE: LE TERRE IRREDENTI
ISTRIA
Regione peninsulare d'Europa, che si protende
nell'Adriatico settentrionale, fra i golfi di Trieste e del Quarnaro. Il confine
con il continente può essere individuato in una linea che congiunge Muggia e
Abbazia. La maggior parte del territorio è costituito da un tavolato che digrada
verso il mare (Carso istriano) e fortemente inciso da fiumi (i maggiori sono il
Quieto e l'Arsa). Le coste sono articolate da canali e fronteggiate nella parte
sud-occidentale da isolette. Il clima è mite e marittimo, lungo la costa è
alquanto rude d' inverno; su tutta la penisola d' inverno soffia spesso la bora,
un vento freddo e violento. L'economia si basa sull' agricoltura (olivo, vite e
frutticoltura), sull'allevamento, sulla pesca e sulle risorse minerarie, mentre
l'industria è in fase di sviluppo. La città più importante è Pola, altri centri
sono Capodistria, Parenzo, Pisino e Rovigno. L'Istria appartiene quasi tutta
alla Croazia, Capodistria e dintorni alla Slovenia e Muggia all'Italia.
E' considerata la terra simbolo dell'Irredentismo Italiano ed è la patria di
Nazario Sauro, Fabio Filzi e Donato Ragosa.
STORIA
Abitata anticamente dagli Istri e dai Liburni, fu conquistata da Roma nel 178
a.C. e sotto Augusto costituì con il Veneto la decima regione italica (Venetia
et Histria). Nel 78-79 d.C. i romani vi costruirono la via Flavia, che univa
Trieste a Pola. Tra i secoli V e VIII passò successivamente sotto i domini
ostrogoto, bizantino, longobardo, franco e poi fece parte del patriarcato di
Aquileia, finchè alla fine del XIV sec. Venezia stabilì il suo dominio sulla
penisola, dominio che influì culturalmente sulle genti istriane. Il dialetto
divenne parte integrante della popolazione.
Il 17 ottobre 1797, l'Istria passò all'Austria con il trattato di Campoformio,
la cui sovranità divenne stabile dopo le alterne vicende del periodo
napoleonico.
Incorporata al regno italico dal 1806 al 1809, passò successivamente alla
Francia. Nel 1815, passò sotto il dominio austriaco. A partire dal 1866
l'aspirazione delle popolazioni istriane al ricongiungimento all'Italia,
alimentò in modo massiccio il fenomeno dell'Irredentismo, che mirò alla difesa
della cultura italiana contro la politica austriaca, avversa alla maggioranza
della popolazione, trovando espressione in episodi come le sommosse di Pirano
nel 1894 contro il bilinguismo e nell'azione propagandistica di giornali come
"Il Popolo Istriano" e "L'Istria".
L'amore per la libertà e il grande sentimento di italianità, produssero in
Istria un forte movimento in contrapposizione all'occupazione austriaca la
quale, nel contempo, alimentò una silenziosa quanto subdola invasione slava. In
tutte le città, da Capodistria a Parenzo, da Rovigno a Pirano, da Buie a Pola,
da Albona a Pisino e in ogni centro, l'entusiasmo montava negli animi sino a
divenire febbre e fiamma di passione italica. Di questa passione sono
indimenticabili alcuni protagonisti: Domenico Rossetti e Pietro Kandler di
Trieste, Tomaso Luciani di Albona, Carlo Combi e Gian Rinaldo Carli di
Capodistria, Marco Tamaro di Pirano, Andrea Amoroso di Montona, Paolo De Peris
di Rovigno, Pasquale Besenghi degli Ughi di Isola, Giuseppe Picciola di Parenzo,
Michele Facchinetti di Visinada, Renato Rinaldi di Portole, Piero Stancovich di
Barbana e Giovanni Moise di Cherso. E non possiamo dimenticare il mitico Nazario
Sauro di Capodistria, lo storico compagno di Oberdan Donato Ragosa di Buie e
Fabio Filzi, di Pisino, la cui vita fu spezzata dall'ennesima condanna
austriaca, durante la prima guerra mondiale, questa volta per Trento italiana.
Una nutrita falange di Istriani partecipò volontariamente ai moti, alle lotte,
negli scontri e militando nelle guerra d'Indipendenza, con la speranza di
coronare il sogno ambito: vedere l'Istria riunita alla madre Patria. In quella
nuova Italia che si stava, finalmente, ricomponendo.
Nel 1914, il capodistriano Pio Riego Gambini, fondò il "Fascio Giovanile
Istriano" di chiara marca irredentista.
Ricongiunta in gran parte all'Italia nel 1918, dopo la prima guerra mondiale
(che vide la partecipazione e il martirio di molti Istriani che si distinsero
per il loro attaccamento alla madrepatria Italia) fu conquistata per intero nel
1924 con l' annessione di Fiume che determinò l' incorporazione di Abbazia e di
altri centri italiani nell'Istria sud-orientale.
Gli Italiani dell'Istria, da sempre in netta maggioranza sulle altre comunità
etniche presenti nella penisola, videro così realizzato il sogno: l'Istria
annessa Regno d'Italia.
Le vicende della seconda guerra mondiale portarono nel 1945 all' occupazione
della regione da parte delle formazioni partigiane del maresciallo Tito. Si
assistette così, passivamente, alla tragedia delle foibe. Nelle profonde cavità
carsiche i comunisti titini infoibarono un numero ancora sconosciuto di istriani
(le ultime stime parlano di oltre quindicimila persone), "colpevoli" di essere
italiani.
Rimaneva aperto il problema del confine.
Nel 1947 furono proposte quattro linee di frontiera dalle diverse potenze
vincitrici: bocciata, come eccessiva, quella sovietica che passava per Pontebba,
Cividale del Friuli e la foce dell'Isonzo (includendo nella Jugoslavia quasi
settecento mila italiani su circa novecento), e quelle statunitense e inglese
che pure modificavano ampiamente ed in favore della Jugoslavia la "Linea
Wilson", ma che lasciavano però in mano italiana tutta la costa occidentale
dell'Istria, da Muggia a Pola, piú Trieste, Gorizia e Monfalcone. Fu approvata
invece la punitiva proposta della Francia, che nel così detto "Trattato di pace"
di Parigi del 10 febbraio 1947 cedeva alla Jugoslavia quasi tutta l'Istria
(oltre Fiume e Zara) ed istituiva il Territorio Libero di Trieste (T.L.T.). In
quello stesso giorno a Pola il generale inglese Robin De Winton fu assassinato
dall'istriana Maria Pasquinelli, era ritenuto uno dei responsabili della
cessione. Catturata portava con se la seguente dichiarazione: "Seguendo
l'esempio dei 600.000 Caduti nella guerra di redenzione 1915-18, sensibile come
Sauro all'appello di Oberdan, cui si aggiungono le invocazioni strazianti di
migliaia di Giuliani infoibati dagli jugoslavi, dal settembre 1943 a tutt'oggi,
solo perchè rei d'italianità, a Pola irrorata dal sangue di Sauro, riconfermo
l'indissolubilità del vincolo che lega la Madre Patria alle italianissime terre
di Zara, di Fiume e della Venezia Giulia, eroici nostri baluardi contro il
panslavismo minacciante tutta la civiltà occidentale ....."
La decisione di dividere l'Istria dall'Italia determinò l'abbandono di oltre 280
mila italiani. Scapparono con tutti mezzi. Alcuni emigrarono all'estero, ma
molti preferirono essere esuli in Patria, andando ad abitare a Trieste e nel
resto dell'Italia. Pochissimi rimasero nelle loro terra. La volontà di restare
italiani contaggiò la maggior parte degli istriani.
La parte nord della penisola andò a formare la "zona B" del TLT (da Capodistria
a Cittanova) che divenne poi parte integrante della federazione jugoslava con il
Trattato di Osimo del 10 novembre 1975. Il trattato provocò manifestazioni di
protesta a Trieste e in altre parti d'Italia.
La dissoluzione di gran parte della Jugoslavia avvenuta nel 1991, causò un'
ulteriore spartizione della penisola fra Croazia e Slovenia e nel dicembre dello
stesso anno a Capodistria un gruppo di militanti del "Fronte della Gioventù"
guidati da Roberto Menia lanciarono il "Manifesto Irredentista" dal balcone del
Palazzo del Pretorio dopo avervi issato il tricolore d'Italia. Il vessillo
italiano tornò a sventolare a Capodistria per la prima volta dal 1945.
I recenti censimenti hanno riservato non poche sorprese: gli italiani dichiarati
sono circa 30 mila ma si conta che nell'area istro-quarnerina quelli di lingua
italiana siano molti di più. L'ex regime di Tito negava diritti alle minoranze,
Croazia e Slovenia, per questioni internazionali, non lo possono fare; il numero
di italiani è in costante aumento e alle porte della penisola "bussano" gli
esuli che chiedono la restituzione delle proprietà abbandonate da più di mezzo
secolo.
TRIESTE
Città della Venezia Giulia, capoluogo della regione
autonoma Friuli-Venezia Giulia. E' distesa sul mare e sulle pendici collinari
del Carso. Conta circa 280 mila abitanti (triestini). Nel 1995 i computer degli
uffici anagrafici del comune segnalavano trentottomila persone nate nelle terre
cedute di Istria, Quarnaro e Dalmazia.
Città molto bella, anche se la sua bellezza è stata definita "scontrosa" da
Umberto Saba, uno dei suoi poeti. Trieste conserva uno fra i più animati e
attraenti paesaggi urbani d'Europa, con i suoi lungomare e i diversi quartieri
relativamente moderni. Nel 1968, ha celebrato il cinquantesimo anniversario
dell'annessione all'Italia. Sul colle di S. Giusto è la città vecchia, con la
zona storica e le strette e tortuose viuzze. Centro cittadino è la storica
piazza dell' Unità, una delle più belle e vaste piazze d' Italia. Negli
immediati dintorni si trovano scenari suggestivi e anche alpestri, benchè poco
elevati sul mare e molti punti panoramici, come la vedetta d'Opicina o d'Italia,
oltre a una bella costiera che purtroppo si affaccia in un mare ormai gravemente
inquinato. Infatti, perduta dopo la mutilazione della Venezia Giulia ad opera
dell'ex Jugoslavia, la sua importanza di porto primario, Trieste è divenuta
soprattutto un porto industriale.
A Trieste è situata la statua in onore del martire istriano Nazario Sauro. Opera
del triestino Attilio Selva, fu inaugurata a Capodistria nel 1935, con grande
partecipazione del pubblico. Voluta dal fascismo, esaltava nel sacrificio del
capodistriano le sofferenze di tutti gli istriani nella lunga lotta contro la
dominazione straniera e rappresentava uno dei più alti simboli dell' italianità
dell' Istria. Il complesso monumentale fu smantellato a Capodistria dai tedeschi
nel 1944 per poi ricomparire a Trieste. Analogamente a Gorizia, sempre durante
l' ultimo conflitto, il monumento dedicato ai Caduti della prima guerra
mondiale, fu distrutto da tedeschi e sloveni.
Un altro monumento che ricorda il martirio dei triestini per l'Italia è la foiba
di Basovizza, situata nel carso triestino non lontano dalla città. Non si tratta
proprio di una foiba ma di un pozzo minerario, scavato all’inizio del XX secolo
per intercettare una vena di carbone e presto abbandonato per la sua
improduttività. Conterrebbe le salme di un numero imprecisato di italiani. Il
monumento è molto semplice: consiste in una lastra in pietra grigia, segnata da
una grande croce; sullo zoccolo frontale è riportato un passo della "preghiera
dell’infoibato" dettata all’arcivescovo di Trieste Antonio Santin. A sinistra è
posto un cippo, opera di Tristano Alberti, rappresentante la sezione della
cavità con alcune quote delle stratificazioni, al cui centro è appesa una
lampada votiva in bronzo collocata dall’Opera Mondiale Lampade della Fraternità.
All’interno del recinto, sono state collocati in tempi successivi altri cippi,
il pilo porta-bandiera donati dalle associazioni d’arma e dalle organizzazioni
degli esuli giuliano-dalmati e due targhe: una individua il punto dove è
custodito un elenco degli scomparsi in seguito alle deportazioni, l’altra
ricorda le visite al monumento da parte dei presidenti della Repubblica
italiana.
E' la città di Guglielmo Oberdan.
STORIA
Trieste è l'antica Tergeste, colonia romana fondata nel II secolo a.C.. Fu sede
di diocesi a partire dal VI sec. d.C.. Dalla metà di quel secolo alla fine del
VIII, passò successivamente sotto il dominio di Goti, Bizantini, Longobardi e
Franchi. Retta da vescovi-baroni sotto la signoria dei patriarchi di Aquileia,
si resse a comune nel XI sec. e lottò per circa due secoli coi veneziani che l'
occuparono più volte, finchè nel 1382 Trieste si pose sotto la protezione dei
duchi d' Austria e sotto l'Austria rimase fino al 1918 tranne la breve parentesi
napoleonica. Nel 1719 l' imperatore Carlo VI la dichiarò porto franco. Dal 1866
fu principale centro dell' Irredentismo italiano, accentuatosi dopo il martirio
di Guglielmo Oberdan nel 1882. La città finalmente riunita all' Italia il 3
novembre 1918 al termine del primo conflitto mondiale, quando ci fu l'ingresso
dei bersaglieri sbarcati da unità italiane al comando del generale Petitti.
QUESTIONE DI TRIESTE - Controversia internazionale tra Italia e Jugoslavia,
innescata durante la seconda guerra mondiale. Trieste, presidiata dalle armate
hitleriane subito dopo l'8 settembre 1943 e insieme al resto della Venezia
Giulia (allora formata dalle provincie di Fiume, Pola, Gorizia e Zara oltre a
quella di Trieste) e parte del Friuli, formò la "zona d' operazione sul litorale
adriatico" sottratta all' autorità della Repubblica Sociale Italiana. Nella RSI,
si distinse l'impegno del reparto di combattenti della X Mas che lottò per
mantenere l'italianità della città.
Occupata poi dalle forze comuniste jugoslave il 1 maggio 1945 quando le prime
pattuglie partigiane della XIX Divisione della IV Armata di Tito, provenienti da
Basovizza, entrarono a Trieste gridando: "Trst je nas" (Trieste è nostra).
Tristemente famoso fu il manifesto fatto dal Partito Comunista Italiano che
accoglieva i "liberatori" titini: "Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è di
accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con esse nel modo
più assoluto". Il manifesto era firmato da Palmiro Togliatti. Trieste fu
raggiunta il dagli alleati, in seguito alle gravissime violenze contro gli
italiani da parte dei soldati di Tito. Questi ultimi furono costretti a
sgomberare la città quaranta giorni dopo l'occupazione.
Il 27 marzo 1946 ci fu una manifestazione organizzata da tutte le forze
politiche e culturali italiane: il popolo si riversò nelle piazze e nelle strade
di Trieste chiedendo agli alleati l' occupazione militare della città e di tutta
la Venezia Giulia.
Con il Trattato di pace di Parigi del 1947 si arrivò ad una soluzione
dell'intera Venezia Giulia: quasi tutta l' Istria, le città di Fiume e di Zara,
passarono alla Jugoslavia (si assistette così all' esodo di quasi 350 mila
italiani verso la restante Italia), Gorizia e Monfalcone rimasero italiane,
mentre Trieste e l' Istria nord-occidentale andarono a formare il "Territorio
Libero di Trieste", una nuova entità statale riconosciuta dalle potenze alleate
e dall'Italia, la cui integrità sarebbe stata assicurata dal consiglio di
sicurezza delle Nazioni Unite. Il TLT fu suddiviso temporaneamente in una "zona
A" (da Duino a Muggia) sotto l'amministrazione militare anglo-americana e in una
"zona B" (da Capodistria a Cittanova d' Istria) sotto l' amministrazione
jugoslava. Contro queste disposizioni, si manifestò a Trieste e nel resto della
regione un forte movimento di opposizione, il quanto in TLT avrebbe significato
il distacco dalla madre patria e la perdita totale di gran parte dell'Istria, di
Fiume e di Zara, assegnate alla Jugoslavia.
Erano gli inizi degli anni cinquanta e in molte parti d'Italia si manifestava
per l'italianità del capoluogo giuliano e di tutta la regione. Un episodio che
suscitò non poco scalpore, fu quello dell'8 marzo 1952 a Trieste. Durante un
corteo organizzato dai neofascisti del "Movimento Sociale Italiano" che si
dirigevano verso la sede del "Fronte Sloveno", esplose una bomba. Due attivisti
missini, Fabio De Felice e Cesare Pozzo, rimasero invalidi. L'anno successivo,
sotto spinte delle organizzazioni giovanili dell'area nazionalista i due furono
candidati in due circoscrizioni del Veneto ed eletti alla Camera dei Deputati.
L' episodio intensificò l'obbiettivo di vedere riunita la città di San Giusto
alla madre patria. Fra l'agosto e il settembre del 1953, la notizia di una
imminente annessione, da parte di Tito, di tutta la "zona B" indusse l'allora
presidente del Consiglio italiano Giuseppe Pella a inviare truppe ai confini
orientali, allo scopo di bilanciare l'eventuale mossa avversaria con l'immediata
occupazione della "zona A". Nel novembre del 1953 si ebbero a Trieste altri
sanguinosi disordini, caddero sei italiani uccisi dalla polizia alleata. I loro
nomi erano: Pierino Addobbati, Leonardo Manzi, Erminio Bassa, Francesco Paglia,
Saverio Montano e Antonio Zavadil.
Si arrivò al Memorandum d'intesa del 5 ottobre 1954, in base al quale la "zona
A" passava sotto l'amministrazione italiana e la "zona B" sotto quella
jugoslava. In questa spartizione il confine della "zona A" fu leggermente
modificato a favore della Jugoslavia e borghi storicamente italiani come Albaro
Vescovà, San Servolo e Crevatini persero la loro naturale nazionalità, oltre che
i loro autoctoni abitanti. Il Memorandum rappresentò comunque, il ritorno della
città alabardata all'Italia. Il 4 novembre 1954, il presidente della Repubblica
Italiana Luigi Einaudi si recò a Trieste e in tale occasione fu decorata la
medaglia d'oro. Il Trattato di Osimo del 10 novembre 1975, decretò il definitivo
passaggio della "zona B" alla Jugoslavia, causando disordini nel capoluogo
giuliano. Qualche anno più tardi si ebbero manifestazioni contro la proposta
d'introduzione del bilinguismo. Trieste ha sempre rifiutato l'etichetta di città
italo-slovena.
Nell'ottobre e nel novembre del 1991, la dissoluzione della Jugoslavia provocò a
Trieste manifestazioni irredentistiche per la Venezia Giulia oltre confine.
ALTO ADIGE
Dominio romano dal I secolo d. C., la regione rimase a
far parte dell'Italia anche con Odoacre e con Teodorico. Nel VIII secolo, venne
incorporata dai franchi nel Regno d'Italia.
I tedeschi hanno cominciato la loro penetrazione in queste zone dal medioevo,
germanizzando dapprima la Pusteria e la zona di Merano e poi la maggior parte
delle altre vallate a nord della stretta di Salorno.
Divisa in vari comitati, nel 1027 divenne dominio dei vescovi di Trento e
Bressanone, feudatari diretti dell'Impero; loro vassalli furono i conti
d'Appiano, d'Andechs e di Tirolo i quali, ultimi nel XIII secolo, erano
riusciti, a comprendere nei loro possessi gran parte della regione. Ai conti di
Tirolo subentrarono gli Asburgo che, dopo lunghe lotte con i Wittelsbach e i
Lussemburgo, riuscirono nel 1364 a invertire il rapporto di vassallaggio nei
riguardi del vescovo di Trento e, sventate le mire veneziane sulla regione, ne
divennero signori incontrastati. Dopo la secolarizzazione dei principati
vescovili di Trento e Bressanone nel 1803, il "dipartimento dell'Alto Adige" fu
nel 1805 annesso al regno napoleonico d'Italia. Nel 1814 la regione passò
all'Austria che vi alimentò un vasto processo di germanizzazione. Maria Teresa
d'Austria eliminò molti caratteri italiani dalla regione; come conseguenza di
ciò la percentuale degli italiani si abbassò fino al 6%.
Tutto l'alto Adige nel corso dei secoli ha subito opere alterne di
italianizzazione e di germanizzazione.
QUESTIONE ALTOATESINA - Problema storico relativo alle etnie linguistiche e
culturali di origine tedesca, quella tirolese, e italiana, quella altoatesina,
che vivono nella regione dell'Alto Adige. La questione altoatesina nasce con il
trattato di Saint-Germain del 1919, con il quale l'Italia usciva vincitrice
dalla prima guerra mondiale, intendendo garantirsi un confine storico e naturale
che la difendesse dall'Austria. Da allora il confine è rimasto sempre invariato.
La politica del fascismo riconobbe diritti alla popolazione italiana; precedette
ad una politica di italianizzazione, favorendo una emigrazione della comunità di
lingua tedesca, facendo salire il numero degli italiani residenti in Alto Adige
dalle 10 mila unità del primo dopoguerra a circa 110 mila nel 1946. Nel 1938
Mussolini, d'accordo con Hitler, tentò una soluzione radicale della questione
altoatesina, chiedendo ai cittadini di etnia tedesca di optare tra le due
nazionalità: chi avesse rifiutato la cittadinanza italiana avrebbe dovuto
trasferirsi nei territori del Reich. Si registrarono circa 150 mila opzioni per
la nazionalità tedesca, a cui seguirono solo circa 60 mila emigrazioni effettive
e definitive. Nel dopoguerra l'Austria chiese l'annessione del territorio, che
venne negata a fronte di una trattativa che sfociò negli accordi De
Gasperi-Gruber, poi inseriti nel trattato di pace imposto dagli alleati
all'Italia. Gli accordi riconoscevano diritti alla minoranza tedesca e la
successiva istituzione della regione autonoma a statuto speciale Trentino-Alto
Adige voleva essere una ulteriore garanzia per la pacifica convivenza tra le due
etnie. Ma l'azione di gruppi estremisti che compirono attentati con danni e
vittime contro la comunità italiana, costrinse a riesaminare la questione: nel
1961 Austria e Italia formarono una commissione di lavoro che elaborò una serie
di proposte, tra cui l'autonomia della provincia di Bolzano e il bilinguismo
nelle scuole; dando così un certo successo alle azioni terroristiche tirolesi.
Le prerogative della minoranza tedesca vennero ulteriormente rafforzate con il
nuovo statuto speciale per il Trentino-Alto Adige del 1972 che introdusse, tra
l' altro, il meccanismo proporzionale del pubblico impiego, un sistema
contestato dal gruppo etnico italiano che si sentiva ingiustamente penalizzato.
In anni recenti sono riaffiorate delle tendenze anti-italiane che trovano
espressione sia negli Schutzen, uno squallido gruppo pantatirolese che si
ritiene custode dalla tradizione tedesca ed erede delle truppe antinapoleoniche,
sia nei Freiheitlichen, un movimento di adepti pangermanisti collegato con i
partiti austriaci dell'estrema destra che reclama una utopica indipendenza
dell'Alto Adige dall'Italia.
Poco confortevole è il dato sulla comunità italiana. Infatti dal 33% del
censimento del 1971, si è passati al 28% del 1991. Tale diminuzione è dovuta
alla politica di germanizzazione imposta dal gruppo tirolese, che agisce sotto i
taciti consensi dei governi italiani.
Tratto da http://utenti.lycos.it/irr_ita/index.htm